30 Novembre 2014
Gabriele Renzi
GREEN ECONOMY
30 Novembre 2014
Gabriele Renzi

Le questioni ambientali sono centrali per l’intero sistema economico

Una chiacchierata con il direttore scientifico del WWF Italia Gianfranco Bologna

Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia, ha risposto alle nostre domande sul valore del capiatale naturale. Il suo intervento è stato trasmesso da "A Conti Fatti", rubrica trasmessa dalle frequenze di Radio Vaticana Italia.
 
L’economia ha spesso considerato la natura come un ostacolo. Oggi è ancora così?
Purtroppo si. Non si riesce a comprendere che, se esiste un benessere e uno sviluppo per l'umanità, può anche esistere una natura sana.  L’uomo, fin dagli albori della sua esistenza, ha sempre utilizzato le risorse naturali nella sua economia. A causa di un meccanismo culturale un po’ distorto l’uomo, abituato a vedere quello che consumiamo come qualcosa di già pronto nel supermercato, non riesce a comprendere bene il valore del capitale e come la natura sulla terra sia l'origine di quello che noi utilizziamo.  
 
Lei è direttore scientifico della più importante ong attiva sui temi della protezione della natura. Come mai si sta interessando a questioni di natura economica?
Abbiamo detto con grande chiarezza che riteniamo il nostro vero interlocutore il ministro dell'economia, non il ministro dell'ambiente. Negli ultimi tempi i problemi della sostenibilità e dell’ambiente sono stati trattati in maniera esclusiva nella dimensione politica del mistero dell'ambiente. C’è stata quasi una sorta di ghettizzazione di queste problematiche. Ma questi temi sono centrali per l'intero sistema economico e finché l'economia umana non terrà in conto la natura in maniera centrale, noi avremo una visione distorta della realtà. È necessario mettere il capitale naturale al centro delle dimensioni economiche. Da quando l'economia esiste come disciplina si è sempre discusso moltissimo sulla natura del valore, ma pochissimo sul valore della natura. Dal punto di vista culturale, credo che questa sia probabilmente la battaglia più importante che abbiamo di fronte.
 
Parlando di capitale naturale, è certamente riduttivo equipararlo alla biodiversità
Certamente. Il capitale naturale ha una composizione inorganica, che ha a che fare con quello che stiamo estraendo dalle viscere della terra: le risorse minerarie, ad esempio, fino a tutti i combustibili fossili, origine di alcuni dei più grandi problemi che abbiamo di fronte come il cambiamento climatico. Ma il capitale naturale è anche la ricchezza della biodiversità, che è alla base delle nostre economie.  
 
Come dovrebbe cambiare la struttura produttiva per conservare e se possibile aumentare il capitale naturale?
Prima di tutto è necessario che siano riconosciute formalmente nei processi di programmazione economica. Ancora oggi ci sono, non solo nel nostro Paese, dei processi di formazione economica che tengono conto di una serie di indicatori che non prevedono minimamente il calcolo delle questioni ambientali. Esempio: il prodotto interno lordo, il tasso d'inflazione e il tasso di disoccupazione, sono gli indicatori su cui l'Istat fornisce il dato trimestrale, ma che non raccontano dello stato di salute della natura. Prima l'opinione pubblica non sapeva quanta acqua virtuale era presente in ogni prodotto che si ha a disposizione. Una tazzina di caffè, ad esempio, nella sua intera filiera produttiva consuma qualcosa come 200lt di acqua. Quindi non è solo la produzione e il consumo dell'acqua quotidiana  che indica il consumo idrico di un italiano. C’è molto altro che deve essere messo in conto, prima di tutto dalla politica, nel momento in cui si prendono delle decisioni: nelle leggi di stabilità, ma anche le vecchie leggi finanziarie, bisogna decidere dove allocare le risorse del proprio paese, e soprattutto bisogna sapere bene lo stato di salute ambientale, sia del proprio paese, sia da quelli da cui importiamo. Ad esempio il suolo. Ricchezza straordinaria di biodiversità che spesso viene distrutta e cementificata, dal suolo dipende la produzione alimentare. Il suolo, quindi, è una grandissima ricchezza naturale che deve essere messo in conto nella programmazione economica nazionale.

 

La valorizzazione del capitale naturale attiene unicamente alla sfera pubblica o c’è lo spazio per il coinvolgimento del privato? Ed eventualmente come si sposa con l’interesse del privato a fare profitto?
Si sposa senz'altro con l’interesse del privato. Le stesse Nazioni Unite oggi hanno standard statistici ufficiali, che fanno parte di sistemi di contabilità nazionale, che integrano la parte ambientale e la parte economica. Approvato nel 2012, nell'arco dei prossimi cinque anni questo indicatore diventerà operativo per tutti i paesi. Si tratta dello standard statistico denominato SIA, dove si integrano alcune documentazioni di carattere ambientale con quelle classiche di carattere economico. Questo meccanismo riguarda anche il mondo privato che ha tantissime iniziative di carattere volontario, come ad esempio la realizzazione di un protocollo sul capitale naturale. Ancora in fase di elaborazione, il protocollo prevede il coinvolgimento delle grandi corporation. Al mondo privato conviene perché c'è una massimizzazione del profitto. Ma chi fa affari con lungimiranza capisce anche che non ha alcun senso distruggere la base stessa su cui esiste il proprio fatturato.
 
Può farci un esempio virtuoso in questo senso? Ci sono paesi che stanno tracciando la via?
Alcuni paesi hanno inserito nella propria  costituzione il concetto di diritto della natura. L’Ecuador, seguito poi  dalla Bolivia dal Costa Rica, ha inserito nella propria  costituzione il fatto che la natura deve essere rispettata. Questo diritto consente, inoltre, il ben essere degli essere umani. A livello internazionale, si sono fatti dei passi in avanti per andare oltre il prodotto interno lordo come indicatore di ricchezza e benessere di una nazione. Oggi il dibattito sta andando in un'altra direzione e tutto il mondo della politica sa benissimo che occorre ragionare su uno sviluppo da un punto di vita più qualitativo che quantitativo. C'è oggi un problema di qualità che riguarda l'intero pianeta, e il modo con cui si avrà questo sviluppo di qualità consentirà alle oltre 7,2 miliardi di abitanti del nostro pianeta terra di vivere una vita dignitosa da un punto di vista umano e sociale. La sfida che abbiamo di fronte a no è assolutamente epocale ed obbliga il mondo della politica, delle imprese, della società civile a ragionare con mentalità nuova.

 
 

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