1 Dicembre 2017
Dario Caputo
TERRITORIO
1 Dicembre 2017
Dario Caputo

Livorno invasa dal cemento: il dossier della Lipu

La cementificazione massiva che ha caratterizzato Livorno ha contribuito in modo significativo  al disastro dell’alluvione che ha colpito la città lo scorso settembre. Lo sostiene un dossier della LIPU che auspica l’adozione di un modello di sviluppo sostenibile.

La tragica alluvione che ha colpito Livorno il 9 settembre scorso è figlia di un modello di sviluppo non sostenibile che sta causando dei cambiamenti climatici molto repentini ma soprattutto intensi. La Lipu (Lega italiana protezione uccelli), tuttavia, con la collaborazione degli architetti Simona Corradini, dottore di ricerca in pianificazione urbana, territoriale e ambientale, e di  Alexander Palummo dell’Università di Firenze ha redatto un dossier che cerca di spiegare meglio quali sono state le cause principali del disastro: in primis, secondo il dossier, la cementificazione massiva, come testimoniano la costruzione di nuovi quartieri residenziali e di aree industriali e commerciali: Banditella, Leccia, Scopaia, Salviano, Magrignano, Porta a Terra, Viale Boccaccio, Picchianti. Purtroppo negli ultimi anni a Livorno è aumentato il consumo del suolo, un fenomeno che, secondo le associazioni ambientaliste, si sarebbe dovuto fermare qualche anno fa, cercando di destinare al verde urbano i terreni aperti che ancora restavano non impermeabilizzati con asfalto e cemento.

Queste aree, caratterizzate da terreni in grado di filtrare e immagazzinare le acque piovane fino al 95%, contrastando così allagamenti e alluvioni, fino agli anni 90 erano visibili nell’atlante ornitologico urbano curato dalla LIPU. Successivamente invece tutto è stato cementificato non tenendo conto delle indicazioni della onlus stessa e degli ambientalisti. Il dossier nomina ad esempio il centro commerciale Parco Levante, edificato in una zona che avrebbe dovuto essere destinata a verde pubblico sulle sonde del Rio Maggiore, il corso d'acqua che è esondato causando molte vittime.

La tesi dell'associazione è che le azioni che si stanno attuando vanno nella direzione opposta alla prevenzione delle alluvioni: si “puliscono” i fiumi togliendo le piante presenti al loro interno quando in realtà quelle stesse piante rallentano la velocità delle acque e le radici trattengono le sponde. Il dossier propone quindi agli enti pubblici l’adozione di un modello sostenibile per il drenaggio delle acque, che mantenga lo spazio necessario ai corsi d’acqua, evitando soprattutto di costruire a ridosso degli alvei e bloccando concretamente il consumo di suolo nelle zone periferiche e sulle colline.

Tra le diverse azioni che potrebbero essere pianificate, ci sono lo sviluppo di una serie di terreni esondabili (zone umide, bacini di bioritenzione, fasce tampone con piante arboree ed arbustive); la valorizzazione delle aree verdi, per le quali si auspica l’istituzione di oasi urbane; la gestione del verde urbano con un approccio tecnicamente corretto, sostenibile ed ecologico, evitando gli abbattimenti di alberi e ponendo fine alla pratica della potatura tramite capitozzatura. Attraverso questa pratica, suggeriscono gli autori del documento, si eliminano gran parte delle chiome di alberi e delle siepi, compromettendo i servizi ecosistemici, vitali per assicurare la qualità urbana. Adottare queste accortezza porterebbe ad una serie di benefici a cascata: il miglioramento dell’aria, che a sua volta influirà sui cambiamenti climatici e di conseguenza sul ciclo dell’acqua. 

 
 

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