10 Dicembre 2019
Giuliano Giulianini
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10 Dicembre 2019
Giuliano Giulianini

COP25, il mondo discute di clima a Madrid. A che punto siamo?

Nazioni virtuose e stati negazionisti; obiettivi di riduzione delle emissioni; scambio di quote di CO2 tra stati; finanziamenti e risarcimenti ai paesi colpiti dal climate change.
Dopo una settimana di negoziati, Serena Giacomin, presidente di Italian Climate Netwok fa un punto sugli argomenti in discussione alla Conferenza delle Parti di Madrid.

Il 2 dicembre è iniziata a Madrid la COP25, la conferenza delle parti organizzata dalle Nazioni Unite per discutere delle misure su scala mondiale contro i cambiamenti climatici. I delegati dei vari paesi sono impegnati in negoziati che dovrebbero portare le singole nazioni a impegnarsi con quote maggiori del previsto nella riduzione delle emissioni di gas serra. Sui diversi tavoli della conferenza si discute anche dei finanziamenti ai paesi in via di sviluppo che stanno pagando il prezzo più pesante al cambiamento del clima e che hanno bisogno di fondi e tecnologie per reagire ad eventi estremi come siccità e inondazioni. La COP25 chiuderà venerdì 13 dicembre. Per fare un punto sui negoziati "Ecosistema", il programma di Earth Day Italia trasmesso da Radio Vaticana Italia, ha intervistato Serena Giacomin, fisico dell’atmosfera, meteorologa e Presidente dell’Italian Climate Network.

Quanto è importante questa COP, e come sta andando? Da alcuni è stata descritta come interlocutoria perché si aspetta l'anno prossimo, quando le nazioni dovranno concretizzare le loro promesse, ed anzi incrementare i loro impegni per quello che non hanno fatto prima. È così?

Spesso e volentieri queste COP vengono definite come qualcosa di intermedio. Effettivamente sono dei negoziati. Sono un percorso che andrà avanti e in realtà non si fermerà mai, perché comunque non arriveremo mai a una completa risoluzione del cambiamento climatico; quindi non ci sarà un anno di stop: sarà una continua negoziazione. Certamente questa COP è importante perché ci sono molti argomenti sul tavolo, ed è giunto il momento di cercare di risolvere alcune problematiche che riguardano gli impegni contro il cambiamento climatico.
Come affrontarlo? Ovviamente quando si parla di mettere insieme le necessità e le opinioni dei 197 paesi del mondo firmatari dell'Accordo di Parigi, non si può pensare che la strada sia molto semplice. Possiamo fare un'analogia con le riunioni di condominio a cui tutti siamo abituati, dove spesso è difficile trovare un punto d'incontro: pensiamo a paesi del mondo che hanno caratteristiche completamente diverse, ed anche percorsi di sviluppo a ritmi molto diversi l'uno rispetto all'altro.

Qual è la situazione del cambiamento climatico? Alla COP25 sono stati presentati diversi rapporti, ad esempio sul suolo e sugli oceani. Possiamo fare una fotografia del riscaldamento globale e della presenza di gas serra in atmosfera?

I negoziati sono importanti anche perché si mettono sul tavolo dei report, e bisogna imparare a far diventare questi dati scientifici degli strumenti operativi per poi prendere delle decisioni. Attualmente noi conosciamo molto del cambiamento climatico e del riscaldamento globale. Per quanto riguarda il riscaldamento globale abbiamo una “febbre” del pianeta che ormai è attestata intorno a un grado. Se può sembrare poco, pensiamo a come ci sentiamo noi quando abbiamo 35,5 di febbre. Ovviamente il nostro sistema corporeo ci dà dei segnali: ci fa sentire male. E noi, in generale, dopo una settimana con un grado di febbre andiamo dal medico e prendiamo delle medicine per cercare di guarire.
Il mondo in questo momento ho una febbre intorno a un grado. Questo grado è una temperatura media globale, ma il riscaldamento si verifica in modo diverso in luoghi diversi. Quindi ci sono delle zone maggiormente sensibili e altre meno sensibili a questo riscaldamento. Una tra le zone maggiormente vulnerabili è sicuramente l'Artico, che è in estrema sofferenza perché ovviamente questo riscaldamento determina una riduzione della superficie dei ghiacci. Ma anche il Mediterraneo è considerato un hot spot del cambiamento climatico; perché in generale il nostro è un territorio che tende a scaldarsi di più. Questo anche per le caratteristiche del Mediterraneo che non è un oceano aperto, bensì un mare chiuso. Si pensi che la temperatura dell'acqua del Mediterraneo si sta scaldando a una velocità dieci volte superiore rispetto a quella con cui si scaldano gli oceani.
Questi sono solo pochi tra i dati che noi abbiamo a disposizione per descrivere il cambiamento climatico, che è un macro insieme di effetti: dalla fusione dei ghiacci; all'innalzamento dei mari; alla perdita della biodiversità; ai disequilibri ecosistemici; e anche all'aumento dei fenomeni meteo intensi o addirittura estremi che colpiscono determinati territori. La frequenza degli eventi meteo è già aumentata. Il cambiamento climatico è oggi! Non è assolutamente più associabile a un problema che “forse” dovremo affrontare in futuro; perché questo problema esiste già.

Uno dei punti in discussione alla COP è l'Articolo 6 dell’Accordo di Parigi: la costruzione di un meccanismo di scambio di emissioni fra paesi. Come funziona?

Come funziona in realtà lo scopriremo nelle prossime giornate, ammesso che riusciranno a prendere una decisione. Proprio in questo momento (9 dicembre, nda.) sembra farsi strada la possibilità di rimandare alcune delle decisioni ad un programma di lavoro che proseguirà poi durante il 2020, ferma restando comunque l'intenzione di sciogliere alcuni dei nodi cruciali di contabilizzazione e trasferimento di questi “crediti”, chiamiamoli così, entro la fine di questo negoziato. Cercando di semplificare il più possibile questo procedimento, che è piuttosto complesso, questi crediti sono associati alle emissioni di gas serra. Il percorso è una riduzione generale, da parte di tutti gli stati, di queste emissioni di gas. Queste riduzioni si possono fare sul proprio territorio oppure in altri stati. Quando si hanno delle azioni di mitigazione, anche se non sul proprio territorio, queste azioni positive devono essere contabilizzate. Si sta lavorando proprio su questo: come contabilizzare e soprattutto come tenere il conto in tutti gli stati, che hanno anche diversi caratteristiche di registrazione delle emissioni. Si sta lavorando per rendere questo procedimento il più semplice ma soprattutto il più omogeneo possibile, in modo che non ci siano errori di contabilizzazione.

Un altro meccanismo di azione globale è il “Loss and damage”, danni e risarcimenti per quei paesi che subiscono il cambiamento climatico con delle catastrofi naturali. Anche questo meccanismo è in fase di revisione nella COP25. Da quanto ho capito in discussione c’è l'inserimento di privati in questo meccanismo di risarcimenti. Perché ci sono dei paesi in via di sviluppo contrari a questo ingresso dei privati?

Effettivamente i paesi in via di sviluppo si sono dimostrati contrari perché vorrebbero la costruzione di un sistema che non prendesse in considerazione delle azioni private; probabilmente perché credono che senza privatizzare niente, neanche le risorse, si possa mantenere un sistema più democratico possibile. Attualmente è un meccanismo internazionale per le perdite e i danni derivanti dagli impatti dei cambiamenti climatici. Si sta delineando questo testo che probabilmente prevedrà anche l'istituzione di un network nei paesi in via di sviluppo. È ancora in in fase di definizione; quindi è tutto sospeso, soprattutto per quanto riguarda il caso di eventi meteo disastrosi che possono colpire questi territori.

La comunità scientifica fa molta pressione sulle nazioni per azioni molto più decise verso un sistema sostenibile. Altrettanto la società civile: abbiamo visto a Madrid una grande manifestazione con centinaia di migliaia di persone; e poi c'è tutto il movimento dei ragazzi, i Fridays for Future, che va avanti ormai da un paio d'anni. Secondo lei qual è la leva più potente per smuovere politica ed economia: la Scienza o la mobilitazione delle persone?

Sinceramente entrambe, messe insieme. Quello dei Fridays For Future è un movimento che lascia molta speranza perché dà voce ai giovani. Le giovani generazioni sono quelle che forse hanno ancora la capacità di sperare e, su queste speranze, di costruire qualcosa. Nel mentre però i giovani hanno lanciato il messaggio di ascoltare la Scienza. Un messaggio estremamente rigoroso: quello di fidarsi della Scienza e dei dati scientifici. Mettere insieme la rigorosità della Scienza e la speranza delle giovani generazioni, dà molto speranza anche a me sul fatto che effettivamente questo movimento possa costruire qualcosa.
Il movimento giovanile senza Scienza è qualcosa che non avrebbe spessore; non avrebbe argomenti su cui ragionare e andare a costruire uno sviluppo più sostenibile negli anni che verranno a partire da oggi. Però i giovani, insieme alla Scienza, secondo me possono fare davvero qualcosa di positivo.

Durante la COP, Russia e Stati Uniti hanno ricevuto una sorta di contro premio simbolico per ciò che stanno, o non stanno, facendo sulla strada della lotta al cambiamento climatico. Quali sono le nazioni virtuose e volenterose, e quelle invece più criticabili in questo quadro?

Sicuramente tra i più criticabili gli Stati Uniti d'America. Probabilmente è una risposta banale. Però il comportamento di Trump, che ha ritirato anche la firma dell'Accordo di Parigi, è un comportamento che non guarda assolutamente al futuro ma agli interessi, in maniera anche abbastanza plateale. Tanto è vero che ci sono moltissime realtà, all’interno degli stessi Stati Uniti, che si stanno movimentando contro questa posizione.
Per quanto riguarda le azioni virtuose, sicuramente possiamo dire che l'Europa, storicamente, è sempre stata una forza portante degli accordi a livello internazionale. Poi c'è anche la spinta molto potente dei paesi in via di sviluppo; quelli maggiormente vulnerabili che mostrano anche il loro lato un po’ più debole, perché hanno già subito gli impatti del cambiamento climatico. Sono molto preoccupati degli impatti che potrebbero subire negli anni che verranno, e quindi il loro contributo durante le conferenze delle parti è molto sentito e molto potente e, in generale, da anche la spinta a fare qualcosa di più. Bisogna assolutamente fare qualcosa di più. È difficile guardare in faccia la realtà e tirarsi indietro. Qualcuno lo sta ancora facendo, come l'Arabia Saudita, senza nascondersi troppo. Però sicuramente vedere questi paesi, che sono già in netta difficoltà, ci mostra chiaramente che qualcosa va fatto nell’immediato.

L’Arabia Saudita in una sessione ha messo in dubbio i report scientifici che ci sono alla base di queste negoziazioni. Che cosa è successo esattamente? Più in generale: in queste COP si sta ancora discutendo sulla realtà del cambiamento climatico? Siamo ancora a quella fase del cercare di convincere le nazioni che sta succedendo qualcosa?

Questo è l'aspetto più grave di tutto il quadro riguardante il cambiamento climatico di cui abbiamo parlato fino ad ora. Il fatto che ci possano essere difficoltà per quanto riguarda i meccanismi cooperativi - come il meccanismo internazionale per le perdite e i danni derivanti dagli impatti dei cambiamenti climatici - è anche comprensibile: come dicevamo questi negoziati vedono la partecipazione di quasi duecento nazioni del mondo tra loro molto differenti. È grave invece il fatto che ci siano ancora delle posizioni negazioniste riguardo al cambiamento climatico, perché questo vuol dire: non dare fiducia alla Scienza; non credere assolutamente alla Scienza (anche se parlare di “credenza” in realtà è sbagliato); screditare dei dati che dal punto di vista scientifico sono rigorosi e portati avanti dalla comunità scientifica internazionale.
Come commentare le posizioni negazioniste dell'Arabia Saudita. Questi sono fenomeni che non sono accaduti solo riguardo al cambiamento climatico. Mi viene da fare l'esempio dalla lotta contro il tabacco: ci sono stati anni, se non un decennio, in cui si nascondevano i danni che il fumo può fare alla salute umana o ai polmoni. Similmente, i danni che le emissioni di anidride carbonica possono all'ecosistema terrestre ormai sono più che dimostrati. a livello scientifico. Però ovviamente sono scomodi, e vanno a toccare alcune delle realtà, e anche meccanismi psicologici, che sono piuttosto complicati. C'è qualcosa che alcune volte fa comodo non vedere. Ci sono delle nazioni, che hanno degli interessi evidenti nell'utilizzo dei combustibili fossili, che utilizzano questi meccanismi: insinuano un dubbio, e poi fondamentalmente noi non vediamo l'ora di sentir dire che il cambiamento climatico non esiste; perché è un problema talmente grosso e difficile da affrontare che si innescano dei meccanismi di dissonanza e di negazione. Per cui questo dubbio prende piede nella mente umana, che si convince che in realtà il problema non sia da affrontare.

Parliamo dell'Italia. Recentemente è stato varato un “Decreto clima” che però l'Italian Climate Network ha criticato, come molte altre associazioni. Perché?

Più che altro perché non è un “decreto clima”. Lo dovremmo chiamare decreto e basta. Probabilmente è più un decreto sulla qualità dell'aria. Evidentemente i problemi dell'inquinamento (della scarsa qualità dell'aria) e del cambiamento climatico hanno degli aspetti in comune. Soprattutto per il fatto che le fonti emissive che determinano una scarsa qualità dell'aria spesso sono le stesse delle emissioni di anidride carbonica. Nonostante ciò i due problemi non vanno confusi: uno è un inquinamento, e quindi un danno che facciamo alla salute umana quando respiriamo aria inquinata; l'altro invece è un inquinamento che determina una diversa reazione della nostra atmosfera alle onde elettromagnetiche solari. In termini più semplici: l'anidride carbonica, interagendo con il Sole, incamera calore e fa aumentare la temperatura. Sono due cose diverse.
Il decreto clima affronta di più la situazione riguardante l'inquinamento, e quindi la scarsa qualità dell'aria. Ma all'interno di questo decreto non ci sono assolutamente parole come “mitigazione” e “adattamento”: quelle politiche a livello strategico che noi riteniamo fondamentali per affrontare il cambiamento climatico. Questo manca. Ci auguriamo che il fatto di averlo chiamato “Decreto clima” sia un primo passo: un impegno per cercare di far entrare il clima all'interno di questo decreto. Però fino ad ora non è stato così.

Lei è una fisica dell'atmosfera. Quanto la comunità scientifica è realmente convinta che si riesca ad arrestare il riscaldamento globale entro i famosi 1,5 massimo 2 gradi entro la fine del secolo? Considerando anche come si sta evolvendo questa lotta globale delle nazioni unite nelle varie COP che si susseguono.

Siamo sul campo delle opinioni. La comunità scientifica è estremamente preoccupata. Quello che sappiamo è che, dal punto di vista tecnologico, avremmo le soluzioni per reagire a questa situazione. Il problema è che la Scienza può dare i dati e le tecnologie come strumenti risolutori in mano ai decisori politici e alle varie realtà che, però, devono reagire a questa situazione. Noi come comunità scientifica stiamo parlando ormai da diversi decenni del problema del cambiamento climatico e questa reazione risolutrice non c'è mai stata.
Che cosa è cambiato quest'anno? L'opinione pubblica si è mossa anche tramite il movimento giovanile, e ci sono delle speranze che questo movimento possa effettivamente portare a qualcosa di concreto. Però bisogna farlo in fretta: il cambiamento climatico è un problema con la lancetta che scorre in avanti, anche molto velocemente. Quindi dobbiamo cercare di fare qualcosa: dobbiamo fare in modo che i nostri politici sentano la responsabilità; sentano la pressione dell'opinione pubblica. Noi, nel nostro piccolo, possiamo fare tante cose a livello di abitudini sostenibili; ma la cosa più importante che possiamo fare è richiedere a chi ci rappresenta a livello politico, all'istituzione - banalmente a partire dal preside di una scuola o al sindaco del nostro comune - di fare qualcosa che ci permetta uno sviluppo più sostenibile e di cambiare le nostre abitudini quotidiane in meglio. Perché questo non vuol dire sempre “rinuncia”: può voler dire anche migliorare la nostra qualità della vita, in rapporto con l'ambiente che ci circonda.

Intervista a Serena Giacomin del 10 dicembre 2019

La Presidente dell'Italian Climate Network commenta la prima settimana di negoziati sul clima in corso alla COP25 di Madrid.

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