9 Aprile 2019
Gabriele Renzi
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9 Aprile 2019
Gabriele Renzi

Sostenibilità ambientale, sociale e morale per un nuovo ecosistema d’impresa

Da un think thank coordinato da Ocse e World Bank la proposta di un modello etico di impresa basato sulla centralità dell’uomo-

Molte volte si è sentito parlare della necessità di un nuovo approccio all’economia. Chi fa impresa persegue un profitto e questo è sacrosanto. Tuttavia non mancano i casi in cui la logica del profitto ad ogni costo ha causato danni notevoli dal punto di vista ambientale e sociale.

Come ci indica chiaramente anche l‟Agenda 2030, occorre elaborare modalità socialmente responsabili di produrre e consumare, così da far coesistere la ricerca di un giusto profitto con la coesione sociale e con un ambiente sano.

Risponde a questa esigenza lo Human Centered Business Model, un modello di impresa che, come si comprende dal titolo, vuole mettere al centro l’essere umano, producendo ricchezza, ma rispettando i diritti umani, dell’ambiente e delle comunità locali in cui si inserisce. 

Il prossimo 11 aprile questo approccio sarà al centro di un importante simposio organizzato nell’ambito dello spring meeting di Washington alla presenza dei vertici dell’Ocse e della World Bank. 

Ne parla intervenendo su Ecosistema Marco Nicoli, Special Advisor del direttore del Development Center dell’Ocse.

Un modello di business basato sull'uomo. Da dove nasce questa esigenza e in che cosa consiste il modello?

Questo modello d'impresa centrato sull'essere umano nasce come risposta ad un’evoluzione dell'economia, che ormai è in atto da anni, che va verso la sostenibilità, che molto spesso viene accentuata per la parte ambientale, ma che comprende anche altri aspetti, soprattutto quelli sociali di cui si parla poco, etici e morali. 

È la risposta ad una evoluzione del mercato, una risposta a modelli attuali che non rispondono più alle nuove esigenze di sviluppo sostenibile.

Una giusta via di mezzo tra un'impresa esclusivamente profit e una non profit?

In effetti si vuole proporre come una terza opzione. È un modello ad adozione volontaria. Nessuno sarà obbligato ad adottare questo approccio di fare impresa che è un compromesso giusto fra l'obiettivo di realizzare dei profitti e altri obiettivi di sostenibilità sociale, ambientale ed etico, aspetti messi tutti sullo stesso piano, tutti alla stessa importanza.

Su quali concetti fondamentali si basa?

Innanzitutto sul suo buon senso del riportare l'uomo al centro.

Rispetto ad altre iniziative, ad esempio in Italia è uscita una legge sulle benefit corporations, in questo modello non guardiamo solamente all'aspetto giuridico, ma guardiamo all'intero ecosistema d’impresa perché un'impresa che persegue questi obiettivi molto ambiziosi deve comunque poter competere sul mercato con le altre imprese esistenti.

Per noi è fondamentale in questo modello di impresa che questi principi siano volontariamente adottati dalle imprese. La decisione è volontaria, ma se si decide di fare un modello di impresa basato su questo approccio si deve avere certi principi come minimo comune denominatore: è quindi un'impresa che ha una forte identità, seguendo principi di sostenibilità sociale ambientale etica e morale.

Gli altri elementi del modello sono un particolare quadro giuridico di riferimento per ciò che riguarda il un sistema di governance dell'impresa, cioè gli organi che all'interno dell’impresa prendono delle decisioni dovranno essere diversi rispetto agli organi che attualmente governano le imprese tradizionali;  abbiamo poi bisogno di lavorare a livello di accesso al credito, e qui abbiamo  l’esempio delle banche etiche, quello che si chiama impact financing, green financing, quindi strumenti finanziari che possono andare a supportare questo modello d’impresa.

Un altro pilastro che è quello del trattamento fiscale che, pur senza creare delle distorsioni nei confronti delle altre imprese, ne riconosca l’impatto positivo o negativo per cui se l'impresa ha un impatto positivo, perché investe in più sulla qualità del lavoro o sulla sua impronta ambientale, e sono investimenti importanti, è giusto che le si riconosca questo questo tipo di impatto; questo per consentire una competizione equa sul mercato se no si avvantaggia l‘impresa che continua a inquinare e che quindi non si sobbarca costi per abbattere l'inquinamento stesso.

Altro elemento è quello del procurement, il regime degli acquisti. Questo riguarda anche gli acquisti del settore pubblico. Immaginiamo tutti gli acquisti a livello statale e regionale, provinciale e comunale: sono dei volumi enormi, alcuni paesi vi spendono addirittura intorno al 30 per cento del pil. Qui già esistono degli esempi virtuosi di enti pubblici che nei bandi di gara per prodotti e servizi danno una preferenza alle imprese che per esempio hanno un basso impatto ambientale, oppure a imprese che hanno un positivo impatto sociale, oppure una combinazione dei due, quello che si chiama sustainable procurement.

Quali sono i prossimi passi?

Quello che ci auguriamo è di proporre il modello a una serie di governi, sia si paesi sviluppati che di paesi in via di sviluppo, offrendo la possibilità di fare dei progetti pilota con i quali testare la validità e soprattutto la sostenibilità di questo modello di impresa.

Intervista con Marco Nicoli del 9 aprile 2019

Su Ecosistema si parla di Human Centered Business Model

 
 

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