24 Marzo 2016
Giuliano Giulianini
ACQUA
24 Marzo 2016
Giuliano Giulianini

Investire nell'acqua produce PIL e lavoro

Il rapporto ONU "Acqua e lavoro" sottolinea che puntare sulla gestione virtuosa delle reti idriche fa crescere l'economia e i livelli occupazionali.

In un periodo in cui si difende l'economia delle non rinnovabili anche con l'argomento della perdita di posti di lavoro, l'ONU (non un'associazione ambientalista o un partito ecologista) pubblica un rapporto che mette in relazione diretta la tutela delle risorse idriche con la creazione di posti di lavoro.
Si tratta del World Water Development Report 2016, pubblicato dalle Nazioni Unite in occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua. Lo studio che anno per anno fotografa lo stato delle risorse idriche del pianeta è intitolato stavolta "Acqua e Lavoro". Il report è pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per la Valutazione delle Risorse
Idriche Mondiali dell’UNESCO (WWAP), come risultato del forum UN-Water che riunisce 31 organizzazioni interne all'Onu e 38 partner internazionali.
Alcuni dati: il posto di lavoro di un miliardo e mezzo di persone (valutato come la metà della forza lavoro globale) dipende direttamente dalla disponibilità di acqua e di risorse naturali; per ogni milione di dollari investito nello sviluppo delle infrastrutture idriche, in un paese come gli USA si creano tra i 10 e i 20 posti di lavoro; per ognuno di questi nuovi occupati del settore idrico e del trattamento delle acque reflue, in media si creano indirettamente altri 3,68 posti di lavoro. Purtroppo però, nel mondo, soltanto l'1% della forza lavoro è impiegata in settori legati alla gestione dell'acqua. Il numero di addetti è in diminuzione costante negli ultimi decenni. I motivi sono: l'anagrafe (il pensionamento progressivo e il mancato subentro di sostituti); il disinteresse generalizzato di governi e investitori, unito alla scarsità di fondi per ristrutturare le reti in un periodo di flessione economica; la carenza di giovani che indirizzino i propri studi verso questo settore; ed infine resistenze culturali, come la poca disponibilità a trasferirsi in aree rurali o montane nei paesi avanzati, o il pregiudizio ancestrale verso i lavori legati al trasporto dell'acqua, tipico di alcune culture nei paesi in via di sviluppo.
La tesi del rapporto è invece che la corretta gestione dell'acqua, dalla sorgente alla reintroduzione in Natura, comporta solitamente una crescita dell'economia locale e un aumento dei posti di lavoro. I motivi di questo sviluppo virtuoso, dal punto di vista economico e ambientale, sono diversi. Innanzitutto la considerazione che gestire in maniera virtuosa e sostenibile le reti idriche, le infrastrutture, gli impianti di trattamento e depurazione, e quelli di generazione di energia da fonti rinnovabili (come appunto l'acqua), richiede ovviamente più forza lavoro rispetto alla mala gestione, o l'abbandono, delle stesse attività. Secondo l'Onu, la correlazione tra investimenti nel settore idrico e crescita economica è dimostrata da diversi studi e casi esemplari in tutto il mondo: si stima ad esempio che i micro progetti che garantiscono alle comunità locali in Africa un accesso sicuro all'acqua, possono arrivare a rendere oltre 28 miliardi di dollari annui, circa il 5% del PIL continentale.
Purtroppo, come sottolinea il documento dell'Onu, la pressione sulle riserve idriche disponibili è in costante crescita: dal 1980 la quantità di acqua dolce "prelevata" a vari scopi dall'ambiente naturale aumenta dell'1% annuo. La prevista crescita della popolazione mondiale, che porterà il totale degli esseri umani dagli attuali 7 a 9 miliardi entro il 2050, causerà un prevedibile aumento dell'utilizzo dell'acqua per agricoltura, allevamento e produzione industriale. Addirittura si prevede un aumento del 70% della domanda di cibo, per la cui produzione utilizziamo la maggior parte dell'acqua dolce. Contemporaneamente, nel prossimo futuro, il 7% della popolazione vedrà ridurre le risorse idriche a disposizione del 20% per ogni grado di riscaldamento globale in più (ricordiamo che la COP21 ha praticamente dato per scontato un aumento delle temperature medie globali tra 1,5 e 2 gradi entro il 2100).
A parte l'adozione di un'alimentazione sostenibile, di pratiche quotidiane con minore utilizzo d'acqua, e la riduzione degli sprechi dall'acquedotto al rubinetto (che attualmente causano la perdita del 30% dell'acqua dolce delle reti idriche) le altre soluzioni possibili per affrontare le future carenze sono: la raccolta delle acque piovane e il riutilizzo di quelle reflue, dopo opportuni trattamenti; due settori al momento poco sviluppati che dovranno diventare nevralgici per la futura, auspicata, green economy.

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