23 Febbraio 2017
Marina Dal Agnol
ECOSISTEMI E BIODIVERSITÀ
23 Febbraio 2017
Marina Dal Agnol

Salvando i lemuri con un selfie

Dagli Stati Uniti un sistema di riconoscimento facciale per monitorare i lemuri in maniera non invasiva ed economicamente vantaggiosa

La febbre da selfie non si limita agli esseri umani.

Con l’aiuto di un nuovo metodo per il monitoraggio di animali in ambiente naturale pubblicato sulla rivista BMC Zoology, i ricercatori dovranno solo fotografare i musi dei loro oggetti di studio invece di catturarli e marcarli tramite collari. Il nuovo metodo è stato progettato e programmato per monitorare una popolazione di lemuri, in particolare il lemure dal ventre rosso.
Come accade per molte specie animali anche nei lemuri dal ventre rosso distinguere le femminine dai maschi è piuttosto facile, il ventre femminile è bianco mentre il maschile è marrone-rossastro, i maschi presentano inoltre macchie bianche intorno agli occhi che le femmine non hanno se non in piccole dimensioni. Ma come distinguere tra lemuri dello stesso sesso?

 
Un team di ricercatori informatici della Michigan State University, David Crouse, Zach Richardson, Scott Klum, e Anil Jain, insieme a biologi provenienti dalla George Washington University, City University of New York e University of Arizona, ha elaborato un sistema di riconoscimento facciale che identifica i lemuri basandosi nelle caratteristiche del loro muso, come ad esempio lo spazio tra gli occhi, la distanza tra il naso e la bocca, imperfezioni e altre macchie.
 
Per programmare il sistema, chiamato LemurFaceID, sono state utilizzate circa 462 immagini di 80 lemuri dal ventre rosso del parco nazionale di Ranomafana in Madagascar e ulteriori 190 immagini di altre specie di lemuri. Su queste immagini la tecnologia ha funzionato con un'accuratezza del 98,7%, ma c’è ancora bisogno di altre immagini per correggere le inesattezze che si verificano quando, per esempio, i lemuri non guardano direttamente in camera o la pelliccia nasconde alcune caratteristiche da analizzare.
 
Questa cooperazione tra biologi e informatici faciliterà la conduzione di studi biologico evolutivi e le attività di protezione di specie in via d’estinzione, consentendo tra l’altro di tracciare i lemuri oggetto di traffico illegale nel momento in cui vengono sottratti al loro ambiente naturale.

Il riconoscimento facciale potrebbe inoltre rivoluzionare il modo in cui si monitorano le specie animali in ambiente naturale; il modello sperimentato sui lemuri potrebbe infatti essere applicato per il monitoraggio di altre specie che hanno una variabilità nel pelo e nella pelle simile alle simpatiche scimmiette, come i panda rossi e alcuni orsi.

 
Non è certo la prima volta che si usano delle fotografie per dei monitoraggi, ma tante rilevazioni venivano svolte in maniera più “artigianale”; nel 2010, ad esempio, una ricerca della Medical University of Vienna le aveva utilizzate per identificare in modo non invasivo i calamari facendo una mappatura delle costellazioni di punti presenti sulla testa o, se queste non fossero chiaramente visibili (soprattutto in esemplari di giovani età), su altri punti chiamati “lentiggini”. Tuttavia il metodo si basava sull’osservazione umana e non su un sistema informatico, conseguentemente il processo risultava un po’ lungo e dispendioso, soprattutto nel momento in cui si andavano a studiare ampi gruppi di soggetti.

 
Gli studi naturalistici hanno bisogno di tante informazioni sulla vita dei singoli esemplari per lunghi periodi di tempo per rispondere a domande legate alla sopravvivenza, alla riproduzione e alla crescita della popolazione. Finora il monitoraggio dei lemuri in ambiente naturale esigeva che i ricercatori catturassero e marcassero gli esemplari, un procedimento che, oltre ad essere costoso in termini di anestesia e servizi veterinari, può causare stress ai lemuri. La LemurFaceID offre un’alternativa non invasiva, rapida, precisa ed economicamente vantaggiosa.

 
 

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