12 Ottobre 2017
Fabrizio Cavallina
ALIMENTAZIONE
12 Ottobre 2017
Fabrizio Cavallina

Migranti. E' colpa della fame

Uno studio condotto dal World Food Programme indica nell’insicurezza alimentare la causa principali delle migrazioni

“At the roof of Exodus: food security, conflict and international migration” è il titolo del nuovo rapporto che evidenzia il legame tra il tema della fame nel mondo e le migrazioni, redatto dal World Food Programme, agenzia umanitaria che nel 2016 ha assistito 82,2 milioni di persone. Lo studio – condotto su 231 migranti di 10 nazioni diverse – individua nell’impossibilità di procurarsi il cibo la motivazione principale che spinge le popolazioni a spostarsi: poiché laddove c’è la fame, nascono i conflitti. WFP ha stimato, infatti, che il flusso migratorio cresce dello 0,4% per ogni nuovo anno di guerra, e del 1,9% per ogni percentuale di insicurezza alimentare in più. Dati che evidenziano, ancora una volta, la necessità di investire nei paesi d’origine dei migranti per ridare dignità a popoli martoriate da guerre e carestie. “Il rapporto è un appello alla comunità internazionale – ha confermato il Ministro degli Esteri Angelino Alfano, alla presentazione del documento alla Farnesina – Le migrazioni attraverso il Mar Mediterraneo sono la punta dell’iceberg di un problema molto più grande, che include la fame nel mondo. Non possiamo permettere che l’Europa non si faccia carico di una tragedia simile, non più sul mare ma sulla terraferma”. Per Alfano è necessario, dunque, “uno sviluppo verticale incentrato sull’Africa, perché i problemi in quel continente sono anche problemi nostri. La globalizzazione ha aiutato in questo senso, ma c’è ancora tanto da fare”.

I migranti, evidenzia “At the roof of Exodus”, cercano stabilità e pace e continuano a spostarsi fino a quando non trovano questi determinati fattori; la popolazione siriana – migrata inizialmente a causa di un conflitto, in seguito per la mancanza di cibo – ne è un esempio. La metà dei siriani intervistati nel rapporto, attualmente residenti in Libano e in Giordania, vorrebbe cambiare paese a causa dello scarso livello di assistenza fornito e della mancanza di lavoro; in Turchia invece – dove la situazione è considerata più favorevole – solo un quarto dei siriani ha in mente di spostarsi ulteriormente.

Nel 2015 le persone emigrate dai loro paesi d’origine sono state 244 milioni, con un totale di 65,3 milioni soggetti rifugiati in tutto il mondo. Il 55% dei rifugiati proviene da tre paesi: Sud-Sudan, Afghanistan, Siria. Il dato più interessante, a quanto si legge nello studio condotto da WFP, è che la maggior parte dei migranti preferisce rimanere il più possibile vicino a casa: 9 migranti africani su 10 sono rimasti nel loro continente, stesso discorso per 8 su 10 asiatici. La speranza, dunque, è quella un giorno di poter tornare nel paese di origine. “Le migrazioni sono causa di temi su cui dobbiamo assolutamente intervenire, cioè gli alti livelli di denutrizione e la mancanza di opportunità economiche – commenta David Beasley, Direttore Esecutivo del World Food Programme – L’obiettivo della fame zero nel mondo è il secondo dei Sustainable Development Goals nell’Agenda 2030, ma continuando di questo passo credo sia di difficile realizzazione entro la scadenza”.

Le migrazioni perciò devono essere punto di partenza nell’aprirci ad una visione più ampia, come ricorda Enrico Giovannini, Portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile: “Nel 2007 in Nord-Africa si abbatté una grande siccità, le industrie produttrici di energia non ebbero la possibilità di prelevare l’acqua e le popolazioni, private di energia elettrica e in difficoltà con l’agricoltura, cominciarono a ribellarsi. Da qui le guerre e le migrazioni. Questo per dire che è necessario un approccio verso la sostenibilità rivolto a tutti gli ambiti: una crisi ambientale scatena una crisi economica, con tutte le sue relative drammaticità. Dobbiamo seguire i 17 Sustainable Goals e cambiare lo schema che ci ha portato in queste condizioni perché è il mondo a chiederlo, a partire da chi fa la fame ed è costretto a emigrare”.

 
 

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