15 Ottobre 2019
Giuliano Giulianini
CUSTODIRE IL CREATO
15 Ottobre 2019
Giuliano Giulianini

Agricoltura, miniere e… ambientalismo: le minacce moderne alla sopravvivenza dei popoli indigeni

Dal Sinodo Amazzonico in corso a Roma, la “voce” dei popoli originari, non solo sudamericani, denuncia furto di terre, aggressioni, violenze e razzismo in nome del profitto, del progresso e, incredibilmente, della tutela della Natura. L’intervista a Survival International Italia.

In questi giorni a Roma è in corso il Sinodo dei Vescovi voluto da papa Francesco e incentrato sul tema “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale”. Tra le realtà laiche che partecipano agli eventi collaterali c’è Survival, associazione internazionale che da 50 anni difende i diritti dei popoli indigeni. Per dare risalto ai problemi concreti che affliggono le popolazioni cosiddette “originarie”, recentemente la ONG ha lanciato un appello per mantenere alta l’attenzione sugli incendi amazzonici, che non minacciano soltanto piante e animali, ma anche le popolazioni che vivono nella foresta. Ne abbiamo parlato con Francesca Casella, direttrice della sede italiana di Survival International, intervistata per “Ecosistema” il programma di Earth Day Italia trasmesso da Radio Vaticana Italia.

Quanti popoli indigeni vivono in Amazzonia e in quali aree?
In Amazzonia vivono almeno un milione di indigeni. Sono distribuiti in tutti i nove paesi che compongono il territorio amazzonico, anche se un’enorme concentrazione è ovviamente in Brasile. Il loro numero varia moltissimo: dai sessantacinquemila Asháninka del Perù ai soli quattro Akuntsu che sono sopravvissuti in Rondonia (stato federale brasiliano, nda.). Ci sono anche moltissimi popoli incontattati. In Amazzonia vive la più alta concentrazione di popoli distanti, non contattati dalle società che li circondano. Se ne contano addirittura 80, ma forse anche 100, nel solo Brasile. I popoli incontattati sono i più vulnerabili. Di loro si sa molto poco: che la decisione di vivere in isolamento è stata dettata dal bisogno di sopravvivere ai genocidi, alle violazioni dei loro diritti, alle violenze che nel passato hanno decimato loro e i loro parenti. Di questi popoli sopravvivono alcuni gruppi di qualche centinaio di persone, ma in alcuni casi sappiamo che ce ne possono essere addirittura anche solo uno o due.

Survival, anche di recente, ha lanciato l’allarme contro il genocidio (questa è la parola usata) verso i popoli incontattati. Come avviene questo genocidio, che ovviamente non avrà le forme del passato?
Le minacce alla sopravvivenza dei popoli indigeni amazzonici, contattati o meno, sono in parte quelle di sempre: l'invasione delle loro terre da parte dei coloni, dei cercatori d'oro, delle compagnie petrolifere o dei minatori; la costruzione di strade e dighe idroelettriche. Un tempo c’è stato soprattutto il boom del caucciù; adesso ci sono queste altre forme alternative di sfruttamento delle risorse. Ci sono anche minacce assolutamente nuove. Ad esempio quelle istigate dal razzismo di cui sono intrise le parole e gli appelli di Bolsonaro (il Presidente del Brasile, nda.), che cerca di aprire in tutti i modi la foresta amazzonica allo sfruttamento delle sue risorse e soprattutto alle piantagioni di soia, agli allevamenti, allo sfruttamento minerario. A differenza del passato oggi esistono leggi che difendono i diritti dei popoli indigeni alle loro terre; il loro diritto soprattutto all'uso esclusivo di questi territori; ad essere consultati ogni qual volta nei loro territori vengano varati dei progetti destinati ad avere un impatto sulle loro vite. Ma non vengono rispettate. L'impunità è un problema enorme, quindi oggi chiunque faccia appelli in questo senso e istighi all'invasione delle terre, come fa Bolsonaro, viola la legge e commette sostanzialmente un crimine. Gli appelli e le parole intrise di odio e razzismo di Bolsonaro, in qualche modo oggi legittimano una corsa sfrenata alle terre amazzoniche che non si vedeva da 50 anni.
C'è stato per esempio un episodio eclatante il 10 agosto, quando coloni, tagliatori di legna e allevatori hanno dato fuoco a tantissime aree della foresta proprio per esprimere il loro sostegno alla politica di Bolsonaro, con la convinzione di poterla fare franca, sostanzialmente, cioè di poter godere dell’impunità.

Come reagisce la società civile brasiliana a queste provocazioni e a questi fatti. Leggendo i vostri comunicati si scopre che molte delle informazioni sulle sofferenze e privazioni sofferte dai popoli indigeni vengono da ex funzionari del Governo, che in passato avevano partecipato all'applicazione e alla stesura di quelle leggi di protezione fatte nei decenni scorsi.
Molti brasiliani hanno votato per Bolsonaro (diventato Presidente a gennaio 2019, nda.) ma credo che adesso si siano ricreduti di fronte alle sue paradossali dichiarazioni; soprattutto con le sue incredibili uscite fatte recentemente all'ONU (a settembre Bolsonaro ha dichiarato, tra l’altro: “È un errore affermare che è patrimonio dell'umanità e un malinteso confermato dagli scienziati dire che le nostre foreste amazzoniche sono i polmoni del mondo”; e anche: “Molti degli indigeni che vivono in Brasile puntano allo sviluppo, per poter essere liberati dalle catene”, nda.). Da un lato c’è sgomento dall'altro continua il sostegno alla sua politica. Soprattutto da parte della lobby dell'agro-business che è molto potente al Congresso (il parlamento brasiliano, nda.) che lo ha sostenuto durante le elezioni e continua a sostenerlo adesso. Ma la reazione più importante, su cui bisogna richiamare l'attenzione, sicuramente è stata quella delle popolazioni indigene stesse, che ovunque hanno organizzato in modo molto forte e compatto azioni di resistenza e di protesta. A gennaio c'è stato uno dei più grandi movimenti di protesta della storia in difesa dei diritti dei popoli indigeni; promosso proprio da loro. In aprile ci sono state altre grandi manifestazioni. Ancora oggi, ovunque, i popoli indigeni si stanno organizzando per esprimere la loro assoluta determinazione a resistere. Come durante uno dei tanti incontri che ci sono stati con alcuni dei loro leader presenti a Roma in questi giorni, continuano a dire: “Abbiamo resistito per centinaia di anni, non sarà certo questo attacco irresponsabile di Bolsonaro a farci desistere. Noi continueremo a lottare, siamo in prima linea nella difesa non soltanto dell'Amazzonia e dei nostri diritti, ma del futuro di tutto il mondo. Per questo abbiamo bisogno che tutti ci uniamo insieme per difendere il futuro, sostanzialmente, dell'umanità.”

Parlando di popoli indigeni non si parla solo di Amazzonia e di Sudamerica. Per fortuna ci sono ancora, nel XXI secolo, popoli indigeni in altre parti del mondo, tra cui l'Africa. Recentemente avete lanciato un altro allarme sociale globale: quello per il popolo Baka in Congo dove avete parlato di “colonialismo della conservazione”: questa apparente contraddizione per cui i “campioni” della conservazione della Natura mettono in atto politiche che però vanno contro la permanenza, sussistenza e l’esistenza stessa delle popolazioni ancestrali.
Una delle grandi battaglie di Survival International è di cercare di “decolonizzare” la conservazione, ma anche l'educazione e il cosiddetto sviluppo. Perché “decolonizzare”? Nel caso della conservazione di flora e fauna, ad esempio, vengono applicati modelli di tutela di stampo sostanzialmente colonialista, nati anni fa in America e poi esportati soprattutto in Asia e in Africa. Un modello che vede nella presenza dell'uomo all'interno delle aree protette, sostanzialmente un elemento di disturbo e di distruzione, anziché un potenziale alleato. Così, nonostante i popoli indigeni siano i migliori custodi della Natura (le prove scientifiche sono evidenti e schiaccianti in questo senso), nella maggior parte dei casi vengono sfrattati a forza dai loro territori nel momento in cui questi vengono dichiarati parchi o riserve. Sono relegati in aree di reinsediamento, condannati sostanzialmente a una vita di povertà e di miseria, lontano dalle terre native che per loro significano tutto: soprattutto la vita. È paradossale perché la maggiore concentrazione di biodiversità del nostro pianeta si ha proprio nelle terre indigene. Le duecento aree a più grande biodiversità del pianeta sono nelle terre indigene, e circa l’80% per cento della biodiversità della Terra è all'interno dei territori. Ciò rende quanto mai paradossale questo fenomeno che si basa su un principio che noi definiamo appunto “colonialista”, perché presuppone che noi sappiamo meglio della popolazione locale, meglio degli altri, come conservare la Natura. In realtà le prove scientifiche dimostrano assolutamente il contrario: i popoli indigeni hanno sempre fatto meglio di noi. Non voglio dire che siano in assoluto dei geni dell'ecologia ma, sicuramente, laddove le loro terre rimangono sotto il loro controllo, e loro le possono gestire, la biodiversità prolifera. Guardando i loro territori dall'alto, molto spesso le loro aree si vedono come piccole isole di verde in mezzo a mari di deforestazione. Spesso le loro terre costituiscono anche la migliore barriere alla deforestazione, oltre che all'assalto delle compagnie esterne. Quindi difendere i loro diritti (noi lo sosteniamo continuamente) è il modo migliore, più efficace, e anche più economico per difendere anche la Natura.

Ci sono anche buone notizie in questo periodo sul fronte dei diritti dei popoli indigeni. Una è questo Sinodo a cui stiamo assistendo. Survival Italia è stata invitata al Sinodo, pur essendo un'associazione laica, per portare la testimonianza delle popolazioni indigene che da 50 anni l'associazione rappresenta. Avete portato qui il progetto “Tribal voice”; ci parli di questo progetto e della vostra attività nelle prossime giornate.
Siamo felici di partecipare agli eventi collaterali al Sinodo con il progetto “Tribal voice” che diffonde la voce dei popoli indigeni del mondo. I popoli indigeni sono minacciati da razzismo, sviluppo forzato e violenze genocide. I loro diritti sono violati e vengono derubati di terre e risorse per profitto. Per permettere tutto ciò, governi e multinazionali molto spesso utilizzano l'arma del silenzio, cioè cercano di ridurli al silenzio e reprimere le loro proteste. Per questo abbiamo messo a loro disposizione un palcoscenico virtuale: una piattaforma da cui rimbalzare nel mondo tutti i loro appelli e messaggi; qualunque cosa abbiano da dire e raccontare al mondo esterno. Possono essere semplicemente racconti della loro vita quotidiana, riflessioni sul loro stile di vita, denunce in tempo reale sulle violenze che subiscono; ma anche appelli all’opinione pubblica perché si mobiliti insieme a loro, in difesa dei loro diritti. Traduciamo in tutte le lingue questi brevi video-messaggi e, attraverso la nostra piattaforma internet e i social, li facciamo arrivare direttamente sui telefonini e sui monitor dei computer del pubblico e di chiunque abbia voglia di ascoltarli. Riteniamo che il mondo abbia bisogno dei popoli indigeni e che sia arrivato il momento di ascoltarli. Lo stiamo facendo portando la loro voce ovunque. Non soltanto la voce dei popoli amazzonici, ma anche quella dei popoli ad esempio non cattolici, o di altri continenti, che attraverso “Tribal voice” possono essere ascoltati qui ad “Amazzonia casa comune” (il calendario di eventi a margine del Sinodo, nda.). Anche questo è lo scopo della nostra presenza qui.

Anche durante il Sinodo, rappresentanti dei popoli indigeni hanno tratto giovamento dal vedere questi video di popolazioni diverse da loro con cui vengono in contatto in questo modo. Quindi i video rappresentano uno scambio non solo con il pubblico occidentale o con persone comuni della comunità internazionale, ma anche con persone che hanno lo stesso problema in altre parti del mondo.
Sì, questo è un altro degli obiettivi di “Tribal voice”: permettere a popoli indigeni che condividono gli stessi problemi di rendersene conto e condividere con popoli di altre parti del mondo strategie e riflessioni; darsi sostegno reciproco, individuare strategie comuni di lotta e di resistenza. Perché, come loro stessi continuano dire in questi giorni: la lotta per i diritti dei popoli indigeni li coinvolge tutti e che deve riguardare non soltanto loro ma anche noi insieme a loro, per il bene di tutta l'umanità.
Il prossimo incontro è sabato 19 ottobre alle 18 presso l'ESC Atelier di via dei Volsci a Roma. Parteciperà un gruppo molto folto di leader indigeni dell'amazzonia, tra cui Sonia Guajajara che si era candidata alle elezioni presidenziali in Brasile l'anno scorso. L'incontro è organizzato da Survival in collaborazione con Greenpeace e con la rete “In Difesa Di - per i diritti umani e chi li difende”. L'incontro sarà seguito anche dalla proiezione di un documentario di Francesco De Augustinis dal titolo “Deforestazione Made in Italy”. È un appuntamento importante: sarà un'occasione, in questi giorni fortunatamente non unica ma una delle tante opportunità, per ascoltare una rappresentanza nutrita di popoli indigeni che avranno tante cose diverse da raccontarci per ispirare e motivare ancor di più la nostra battaglia in loro sostegno. Un altro appuntamento con "TribalVoice" è in programma lunedì 21 ottobre dalle 19 alle 20.30 presso il Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo di via Padre Pancrazio Pfeiffer 24 (via della Conciliazione - San Pietro).
Chiunque voglia rimanere aggiornato sugli appuntamenti e gli eventi legati a queste settimane straordinarie del Sinodo può seguire alcuni hashtag: quello di Survival #stopbrazilgenocide per partecipare alle azioni urgenti in sostegno dei popoli indigeni amazzonici; quello di #amazzoniacasacomune per gli eventi paralleli al Sinodo in generale; e #tribalvoice per guardare anche da casa, sul proprio telefonino, i video che abbiamo raccolto, tradotto e stiamo rimbalzando nel mondo per sostenere la lotta dei popoli indigeni.

Intervista a Francesca Casella del 15 ottobre 2019

Survival International Italia racconta il presente dei popoli indigeni in Sudamerica e Africa al Sinodo Amazzonico in corso a Roma. Le violenze, i soprusi e i diritti negati sono riportati all'attenzione dell'opinione pubblica dall'associazione che da voce a queste popolazioni, anche attraverso la tecnologia dei social network.

 
 

Earth Day Srl. Copyright © 2014 - All rights reserved.
Registrazione Tribunale di Roma N.247 del 11/11/2014