2 Aprile 2019
Giuliano Giulianini
ECOSISTEMI E BIODIVERSITÀ
2 Aprile 2019
Giuliano Giulianini

Il paradosso degli indigeni: custodi della biodiversità scacciati dalle riserve naturali

I popoli indigeni e tribali rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma subiscono ovunque ingiustizie legali, economiche, culturali. In nome della conservazione sono spesso addirittura scacciati da quei paradisi naturali con cui sono stati in armonia per millenni. Intervista a Francesca Casella, direttrice di Survival Italia.

La grande foresta amazzonica, polmone del mondo, copre quasi il 45% del continente sudamericano. Oltre alle specie animali e vegetali, ad essere in pericolo sono anche le popolazioni umane, in particolare quelle indigene, che da millenni vivono in armonia con la natura. In Amazzonia vivono quasi tre milioni di indigeni, appartenenti a circa 400 popolazioni diverse, 137 delle quali vivono isolate e non sono mai state contattate. 
I popoli indigeni rappresentano il 5% della popolazione mondiale, 370 milioni di persone, ma, come ha sottolineato recentemente papa Francesco, “si prendono cura del 22% della superficie terrestre”: sulle banchise dell'Artico, sugli altipiani Africani, nelle giungle asiatiche o, appunto nella regione amazzonica. Il sinodo dei vescovi del prossimo ottobre sarà dedicato proprio a quest'area del pianeta dove le economie, le culture e la sopravvivenza stessa delle popolazioni originarie sono minacciate in vario modo.
 Di questo si parlerà il 27 aprile al Villaggio per la Terra di Villa Borghese, in un convegno aperto a tutti. Tra i partecipanti ci sarà Survival International, associazione che difende i diritti dei popoli indigeni in tutto il mondo, che festeggerà nell'occasione i 50 anni di attività. Francesca Casella, direttrice della sede italiana di Survival International, è intervenuta nel programma “Ecosistema”, rubrica radiofonica di ambiente, economia, società e innovazione a cura di EarthDay.it, trasmessa ogni martedì da Radio Vaticana Italia.

Parliamo di popoli indigeni e popoli tribali. Partiamo dalla definizione.
Una definizione accettata unanimemente da tutti non esiste. Tuttavia, in generale, con il termine “indigeno” ci si riferisce agli abitanti originari di un paese, o meglio del paese in cui questi popoli vivono; oppure a persone che ci vivono da centinaia, se non addirittura da migliaia di anni. I popoli indigeni, nel mondo, contano almeno 370 milioni di persone che corrispondono, grosso modo, al 5-6% della popolazione del nostro pianeta, e si trovano in almeno 60 nazioni diverse. Sono numeri che variano molto. Per esempio, tra i più numerosi ci sono i quechua: 10 milioni. Tra i meno numerosi invece, voglio citare a titolo d'esempio il cosiddetto “ultimo della sua tribù”. Si tratta di una persona che vive sola in un angolo della foresta amazzonica, nello stato brasiliano di Rondonia, una delle regioni più violente del Brasile, completamente circondato dal bestiame degli allevatori e dalle piantagioni di soia che hanno occupato il suo territorio. I popoli indigeni comprendono, come sottoinsieme, i popoli tribali: tra i popoli indigeni sono coloro che continuano a vivere da generazioni, e ancora oggi, in comunità tribali. Sono circa 150 milioni. Sono popoli in gran parte autosufficienti e comprendono una grande varietà di gruppi, con stili di vita molto diversi, in una straordinaria diversità di ambienti, da un capo all'altro del nostro pianeta. Vivono tendenzialmente dalle risorse del loro territorio; ovvero principalmente di caccia, pesca, raccolta, oppure di agricoltura e allevamento, però su piccola scala. Una cosa che li accomuna tutti, nonostante le grandi differenze, è il fatto che le loro economie e le loro culture si fondano sempre su una conoscenza molto intima e profonda delle loro terre, con cui mantengono un legame veramente vitale, inscindibile: sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista spirituale. Sono minoranze, nella maggior parte dei casi; parlano una loro lingua; hanno sistemi sociali e culturali loro propri; e (questa è una cosa molto importante) si considerano e vedono sé stessi come distinti dalle società dominanti che li circondano. Questo fattore, il fatto di riconoscersi come popoli indigeni e tribali, è previsto anche dalla definizione ufficiale che danno di loro le Nazioni Unite.

Il vedersi come entità autonome distingue gli “indigeni” dal concetto di nazione?
Ciò che li distingue dalla nazione è il fatto di non avere sovranità nei loro paesi, nel senso tecnico e legale del termine. Cioè sono cittadini delle nazioni in cui vivono, come chiunque altro, e come tali possono godere di tutti i diritti che hanno i cittadini di quella nazione; ma non ne sono indipendenti. Molto spesso in virtù di questa loro classificazione subiscono purtroppo delle grandi discriminazioni. In alcuni paesi i popoli tribali sono delle piccolissime minoranze; ma in alcune nazioni possono arrivare anche a rappresentare la maggioranza nella popolazione. Per esempio i quechua costituiscono quasi la metà della popolazione del Perù e, insieme ai quechua della Bolivia sono il popolo indigeno più numeroso d'America. Nonostante questo, nel quadro politico dei paesi in cui vivo non hanno nessuna voce in capitolo. Addirittura il quechua è una delle lingue ufficiali del Perù ma gli insegnanti si rifiutano di parlarla, e i bambini vengono discriminati se la parlano fin dai loro primi anni di vita.

Abbiamo nominato la rappresentanza politica e il diritto alla propria cultura. Quali sono gli altri diritti negati a questi popoli?
Gli vengono riconosciuti dei diritti particolari in quanto popoli indigeni: il diritto di vivere sulle loro terre ancestrali, il diritto a usare le loro risorse, e il diritto a dare il consenso libero, informato, su tutti i progetti che vengono sviluppati o concepiti sulle loro terre, e che sono destinati ad avere un impatto irreversibile sulle loro vite. Tuttavia questi diritti continuano ad essere negati. Oggi, a differenza del passato, esistono decine di leggi e convenzioni che tutelano i loro diritti specifici: per esempio la convenzione ILO169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, un'agenzia delle Nazioni Unite; oppure, per citarne un'altra importantissima, la Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni dell'ONU, approvata nel 2007 dopo più di vent'anni di difficilissime negoziazioni. Tuttavia, ripeto, questi loro diritti spesso continuano ad essere violati nella totale impunità. Quindi, nel mondo, i popoli indigeni continuano a essere minacciati dal razzismo, dai furti di terra, dallo sviluppo forzato e dalle violenze genocide. Il furto di terra (“land grabbing”, nda.) è un crimine riconosciuto dalla legge internazionale. Tuttavia la corsa alle loro terre continua per profitto.

C'è poi il tema delle “tribù incontattate”. Molti ascoltatori possono pensare che nel 2019 non esistano ancora intere tribù che non hanno mai visto altri esseri umani. Quante e dove sono? Verrebbe da pensare che occorra contattarle per farle rientrare nella “civiltà”. È così?
Assolutamente no. La domanda è un concentrato di cose che non si devono fare. È vero che oggi, nel mondo, esistono più popoli incontattati di quanto noi stessi di Survival non pensassimo 50 anni fa, quando l'associazione è stata costituita. Sono “incontattati”, non perché non sappiano dell'esistenza del mondo esterno ma, al contrario, perché hanno deciso di rifiutare ogni contatto per poter sopravvivere all'invasione delle loro terre e alle violenze genocide che nei secoli scorsi hanno estinto o decimato i loro parenti o le tribù limitrofe. Quindi l'isolamento è stata una scelta forzata nel passato che continua però ancora oggi in modo consapevole, perché le stesse minacce del passato continuano a pendere sulle loro vite anche oggi. Sono tribù di solito molto piccole, che vivono “delle” loro terre e “nelle” loro terre in modo imprescindibile. Come dimostrano tutte le immagini che si riescono a scattare loro da lontano, senza disturbarli, nella maggior parte dei casi sono popoli in salute: le loro comunità sono vibranti; le immagini mostrano sempre uomini, donne e bambini forti, con case circondate da orti, pieni di piante rigogliose di cui cibarsi. Perciò noi di Survival continuiamo a ripetere che quella di vivere in modo isolato è una scelta che loro hanno dovuto fare per poter sopravvivere. Entrare in contatto con il mondo esterno costituisce ancora oggi una grave minaccia per la loro vita perché, per esempio, non hanno difese immunitarie verso le malattie più comuni da noi, come l'influenza e il morbillo, che potrebbero sterminarli nel giro di pochissimo tempo. Quindi, decidere se, come e quando entrare in contatto con il mondo esterno deve rimanere una loro scelta, perché potrebbe comportare una grande perdita di vite umane.

Un'altra cosa contraria al senso comune è che esista un conflitto tra la conservazione integrale di ambienti come la foresta amazzonica e la conservazione delle culture di questi popoli.
È un paradosso, perché non dovrebbe esistere assolutamente nessun conflitto tra la difesa dell'ambiente e la difesa dei diritti dei popoli indigeni. Come l'esistenza stessa dei popoli incontattati dimostra, i popoli indigeni in generale sono i migliori custodi della natura. Grazie ai loro stili di vita molto rispettosi dell'ambiente, sviluppati in modo equilibrato rispetto ai loro territori, i popoli indigeni hanno saputo non soltanto difendere e proteggere la biodiversità, ma in molti casi ne sono addirittura gli artefici: sono coloro che la alimentano. Non è un caso che l'80% della biodiversità terrestre si trovi proprio nei loro territori; e che le 200 aree a maggior biodiversità della Terra siano quasi tutte terre indigene. Eppure succede che, quando i loro territori vengono trasformati in aree protette o parchi, immediatamente i popoli indigeni che li hanno vissuti fino a quel momento ne vengono sfrattati. Oppure, in altri casi, perdono l'accesso alle risorse e la possibilità di praticare gli stili di vita che fino ad allora ne mantenevano e permettevano l'autosufficienza: ad esempio la caccia, che improvvisamente diventa bracconaggio. La situazione è veramente molto grave, perché sempre più popoli vengono sfrattati dai parchi e dalle riserve del mondo. Si parla addirittura di diversi milioni di “rifugiati dalla conservazione” che si ritrovano costretti a vivere ai margini dei loro territorio in condizioni di estrema povertà, o addirittura perdono la vita dopo decenni di persecuzioni, torture e vessazioni. È una situazione intollerabile e paradossale, perché i territori che noi dobbiamo proteggere hanno bisogno dei popoli indigeni: molto spesso la loro presenza costituisce veramente la maggiore, migliore e più efficace barriera alla deforestazione. Perciò va sicuramente promosso un modello diverso, che metta i popoli indigeni al centro e alla guida della conservazione: hanno sicuramente molto da insegnarci.

Quest'anno Survival festeggia il mezzo secolo, 50 anni di attività. Le chiedo di fare un bilancio, che verrà portato anche il 27 aprile al Villaggio per la Terra, in un convegno dedicato proprio all'Amazzonia.
Survival è stata fondata nel 1969, dopo la pubblicazione di un articolo straordinario del grande giornalista Norman Lewis sul Sunday Times inglese, in cui venivano denunciate le atrocità inflitte all'epoca gli indiani brasiliani. Da allora noi abbiamo continuato a crescere, a espandere il nostro raggio d'azione; fino a diventare oggi l'unico movimento mondiale in difesa dei popoli indigeni di tutto il mondo, con sostenitori da oltre 100 paesi del mondo e diversi uffici in Europa. Sono cambiate molte cose da allora: all'epoca gli stermini di massa, la schiavitù, le epidemie e i massacri dei popoli indigeni venivano considerati, in generale, come un prezzo doloroso ma inevitabile da pagare al progresso e allo sviluppo. Oggi invece, finalmente, sempre più persone riconoscono l'inalienabilità dei loro diritti e il valore delle loro culture. Tuttavia c'è ancora tantissimo da fare, soprattutto per sgretolare alcuni pregiudizi che costituiscono una delle minacce più gravi alla sopravvivenza dei popoli indigeni in tutto il mondo. Ovvero [il pregiudizio] che si tratti di popoli “primitivi”, “arretrati”. Un pretesto che molto spesso non fa altro che esporli ad abominevoli violazioni dei loro diritti umani, e all'assimilazione forzata nella cultura e nelle economie dominanti. I popoli indigeni, al contrario di quello che alcuni ancora pensano, non sono affatto arretrati, non sono primitivi. Sono popoli per definizione “contemporanei” e “moderni”, proprio perché esistono oggi, qui e ora, come noi stessi. Le loro culture costituiscono dei patrimoni di conoscenza che possono aiutarci a risolvere alcuni dei problemi e delle sfide più grandi che ci pone oggi il pianeta: come i cambiamenti climatici e la protezione dell'ambiente. Noi stiamo facendo di tutto per far passare questo concetto e per garantire, non soltanto il rispetto dei diritti umani dei popoli indigeni, che è una questione fondamentale di diritti umani, ma per dimostrare che la loro sopravvivenza è anche nell'interesse di tutta l'umanità. Non ci arrenderemo fino a quando non sarà così. Chiunque voglia approfondire la conoscenza della nostra associazione e partecipare alle nostre campagne, o ricevere notizie sui popoli indigeni, può visitare il nostro sito www.survival.it. Abbiamo veramente bisogno di aiuto da parte di tutti perché, come dimostrano i tanti successi che abbiamo raccolto nei nostri 50 anni di lavoro sul campo, la pressione dell'opinione pubblica è davvero la forza più efficace che possiamo usare per produrre dei cambiamenti concreti e ottenere il rispetto permanenti dei diritti dei popoli indigeni. Perciò informatevi e aiutateci. Partecipate anche voi al movimento.

Intervista con Francesca Casella del 2 aprile 2019

La direttrice di Survival Italia racconta i soprusi, le minacce e i pregiudizi che i popoli indigeni del mondo devono affrontare per sopravvivere all'omologazione

 
 

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