1 Dicembre 2013
Samanta La Manna
CAMBIAMENTO CLIMATICO
1 Dicembre 2013
Samanta La Manna

Varsavia, Antognazza: “tutti Paesi vanno nella direzione di un accordo globale”

Il Vicepresidente di Italian Climate Network ha spiegato che è sparita la parola Commitements, quindi impegni, sostituita dalla parola Contributions, quindi contributi, e per di più volontari da parte dei vari Paesi. Ma qualcosa di buono è stato prodotto

È ormai chiaro che, al fine di limitare gli impatti dei cambiamenti climatici entro limiti che la società sarà in grado di tollerare, le temperature medie globali devono essere stabilizzate entro due gradi Celsius. La scorsa settimana a Varsavia, durante l’incontro annuale delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici si è discusso di quali soluzioni avviare, e di come impegnare, nel 2020, tutti i Paesi a un patto, non solo quadro, ma vincolante. Il parere delle ONG che hanno lasciato i negoziati prima della conclusione dei lavori non è positivo. Abbiamo è chiesto al vicepresidente di Italian Climate Network di spiegare com’è andata

Il 24 Novembre si è conclusa, a Varsavia, la 19° Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Com’è andata?

È andata abbastanza bene, Il lavoro sulle foreste è stato finito dopo sette anni e quindi al momento c'è una piattaforma di lavoro che permette di combattere la deforestazione, una delle prime fonti di emissioni di gas serra sul pianeta, corrispondente circa al 20%. Il meccanismo del Redd è operativo finanziato grazie a un contributo di 280milioni di dollari. C'è un minimo di rammarico perché a livello di ambizione e impegno di molti Paesi non si è visto, una volontà in più. Sul tavolo negoziale della Durban Platform, - quel tavolo istituito a Durban nel 2011, che dovrà portare a Parigi alla firma del nuovo trattato globale e che andrà a sostituire il protocollo di Kyoto - c'è stato un piccolo rallentamento: è sparita la parola Commitements, quindi impegni, sostituita dalla parola Contributions, quindi contributi, che saranno volontari da parte dei vari Paesi. La cosa positiva è che tutti i singoli Paesi, stanno andando nella direzione di un accordo globale. A differenza del protocollo di Kyoto, racchiuderà tutti i 191 paesi delle Nazioni Unite.

Ha parlato del REDD, può spiegare cos’è?

Si tratta di Riduzione di Emissione da Deforestazione (acronimo di Reducing Emission from Deforestation and forest Degradation ndr): è un meccanismo che serve a favorire progetti e rendicontazioni che permettono di gestire al meglio le foreste. In particolar modo le foreste, tropicali, che in questi ultimi trenta anni sono state soggette a una forte deforestazione.

Le principale Organizzazioni Non Governative hanno abbandonato i negoziati quando, secondo loro, la Conferenza si avviava a offrire non quel che serve al Pianeta. Cosa ha prodotto questo sul proseguimento dei lavori?

Le più grandi ONG hanno deciso quest'anno di fare una protesta non violenta, questa walk out da Varsavia per dare un segnale forte, come a dire: “non riscontriamo nelle vostre intenzioni dell'ambizione. Pur consapevoli delle difficoltà di ogni Paese e consapevoli di ogni difficoltà di mediazione tra le varie posizioni non riscontriamo nel vostro atteggiamento un'ambizione che vada oltre gli interessi nazionali verso interessi sovranazionali, quindi usciamo”.
Quest'anno questo passaggio, secondo me ha portato un suo effetto, perché stare in plenaria riuniti sentendo le urla da fuori che spronavano ad agire, ha contribuito anche a influenzare non tanto il negoziatore in sé, ma quanto l'opinione pubblica, si è influenzato di più i politici che erano a casa, per cercare di spingere chi era lì ad agire, magari i risultati di queste azioni non si sono visti direttamente a Varsavia. Però già dall'anno prossimo nel percorso che ci porterà prima al summit di settembre con Ban Ki-moon a New York, poi alla conferenza di Lima, probabilmente si vedranno i risultati di questa azione.

Il rapporto 2013 dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) se da una parte afferma la responsabilità antropica del cambiamento climatico sostenendo la gravità della situazione, dall’altra avvisa che non è irreversibile, invitando ad azioni concrete. Questo, ha influito sulla Conferenza? E, se sì, come?

Sicuramente sì, il documento finale adottato nella Durban Platform fa subito un richiamo all’urgenza che gli scienziati della IPCC hanno già messo in rilievo nel loro rapporto. I documenti della IPCC vengono immediatamente recepiti dal consenso della Convenzione Quadro sui cambiamenti climatici. Logicamente i tempi erano stretti perché il rapporto è uscito il 30 settembre del 2013, i meccanismi negoziali sono complessi e complicati però sicuramente l'urgenza delle conclusioni contenute nel primo gruppo di lavoro del quinto rapporto IPCC sono state immediatamente recepite. Ormai è inequivocabile il cambiamento climatico è in atto.

Cosa cambierà realmente per i cittadini italiani?

In concreto nel senso di vita spiccia quotidiana, quello che è successo a Varsavia non cambia, però dovrebbe cambiare qualcosa: la protesta fatta dalle associazioni dovrebbe essere come dire un esempio per i cittadini italiani. Ovviamente non si risolve la crisi climatica solo in presenza di un accordo tipo Kyoto, non basta, bisogna agire a livello locale, nazionale, regionale; ci sono delle esperienze di governo e di politiche molto efficaci, ad esempio alcuni comuni virtuosi che hanno aderito al patto dei sindaci con dei piani locali molto efficaci, molto efficienti sulla riduzione delle emissioni e sulla nuova gestione delle città. La politica deve decidere ma il cittadino deve guidarla, facendo capire che se si va nella direzione sbagliata non si avrà più il consenso.
Faccio riferimento alla strategia europea sull'adattamento che indica, tra le prime stime come ogni euro speso in prevenzione, quindi in adattamento ai cambiamenti climatici, fa in modo che ne vengano risparmiati sei per mettere a ripristino i danni causati dagli eventi estremi dovuti al clima che cambia. Una politica climatica di per sé non è solo una politica ambientale è qualcosa di più che prende molti settori e quindi bisogna informare per far capire queste connessioni, probabilmente il cittadino in molti casi le ha già capite, bisogna informare forse di più il decisore politico vista la cooperazione tra mondo delle associazioni, mondo dei cittadini e il mondo degli scienziati: devono cercare di agire in maniera coordinata e cooperativa.

 
 

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