Un goal per l’integrazione

Una chiacchierata con Timothy Donato, Presidente dell’Associazione Nessuno Fuorigioco

Il valore dello sport come strumento di inclusione sociale, come momento per porre in contatto culture differenti e imparare in questo modo le regole della convivenza. Tanti sono i progetti promossi a riguardo, in modo particolare verso i minori: uno di questi è “Nessuno Fuorigioco” il cui cuore pulsante è rappresentato da due squadre di calcio molto particolari: una maschile, composta da ragazzi rom, e una femminile mista formata da italiane e rom. Le due squadre, le New Team, militano nella lega UISP Ciriè – Settimo – Chivasso, in provincia di Torino. Ci ha parlato del progetto Timothy Donato, Presidente dell’Associazione Nessuno Fuorigioco e allenatore delle due squadre, che ha risposto alle domande di Earth Day Italia intervenendo su A Conti Fatti, rubrica trasmessa dalle frequenze di Radio Vaticana Italia

Ci può raccontare quando è nato questo progetto e a chi si rivolge?
Il progetto è nato quasi tre anni fa e si rivolge a tutti i ragazzi di Torino, con un occhio di riguardo verso coloro che vivono in situazioni di fragilità. In particolar modo è indirizzato ai minori Rom che vivono nei campi a nord di Torino a cui di fatto le Federazioni sportive impediscono il diritto allo sport perché sprovvisti di una residenza.
 
Mentre la squadra maschile è composta da soli Rom, nella femminile ci sono 4 italiane e 4 romene rom. Come è stata la convivenza iniziale? E soprattutto come mai non si riesce a creare una squadra mista anche per i ragazzi?
Le difficoltà riguardo la squadra maschile sono legate a tanti aspetti tra cui il fatto che molti ragazzi della loro età già giocano in altre squadre ed è quindi difficile reperire forze nuove. Per quanto riguarda le ragazze, invece, l'esperienza è stata, e continua ad essere, molto bella: la convivenza è ottima e ci si trova bene sia sul campo che fuori.
 
Ci può fare un bilancio di questi primi tre anni di attività? L’obiettivo di creare integrazione si sta raggiungendo? E quanto c’è ancora da fare?
Il bilancio è assolutamente positivo: abbiamo raddoppiato il numero dei minori coinvolti, offrendo loro esperienze che altrimenti difficilmente avrebbero potuto vivere; abbiamo offerto loro percorsi di crescita continuativi nel tempo. Inoltre molte persone tifano per noi e questo credo sia in assoluto il risultato migliore che abbiamo ottenuto. L'integrazione in realtà non è l’obiettivo specifico del progetto: lo scopo reale è quello della coesione sociale, che nel concreto vuol dire provare ad essere squadra, capire che se si è squadra forse qualcosa si vince. Occorre mettersi in gioco e lavorare per la comunità e in questo senso penso che stiamo facendo un buon lavoro.
 
Lei cosa pensa dello ius soli sportivo che da qualche mese è stato adottato anche dalla Federazione Pugilistica?
Penso che sia ormai necessario: bisogna rendersi conto che il mondo sta cambiando e lo sport può essere assolutamente uno strumento di integrazione.