29 Ottobre 2013
Redazione
CAMBIAMENTO CLIMATICO
29 Ottobre 2013
Redazione

Ma la crescita economica non è a qualunque costo

Il caso della città cinese chiusa per smog una volta di più fa riflettere sulla necessità di normare a livello mondiale la presenza di polveri sottili nell’aria

Non si tratta di un film di fantascienza, purtroppo è tutto vero. La precisazione è d’obbligo perché a sentire di una metropoli chiusa per smog e di una nebbia di inquinamento fitta al punto da non permettere di vedere il colore dei semafori si spererebbe di essere in un film. Invece no, la città in questione appartiene al pianeta Terra. È la cinese Harbin, per l’esattezza, il capoluogo dello Heilongjiang, l'ex Manciuria, terra al confine con Russia e Corea del Nord, all’estremo Nord-est del Paese.
L’episodio di cronaca, che ha fatto accapponare la pelle al mondo intero, è presto raccontato: qualche giorno fa le autorità cittadine hanno dovuto bloccare la metropoli e i suoi 11 milioni di abitanti. Il tasso di polveri sottili (il PM10 e il PM2,5, ovvero il particolato sottile rispettivamente del diametro di 10 micron e 2,5 micron) presenti in atmosfera aveva raggiunto i 500 microgrammi, con punte di 1000. Nonostante la volontà (e il tentativo) sistematica di coprire la verità sulla qualità dell’aria da parte cinese, questa volta non c’è stata scelta. E basta dare un’occhiata ai numeri per capire il perché: il livello medio di PM10 in tutto il mondo varia tra i 21 microgrammi per metro cubo e i 142, con una media, che separa l’inquinamento cosiddetto “preoccupante” da quello che non lo è, a 71 microgrammi, la sirena di allarme gravissimo scatta a 300.
Ma forse i numeri non sono neppure necessari se la coltre di fumo che ha ricoperto la città era molto più simile a quella che si sprigiona da un incendio piuttosto che alla tipica nebbia valpadana e il semplice respirare provocava persino dolore. Così, sono state chiuse scuole, fabbriche, negozi, si sono fermati gli aerei e le macchine per una giornata intera. La produttiva Harbin è stata messa in pausa. Per certo ha contribuito l’ingente numero di autovetture, sicuramente ha fatto la sua parte la riaccensione dei riscaldamenti nelle abitazioni (che in Cina vanno a carbone, come le fabbriche), fatto sta che la situazione è diventata ingestibile. Harbin, però, è solo la punta di un’emergenza che si sta espandendo a macchia d’olio per tutta la Cina, a cominciare dalle città principali.
E il caso non fa che riproporre all’attenzione mondiale un problema che non è polvere che si possa nascondere sotto al tappeto, nonostante la tendenza omertose delle autorità cinesi. Questa volta non è stato possibile insabbiare i dati sull’inquinamento per proteggere le economie locali, né c’è stato bisogno delle denunce delle organizzazioni ambientaliste (specialmente straniere) che da anni denunciano la mancanza di trasparenza.
Ormai la popolazione autoctona ha preso consapevolezza ed è sempre meno disposta ad accettare passivamente di barattare la crescita economica con la salute: ha pagato in proprio gli 8500 i morti di smog nelle megalopoli cinesi nel 2012 e la crescita del 60% in 10 anni dei tumori ai polmoni. Anche i più alti vertici istituzionali non possano fare finta di nulla e il Governo impone alle regioni prossime alla capitale di tagliare i livelli di PM 2,5, le particelle più letali, del 25% entro il 2017. Lo sviluppo non può essere a qualunque costo. Chissà che lo smog di Harbin non aiuti a fare chiarezza.

 
 

Earth Day Srl. Copyright © 2014 - All rights reserved.
Registrazione Tribunale di Roma N.247 del 11/11/2014