29 Ottobre 2019
Gabriele Renzi
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29 Ottobre 2019
Gabriele Renzi

Chiuso il Sinodo dedicato all’Amazzonia. Al grido della Terra si unisce quello dei popoli indigeni

Domenico Gaudioso: ero abituato a studiare certi fenomeni leggendo i dati, seguendo il Sinodo ho sperimentato cosa voglia dire distruggere la foresta per i suoi abitanti

Si è chiuso domenica 27 ottobre il l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi dedicata all'Amazzonia. Per tre settimane la il grido della terra e dei popoli amazzonici è stato l'oggetto di ascolto, confronto e discussione tra interna alla chiesa e tra chiesa e società civile.

Intervenendo su “Ecosistema”, programma di Earth Day Italia trasmesso su Radio Vaticana Italia, ne ha parlato Domenico Gaudioso, esperto di cambiamenti climatici ed ex dirigente Ispra, tra gli uditori laici invitati ai lavori del Sinodo.

  

Spesso ci ci riferisce all'Amazzonia come al polmone del mondo. So che lei dal punto di vista scientifico non condivide fino in fondo questa affermazione, ma può spiegarci qual è il valore di questo ambiente per la regolazione del clima a livello locale e globale?
L'espressione “polmone del mondo” o “riserva di ossigeno” è imprecisa perché in realtà quella amazzonica è una foresta matura e rilascia tanto ossigeno quanto ne assorbe dall'atmosfera: è quindi in una situazione di equilibrio.
Non possiamo correttamente usare questa espressione, ma ciò non toglie che la foresta abbia un'importanza cruciale per la regolazione del clima da tanti punti di vista.
Il primo punto di vista riguarda naturalmente il fatto che la foresta amazzonica è un incredibile di riserva di carbonio: si calcola che se tutto il carbonio dell'Amazzonia fosse rilasciato in atmosfera corrisponderebbe alla CO2 emessa da tutto il pianeta in 140 anni, quindi può immaginare, nella situazione in cui stiamo cercando di limitare le emissioni di carbonio per mantenere il riscaldamento sotto un grado e mezzo, quanto sia importante il ruolo della foresta amazzonica.
Naturalmente ci sono poi anche altri elementi che la rendono così importante.
Tutte le precipitazioni nell’America latina sono influenzate dalla traspirazione degli alberi della foresta amazzonica anche a migliaia e migliaia di chilometri di distanza, quindi non è un'esagerazione dire che, come ha fatto il professor Schellnhuber che è intervenuto al Sinodo, se distruggiamo l'Amazzonia distruggiamo il clima del pianeta.
Si stima inoltre che in Amazzonia si trovi il 20% delle risorse di acqua dolce, escludendo i ghiacciai e le calotte polari, e il 25% della biodiversità complessiva del pianeta. Risorse che bisogna rendere importanti anche per le popolazioni locali perché sia possibile che continuino a vivere in quest'area come fanno da sempre attraverso un utilizzo sostenibile della foresta e non attraverso la sua distruzione.

  

L'enorme mole di incendi che si sono verificati nella regione nei mesi scorsi ha scosso l'opinione pubblica globale. Si era mai assistito prima d'ora ad un fronte di fuoco così ampio? 
Ci sono stati nella storia dei picchi nel fenomeno della deforestazione. 
Tutto è partito ovviamente con la con la colonizzazione dell’America del Sud, ma è cominciato ad aumentare a partire dal 1971 con la costruzione dell'autostrada transamazzonica, progredendo prima lentamente, poi, a partire dal 1990, in maniera molto più veloce con un picco intorno al 2005. Dopo questo picco le misure messe in atto sia dalla comunità internazionale che dal governo brasiliano hanno ridotto di molto l'entità della deforestazione. Tra queste misure ad esempio il divieto di esportazione della soia proveniente da terre deforestate che ha funzionato anche abbastanza bene.
La deforestazione ha ripreso ad aumentare nel 2015 e questo andamento dell'estate 2019 è particolarmente significativo perché il numero dei fuochi che sono stati contati è circa il doppio di quello dell'anno precedente. 
Il processo comincia con un primo taglio degli alberi di alto fusto; a questo primo step segue l'incendio che viene utilizzato dai contadini per arricchire di sostanze nutritive il terreno e cominciare le coltivazioni. Il problema è che il terreno amazzonico rimane fertile per poco tempo, dopo di che viene rilavato dalle piogge e non risulta più adatto per proseguire le coltivazioni per cui bisogna proseguire un processo di nuova deforestazione.

   

La questione amazzonica è una delle emergenze globali anche per i suoi risvolti sociali, ha accennato alle tante popolazioni indigene che vivono nel bacino del Rio delle Amazzoni. Questo è stato oggetto del Sinodo appena concluso cui lei ha partecipato in veste di uditore. Che esperienza è stata? 
È stata un'esperienza importantissima, non solo dal punto di vista culturale, ma anche dal punto di vista umano perché il Sinodo ha visto la partecipazione non solo di vescovi e padri missionari, ma anche di rappresentanze della popolazione che vive in quell'area. 
Abituato a conoscere le problematiche sui libri o dai dati che vengono registrati per esempio dai satelliti, ho avuto davanti a me una testimonianza diretta di che cosa significhino le minacce quotidiane alla sopravvivenza dell'Amazzonia anche per la vita delle popolazioni che la abitano. 
Il Sinodo ha dato voce a tutti e ha cercato di individuare un cammino per la chiesa amazzonica che tenesse conto anche delle popolazioni locali, delle loro aspettative e del loro patrimonio culturale.

  

Torniamo sulla questione climatica. Il nostro paese, sottoscrivendo l’agenda 2030 prima e l’accordo di Parigi sul clima poi, si è assunto degli impegni per la riduzione delle emissioni di CO2 e più in generale per una riconversione ecologica del proprio sistema produttivo. Anche per l’Italia, sulla scia di quando annunciato in Europa, si parla di un green new deal e il primo provvedimento in questo senso è il cosiddetto Decreto Clima. Che ne pensa? 
Il Decreto Clima mette insieme anche le forze di diversi ministeri ed enti di ricerca per trovare delle soluzioni a queste problematiche. 
Il problema è che in termini operativi non coinvolge le responsabilità di ministeri come lo sviluppo economico o come i trasporti da cui dipendono sostanzialmente il consumo di energia e l'andamento dei trasporti nel nostro paese, ma si basa un po’ sulle misure che possono essere assunte e gestite dal ministero dell'ambiente che ha competenze limitate. 
Se lo consideriamo come un primo passo è un primo passo importante, ma certamente non è qualcosa che può esaurire l'impegno dell’Italia per il rispetto dell'agenda 2030 e dell’accordo di Parigi.

Intervista a Domenico Gaudioso del 29 ottobre 2019

A chiusura del Sinodo dedicato all'Amazzonia, Domenico Gaudioso, esperto di cambiamenti climatici ed ex dirigente Ispra, interviene su Ecosistema, trasmissione di Earth Day italia in onda su Radio Vaticana Italia.

 
 

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