19 Aprile 2018
Redazione
GREEN ECONOMY
19 Aprile 2018
Redazione

Edizione 2018 del Rapporto sullo Stato del Capitale Naturale in Italia: focus sui cambiamenti climatici

Assicurare un contributo significativo alla realizzazione degli obiettivi mondiali tracciati dall’Agenda 2030: questo l’obiettivo del Rapporto sullo Stato del Capitale Naturale in Italia che ha messo in luce il suo ruolo fondamentale rispetto al sistema socio-economico dell’Italia

Al via l’edizione 2018 del Rapporto sullo Stato del Capitale Naturale in Italia: il documento è stato trasmesso nei giorni scorsi dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti al presidente del Consiglio dei Ministri e al ministro dell’Economia. Focus della seconda edizione i cambiamenti climatici e la capacità degli ecosistemi di continuare a garantire Servizi Ecosistemici, tenendo desta l’attenzione sul problema degli incendi e le conseguenze della siccità. A questi temi si aggiunge la valutazione del consumo del suolo e la frammentazione degli ecosistemi naturali, che richiedono interventi ed azioni mirate a sostegno del territorio.

“Il 2017 ha segnato un importante punto di svolta dell’articolato percorso di sostenibilità del nostro Paese –si legge nel rapporto-  Nel quadro di riferimento dettato dall’Agenda 2030 dell’ONU sullo Sviluppo Sostenibile e dalla Strategia nazionale di Sviluppo Sostenibile (SNSvS), l’elaborazione del Primo Rapporto sullo Stato del Capitale Naturale in Italia ha consentito di mettere in luce il fondamentale ruolo ricoperto dal Capitale Naturale italiano rispetto al sistema socio-economico collettivo del Paese”. La ricchezza delle nazioni –secondo  un rapporto del 2011 della Banca Mondiale- sta nel tentativo di superare l’inadeguatezza del PIL come misura di benessere.

 Il Comitato per il Capitale Naturale cerca infatti di avviare la misurazione del valore fisico e monetario della dotazione di foreste, biodiversità, fiumi, mari e della totalità di ecosistemi di cui l’Italia è  ricca. L’obiettivo è rendere visibile ai cittadini e ai policy makers il valore di questi benefici. La sfida: coinvolgere il mondo della ricerca e delle amministrazioni locali. Inoltre il focus sul valore biofisico degli stock di Capitale Naturale nelle ecoregioni marine mette in luce i primi risultati di un progetto sperimentale finalizzato ad un sistema di contabilità ambientale per le Aree Marine Protette italiane. Dalle raccomandazioni del Primo Rapporto si riporta una prima applicazione dei sistemi di contabilità economico-ambientale di alcuni Servizi Ecosistemici come l’impollinazione agricola, i servizi ricreativi, la purificazione delle acque, oltre che valutazioni economiche della qualità degli habitat e dell’importante servizio di mitigazione dell’erosione del suolo. I valori monetari ottenuti, seppur frutto di metodologie da perfezionare e di ipotesi da raffinare nei prossimi rapporti, aprono una prospettiva circa la straordinaria importanza del Capitale Naturale, anche in cooperazione con altri tipi di capitale come quello Culturale.

 Questi schemi di analisi sono presentati anche nell’ottica di aiutare i decisori politici a valutare in fase preliminare gli effetti delle posizioni prese sul Capitale Naturale, considerato in una dimensione più ampia con attenzione a benessere e qualità della vita dei cittadini e l’obiettivo di valutare il progresso della società non soltanto dal punto di vista economico, ma anche sociale e ambientale. Il Comitato per il Capitale Naturale, infine, propone nuove raccomandazioni che si pongono come agenda per i prossimi rapporti, che intendono assicurare un contributo significativo alla realizzazione degli obiettivi mondiali tracciati dall’Agenda 2030 per una crescita sostenibile che l’Italia deve continuare a perseguire per le generazioni future. Nel nuovo documento presentato si legge che “l’aumento della superficie forestale nazionale di circa il 6% nell’ultimo decennio (certificata dall’INFC) rappresenta un dato di estrema importanza se si considerano i molteplici benefici che boschi e foreste erogano a vantaggio della collettività: sia di tipo economico (basti pensare alle 78.000 imprese del sistema industriale italiano foresta-legno), sia di tipo ambientale (tutela idrogeologica, regolazione del ciclo dell’acqua, conservazione del paesaggio e della biodiversità, assorbimento delle emissioni di gas serra in atmosfera), sia di tipo culturale (utilizzo delle foreste per scopi educativi o turistico-ricreativi)”.

Tale incremento non sembra essere dovuto ad interventi di rimboschimento programmato ma all’occupazione degli spazi da parte di specie arbustive e la crescita di boschi di nuova formazione legati a un rimboschimento naturale a seguito dello spopolamento delle aree montane e dell’abbandono delle pratiche agrosilvopastorali. La complessa e articolata realtà delle foreste italiane e dei SE che queste sono in grado di fornire potrebbe essere minacciata proprio dai processi di abbandono colturale e gestionale e dal rimboschimento spontaneo. Questi ultimi possono modificare la struttura degli ecosistemi forestali con ripercussioni sulla produttività, sulla biodiversità (floristica e faunistica) e in generale sullo stato di salute delle foreste, rendendole più vulnerabile ai fenomeni di disturbo, primi fra tutti gli incendi. Due le tipologie: incendi invernali, nelle regioni settentrionali, per i frequenti venti estremamente secchi che provengono da nord, ed estivi, dovuti alle elevate temperature e ai prolungati periodi di siccità.

Le aree che storicamente hanno subito i danni più rilevanti in termini di superficie bruciata sono nel meridione, nelle isole maggiori e nella fascia costiera ligure (CFS 2015). Secondo i dati raccolti dall’ex Corpo Forestale dello Stato dalla fine degli anni ’70 ad oggi, il numero annuo di incendi è cresciuto fino a 11.000 eventi all’anno fino agli anni ’90 per calare di circa un terzo dal 2000 al 2009. La superficie percorsa dagli incendi in Italia si è mantenuta al di sopra dei 110.000 ettari come media decennale, scendendo sotto i 60.000 ettari solo negli ultimi anni a partire dal 2010 (dati EFFIS5 ; San-Miguel-Ayanz et al., 2016). D’altra parte negli ultimi decenni si sono verificati in Italia e nell’Europa mediterranea una serie di eventi estremi che hanno richiesto un altissimo tributo in termini di perdite economiche, ambientali e purtroppo anche umane.  Il Corpo Forestale dello Stato è cessato il 31 dicembre 2016. Dal 1 gennaio 2017 opera come articolazione all'Arma dei Carabinieri, riorganizzato nel neo-costituito Comando Unità per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare.

Anche la maggiore attività di monitoraggio, di prevenzione e una sempre più efficiente lotta attiva hanno influenzato il regime degli incendi. Non bisogna inoltre dimenticare tutte le attività di sensibilizzazione rivolte alla popolazione che, nel corso degli anni, hanno contribuito a migliorare la percezione del rischio e a riconsiderare tutti quei comportamenti potenzialmente favorevoli all’innesco e alla propagazione. La Regione Autonoma della Sardegna, per esempio, dal 2014 redige un Rapporto sugli incendi boschivi e rurali in Sardegna che illustra la passata stagione degli incendi, spaziando dall’analisi delle condizioni meteorologiche alla pericolosità potenziale degli incendi, dall’analisi delle cause alla descrizione sintetica degli eventi più estesi dell’anno in questione.

L’aumento dell’area bruciata comporterà inoltre un incremento delle emissioni (CO2, GHG e particolato) dovute alla combustione del materiale vegetale; questo non solo potrà influenzare negativamente la qualità dell’aria e alla salute umana a scala locale, ma potrà avere un importante impatto sul budget atmosferico e sul ciclo del carbonio a scala regionale e globale. 

Gloria Barbetta

 
 

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