18 Febbraio 2016
Giuliano Giulianini
CAMBIAMENTO CLIMATICO
18 Febbraio 2016
Giuliano Giulianini

Gli USA firmeranno l'Accordo di Parigi

Nella Giornata Mondiale della Terra l'amministrazione Obama siglerà l'accordo sulla lotta globale ai cambiamenti climatici, nonostante gli oppositori interni che hanno bloccato il Clean Power Plan presidenziale.

Il prossimo 22 aprile, 46° Earth Day - Giornata Mondiale della Terra, i rappresentanti dei 195 paesi che hanno approvato l'Accordo di Parigi, si riuniranno all'Onu per firmare il documento finale, e impegnare così i loro governi ad agire per raggiungere gli obiettivi fissati dalla COP21.

L'agenzia Reuter riporta che Todd Stern, Inviato Speciale per i Cambiamenti Climatici in rappresentanza degli Stati Uniti ha ribadito che "Gli Usa firmeranno l'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici quest'anno". Stern, che aveva rappresentato il paese anche alla COP21 dello scorso dicembre, ha aggiunto che gli USA firmeranno "Non tenendo conto della decisione della Corte Suprema che ha sospeso una parte dei provvedimenti sull'ambiente del presidente Obama."
Il riferimento è alla decisione che ha bloccato la normativa varata dalla Casa Bianca per limitare le emissioni di CO2. Il Clean Power Plan, voluto da Obama e messo a punto dall'EPA, l'Agenzia della Protezione dell'Ambiente, era stato rifiutato da 27 dei 50 stati dell'unione. Il 9 febbraio scorso, cinque membri della Corte Suprema su nove hanno votato per la sospensione del piano, in attesa che i ricorsi degli stati siano valutati.

Per un commento sull'annuncio della firma abbiamo interpellato Veronica Caciagli, esperta di politiche ambientali legate ai cambiamenti climatici e presidente di Italian Climate Network, che ha seguito da vicino la COP21: "La firma dell'Accordo di Parigi da parte degli Stati Uniti è un atto dovuto e seguente all'impegno politico già dimostrato dal governo statunitense in occasione della COP21. In queste settimane negli USA è in atto uno scontro, con gli ultimi colpi di coda di un'industria dell'energia fossile che vede avvicinarsi la sua fine."

Il Clean Power Plan di Obama mira a ridurre le emissioni statunitensi di CO2 del 32% rispetto a quelle misurate nel 2005. Un risultato da ottenere entro il 2030, principalmente imponendo nuovi limiti alle centrali elettriche, individuate come maggior fonte di inquinamento del paese, responsabili di circa un terzo dei gas serra immessi in atmosfera dagli USA. Il piano prevede inoltre di aumentare del 30% la produzione di energia da fonti rinnovabili. L'amministrazione Obama vanta anche di aver messo in atto il maggior investimento in energie pulite della storia del paese, incrementando di venti volte la produzione di energia dal sole e di tre volte quella eolica. La Casa Bianca ha propagandato il piano stigmatizzando i costi economici e umani del riscaldamento globale: monetizzando ad esempio in 100 miliardi di dollari annui i danni all'economia nazionale provocati da uragani, siccità, inquinamento atmosferico che causa l'aumento di malattie e decessi.

L'impasse provocata dal controverso pronunciamento della Corte Suprema rischia però di affossare tutto questo. "E' prematuro presumere che il Clean Power Plan sarà stroncato - ha detto Stern - ma anche se fosse, restiamo fedeli alla volontà di firmare e aderire [all'Accordo di Parigi, ndr.]".
L'arma migliore in mano ai promotori della firma negli Stati Uniti è la natura stessa dell'accordo raggiunto a Parigi, come ci ha chiarito Veronica Caciagli: "E' stato magistralmente strutturato in modo tale da non necessitare la ratifica del Senato americano: non si può ripetere quanto successo con il Protocollo di Kyoto, quando alla firma, da parte di Clinton, non era seguita la ratifica del Senato a maggioranza repubblicana".

Occorre ricordare che in autunno i cittadini USA voteranno per un nuovo presidente che potrebbe essere repubblicano come la maggior parte degli stati che hanno contrastato il piano, e che in ogni caso non sarà rieletto Obama, avendo egli raggiunto il limite dei due mandati. "E' improbabile che il successore di Obama, fosse anche repubblicano, metta da parte il patto di Parigi - ha rassicurato comunque Todd Stern - perché così facendo ci sarebbero effetti negativi sul piano diplomatico".
Dello stesso tenore il commento di Caciagli: "C'è da ricordare anche che Parigi non è stato un appuntamento chiave "solo" dal punto di vista climatico, ma anche per la diplomazia internazionale: non impegna solo i Paesi industrializzati, ma anche stati tra cui Cina, India, Brasile. E naturalmente l'Europa. Difficilmente un nuovo presidente potrebbe uscire dall'UNFCCC senza profonde ripercussioni diplomatiche."
In effetti l'attuale inquilino della Casa Bianca ha impegnato i suoi successori rivendicando agli Stati Uniti un ruolo di "leader degli sforzi internazionali per indirizzare i cambiamenti climatici globali": nella presentazione del Clean Power Plan è detto esplicitamente che "l'America continuerà nel suo ruolo di leader per impegnare le maggiori economie del mondo a dare priorità al clima, e per dare impulso ad azioni globali attraverso le negoziazioni internazionali."

 
 

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