13 Settembre 2015
Gabriele Renzi
CAMBIAMENTO CLIMATICO
13 Settembre 2015
Gabriele Renzi

Giustizia ambientale e cambiamenti climatici. Si rischiano 250 milioni di rifugiati ambientali.

Scienziati, economisti, esperti di green economy si sono confrontati sul tema dello sviluppo sostenibile e della lotta ai cambiamenti climatici in vista della prossima conferenza delle parti (la famosa COP21) che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’ 11 dicembre.

“Giustizia ambientale e cambiamenti climatici”, è questo il titolo del meeting che si è tenuto a Roma lo scorso 10 e 11 settembre presso l’istituto Patristico Augustinianum a Roma.
Scienziati, economisti, esperti di green economy si sono confrontati sul tema dello sviluppo sostenibile e della lotta ai cambiamenti climatici in vista della prossima conferenza delle parti (la famosa COP21) che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’ 11 dicembre.
Sarà un appuntamento fondamentale per le sorti del pianeta. Dopo il parziale fallimento della Cop 20 di Lima gli stati sono chiamati infatti a trovare un accordo condiviso e vincolante per abbattere le emissioni di gas serra nell’atmosfera e contenere il temuto aumento della temperatura globale oltre i 2 gradi che potrebbe rendere i cambiamenti climatici già in corso violenti e irreversibili.
E la strada appare lunga e tortuosa se si pensa che stime recenti dell’Agenzia Internazionale dell’Energia prevedono una crescita delle emissioni mondiali di CO2 dell’8% fino al 2030: dalle odierne (dati 2013) 32,2 miliardi di tonnellate passeremmo a 34,8 miliardi, anziché scendere a 25,6 miliardi come auspicato dagli scienziati per contenere l’aumento della temperatura media globale entro i 2°C.
Il meeting ha voluto inoltre puntare l’attenzione sul concetto di giustizia ambientale. Ma di cosa si tratta?
Come evidenziato da Edo Ronchi, ex ministro dell’ambiente oggi Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile che ha organizzato il meeting, la giustizia ambientale si basa su due presupposti. “Il primo è quello del giusto rapporto tra l’uomo e la natura, fra l’umanità e il resto del creato. La  giustizia ambientale richiede la pratica di una buona relazione con la natura: quella che ci porta ad essere custodi e non dominatori del pianeta.”
Il secondo presupposto è invece quello dell’equita, del pari diritto di accesso alle risorse naturali ti ogni abitante del pianeta, future generazioni comprese.
Sul primo punto si è discusso molto; è chiaro, come ha ricordato Papa Francesco nell’enciclica Laudato Si, che finora siamo stati dominatori/distruttori della terra più che custodi.
È sul secondo punto però che il meeting fornisce l’occasione per delle riflessioni perchè a pagare la tassa maggiore per la scellerata condotta dei Paesi che chiamiamo sviluppati saranno principalmente i paesi del terzo e quarto mondo.
Saranno loro ad essere i più colpiti dalla scarsità di risorse idriche e alimentari e dagli eventi metereologici estremi (inondazioni, tornado, straripamenti). Dal Sud Est Asiatico, all’Africa all’America Latina, intere aree del pianeta rischiano di un aumento della povertà pur non avendo alcuna responsabilità della crisi climatica.
E le conseguenze sociali sarebbero enormi, come ha ricordato il ministro dell’ambiente Galletti: “Secondo alcune stime potrebbero essere 250 milioni nei prossimi decenni i “rifugiati ambientali. La desertificazione di vaste aree del pianeta, la perdita di biodiversità che fa venire meno i “servizi” naturali che alimentano molte società rurali, stanno innescando flussi migratori che si sovrappongono e sommano a quelli innescati dalle guerre e dalle persecuzioni politico-religiose"
250 milioni.

Per rendersi conto dell’impatto che questi numeri avrebbero a livello globale basta pensare che il dibattito politico europeo è oggi concentrato sull’emergenza dei migranti siriani che dall’inizio del conflitto sono circa 12 milioni di cui “appena 350.000” rifugiati in Europa.

 
 

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