15 Novembre 2012
Redazione
ALIMENTAZIONE
15 Novembre 2012
Redazione

I Farmers’s market: la mano visibile del mercato

Filiera corta, la scorciatoia del benessere e del risparmio. Esce per Franco Angeli editore, un libro sui farmer’s market, termine anglossassone che sta a indicare il mercato dei piccoli produttori agricoli e dei consumatori locali. Gli autori, Davide Marino e Clara Cicatiello, sono esperti del settore e provengono dal mondo universitario. A loro il compito di riassumere i risultati di una ricerca sul tema commissionata dal Ministero delle politiche agricole

Finalmente si parla di produttore e consumatore senza frapporre in mezzo altri termini o soggetti, in questo libro, molto tecnico. E non solo perché è stato scritto da una ricercatrice in Economia e Territorio all’Università della Tuscia, Clara Cicatiello, e da un professore di Economia ed estimo rurale all’Università del Molise, Davide Marino, che è anche presidente del Consorzio Universitario per la Ricerca Socieconomica e per l’Ambiente (CURSA).
Il libro è tecnico, aggettivo che nell’ultimo anno ha acquisito un più positivo significato, anche per l’obiettivo per il quale è stato scritto: far conoscere i risultati del progetto di ricerca sui “Farmer’s Market” e la cosiddetta “filiera corta”, voluto dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali (Mipaaf) e realizzato dal CURSA e dalle due Università del Molise e della Tuscia, appunto.
I Famer’s Market nascono e si sviluppano per contrapporti alla cosiddetta “filiera lunga”, nella quale il prodotto agricolo è intermediato da uno o più operatori. Invece i FM sono una forma di commercializzazione che mette in contatto produttori e consumatori, saltando le fasi intermedie “e riducendo l’asimmetria informativa che si viene a creare tra gli stessi”.
Filiera corta dunque: dal produttore al consumatore.
Il libro si apre con un brano de “Il Barone Rampante”, di Italo Calvino, in cui si citano i limoneti, gli alberi di fico, “con le cupole del pesante loro fogliame”, o “prodighi susini”, l’orto l’uliveto. Insomma, il trionfo della campagna, luogo letterario della produzione agricola e del consumo.
Filiera corta” fa il paio con “chilometri zero”, altra espressione entrata nel gergo sociale e che sta indicare la possibilità di vendere il prodotto nella stessa zona in cui è nato. E questo è il concetto di “mercato locale”, periodico, non giornaliero, legato alle esigenze alimentari e di cibo della comunità presso la quale opera. Si legge nel libro: “…. Se parlare di filiere corte vuol dire approfondire un sistema molto specifico e sotto il profilo meramente quantitativo, sia per il versante della produzione che per quello del consumo, parlare di cibo, nell’attuale contesto scientifico, economico e sociale vuol dire parlare di una sere di temi che attengono la sfera economica, quella ambientale, e quella sociale”.
Legato al concetto di filiera corta è quindi ad esempio, affermano gli autori del testo, “il paradosso alimentare” del mondo di oggi, che porta la società a oscillare tra obesità e sottonutrizione. Da questo punto di vista, “l’accorciamento della distanza tra chi produce e chi consuma dovrebbe avere un impatto positivo”.
Seconda questione, il rapporto tra risorse naturali, cambiamento globale e produzione agricola: “La minore stabilità climatica, la competizione nell’uso delle risorse e la crescita degli impieghi non alimentari dei prodotti agricoli stanno influenzando il mercato, il sistema dei prezzi e l’accesso al cibo”.

Terzo aspetto, “la guerra del cibo”, ovvero i conflitti che si verificano nella struttura delle filiere tra gli attori della stessa: produttori, consumatori, imprese dell’agrobusiness, distribuzione.
Nel 2050 la popolazione rurale mondiale sarà di 2,8 miliardi di persone; la restante parte, pari a 9,2 miliardi di persone, vivrà nelle città. Il numero delle grandi città (da 5 a 10 milioni di abitanti) passerà dalle 30 del 2007 alle 48 del 2025. “Si prospettano quindi –scrivono gli autori- nuove modalità d’interazione tra le città, ossia il luogo ove viene consumata la maggior parte del cibo, e il territorio”. Occorre una “food strategy”, già sviluppata in alcune municipalità europee, nordamericane e africane.
A dire il vero però negli Stati Uniti la domanda dei prodotti locali vene soddisfatta prevalentemente al di fuori dei farmer’s market. Tra il 2002 e il 2007 il valore delle vendite dei prodotti locali negli Usa è passatto da 4 a 5 miliardi di dollari, mentre il valore delle vendite effettuate presso i FM è nel 2005 pari a circa un miliardo di dollari. Mercati grandi, mercati piccoli. La ricerca del Ministero ha analizzato anche la spesa giornaliera: per i mercati piccoli è di 11 euro a cliente; per i mercati grandi è di 17 euro; per gli alternativi (ad esempio quelli di prodotti biologici) è di 20 euro.
Nel libro sono riportate le “schede mercato”, con i risultati delle interviste ai responsabili dei farmer’s market per alcune delle piazze d’Italia.
E in ultimo si arriva alle conclusioni, alle domande cioè che un’indagine di questo tipo sulla filiera corta fa emergere: “cosa significa cibo sostenibile? In che modo far sopravvivere i produttori agricoli? Come garantire la sicurezza alimentare di fronte alla crisi dei redditi, che si preannuncia lunga e dolorosa? Come introdurre criteri etici in un sistema di scambi finora dominato dal solo calcolo economico?”. Sono alcuni dei quesiti sui quali ci si dovrà interrogare nei prossimi mesi, nei prossimi anni.

 
 

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