16 Febbraio 2014
Redazione
TERRITORIO
16 Febbraio 2014
Redazione

Legambiente e Protezione Civile: sono 6 milioni gli italiani che vivono in zona a rischio idrogeologico

Legambiente e Protezione Civile presentano “Ecosistema Rischio”: sono ben 6.633 i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, l’82% del totale

Maltempo fa rima, purtroppo, con dissesto idrologico. Quando si parla di maltempo, infatti, torna in auge puntuale come sempre il problema del dissesto idrogeologico. Il rischio idrogeologico è fortemente condizionato dall’azione dell’uomo. La densità della popolazione, la progressiva urbanizzazione, l’abbandono dei terreni montani, l’abusivismo edilizio, il continuo disboscamento, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente e la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua hanno sicuramente aggravato il dissesto e messo ulteriormente in evidenza la fragilità del territorio italiano, aumentando l’esposizione ai fenomeni e quindi il rischio stesso.

Ma com’è la situazione del nostro territorio? A farci una fotografia della fragilità dello Stivale è “Ecosistema Rischio 2013”, il dossier annuale di Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile che ha monitorato le attività per la mitigazione del rischio idrogeologico di oltre 1.500 amministrazioni comunali italiane. E la situazione non è certamente positiva. “Sono ben 6.633 i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, si legge nel rapporto, l’82% del totale e oltre 6 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni.

1.109 sono i comuni dove sono localizzate abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana. Nel 32% dei casi si tratta invece di interi quartieri. Per quanto riguarda i fabbricati industriali, nel 58% dei casi si trovano in luoghi dove non dovrebbero essere, con tutto quello che comporta, in caso di calamità, per la vita dei dipendenti ma anche per l’ambiente stesso nell’ eventualità di sversamento di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni circostanti. Nel 18% dei comuni intervistati sono state costruite in aree a rischio strutture sensibili come scuole e ospedali, e nel 24% dei casi (324 comuni) sia strutture ricettive che commerciali.

Nel contempo, soltanto 55 amministrazioni hanno intrapreso azioni di delocalizzazione di abitazioni dalle aree esposte a maggiore pericolo e in appena 27 comuni si è provveduto a delocalizzare insediamenti industriali. Ancora in ritardo anche le attività finalizzate all’informazione dei cittadini (dichiarano di farle in 472 comuni), essenziali per preparare la popolazione ad affrontare situazioni di emergenza.

 “Frane e alluvioni comportano ogni anno un bilancio pesantissimo per il nostro Paese sia per le perdite di vite umane che per gli ingenti danni economici – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. E se è ormai chiaro il ruolo determinante dell’eccessivo consumo di suolo, dell’urbanizzazione diffusa e caotica, dell’abusivismo edilizio e dell’alterazione delle dinamiche naturali dei fiumi nell’amplificazione del rischio, le politiche di mitigazione faticano a diffondersi. Ma non solo. Anche le risorse stanziate dopo ogni tragedia finiscono spesso a tamponare i danni, ripristinando lo stato esistente mentre sarebbe ora di pianificare interventi concreti di ripensamento di quei territori in termini di sicurezza e gestione corretta del rischio”.

 
 

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