TERRITORIO
17 Maggio 2016

Frane e alluvioni: a rischio 7 milioni di italiani

Pubblicato il rapporto di Legambiente sul rischio idrogeologico nei comuni italiani: ovunque scuole, fabbriche, centri commerciali e interi quartieri sono costruiti in aree soggette a inondazioni.

Legambiente ha presentato oggi a Roma il rapporto "Ecosistema Rischio 2016". L'associazione ambientalista ha analizzato la situazione delle 1.444 amministrazioni comunali che hanno risposto a un questionario spedito a tutti i sindaci d'Italia; e la situazione sembra grave. I dati sono poco incoraggianti: quasi 8 comuni su 10 (il 77% del totale) hanno permesso in tempi più o meno recenti la costruzione di abitazioni in "zone golenali, presso alvei e in siti a rischio frana". 

Se in alcune realtà si può ridurre la questione a pochi edifici, in oltre 400 comuni, il 31% ovvero quasi uno ogni 3, interi quartieri si trovano in questa situazione pericolosa. Dopo decenni di sviluppo edilizio incontrollato e gestione sconsiderata dei bacini idrici, Legambiente ha calcolato che oggi 7 milioni di italiani sono esposti direttamente e quotidianamente alla minaccia di frane o inondazioni. Una scarsa lungimiranza non imputabile solo alle amministrazioni del dopoguerra o dei boom economici ed edilizi di fine '900: in 146 comuni, le costruzioni in zone a rischio sono state edificate negli ultimi 10 anni; in 20 di questi, sono stati realizzati interi nuovi quartieri in aree soggette a esondazioni o frane. Nessuna tipologia di edificio è esente da pericoli: nel 18% dei comuni anche scuole e ospedali devono temere gli effetti del dissesto; nel 51% dei casi il rischio è corso anche da impianti industriali; e nel 25% la minaccia incombe su strutture commerciali.
Dunque, i "danni collaterali" di future frane e inondazioni, coinvolgeranno non solo attività lavorative, economiche e produttive, ma purtroppo anche i beni e l'incolumità stessa dei cittadini di queste comunità. Tutto ciò è già successo: nel 2015 diverse calamità hanno colpito 115 comuni e ben 19 regioni su 20; le vittime sono state 18, con quasi 3.700 evacuati o senzatetto. Nel quinquennio precedente i morti sono stati 145 e gli evacuati assommano a quasi 45 mila persone; tragedie che non hanno risparmiato nessuna regione italiana e che hanno colpito 625 comuni nella quasi totalità delle province.
Il problema non risparmia le grandi città (anche se bisogna sottolineare che solo 12 capouoghi su 20 hanno risposto al sondaggio): 100.000 romani, napoletani, e quasi altrettanti genovesi vivono o lavorano in aree soggette al rischio di alluvioni o frane.
Il rapporto, che reca il sottotitolo di "Monitoraggio sulle attività nelle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico" , ha dunque anche lo scopo di verificare l'attività dei comuni per contrastare e diminuire questi rischi. Se da un lato la maggior parte delle amministrazioni locali (l'84%) abbia stabilito dei piani per le emergenze idrogeologiche, come prescrive la legge 100 del 2012, il rapporto rivela che soltanto il 46% di esse ha dei piani aggiornati alla situazione attuale; e solo in 417 comuni (il 30%) tali piani sono noti ai cittadini o sono state organizzate delle esercitazioni.
Pochissimi anche le amministrazioni che hanno iniziato a porre rimedio: solo 53 comuni hanno previsto di delocalizzare le abitazioni a rischio, e solo 20, un comune ogni 100, hanno pianificato di spostare i complessi industriali. Eppure "abbattere e spostare dove possibile ciò che non si può difendere dalle alluvioni e dalle frane" è la migliore soluzione possibile secondo Legambiente: meglio prevenire che curare, anche se, evidenzia il rapporto, negli ultimi anni si è preferito spendere 800.000 euro al giorno per riparare ai danni degli eventi catastrofici e solo un terzo di questa cifra, che ammonta a quasi 300 milioni di euro annui, per prevenirli.
E’ evidente l’urgenza di avviare una seria politica di mitigazione del rischio che sappia tutelare il suolo e i corsi d’acqua e ridurre i pericoli a cui sono quotidianamente esposti i cittadini - ha dichiarato il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti in sede di presentazione del rapporto - La prevenzione deve divenire la priorità per il nostro Paese”.
Nel 68% dei questionari tornati al mittente, i comuni hanno dichiarato di svolgere regolare attività di manutenzione di fiumi e torrenti, e opere di messa in sicurezza dei bacini. Spesso queste opere sono nuovi argini, ampliamento di opere esistenti, o consolidamento di versanti franosi, o ancora il deleterio "tombamento" di corsi d'acqua urbanizzati (dichiarato da ben 118 comuni per questo sondaggio) su cui poi si costruiscono palazzi. Raramente i provvedimenti anti dissesto prendono la strada virtuosa del ritorno a una situazione naturale, come il ripristino delle aree di espansione dei corsi d'acqua (attuato solo dal 12% dei comuni "interventisti") o il rimboschimento dei versanti montuosi (intrapreso soltanto da 47 comuni, il 5% del totale).
Il rapporto "Ecosistema Rischio 2016" di Legambiente è consultabile qui

 
 

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