6 Settembre 2017
TERRITORIO
6 Settembre 2017

Randagismo: oltre 3 milioni di cani e gatti vagano liberi in Italia

Un dossier della LAV accende i riflettori su un fenomeno che si ripercuote negativamente sull’economia locale e sulle risorse naturali del paese.

 

Il randagismo è un fenomeno poco presente nel dibattito pubblico, e soprattutto poco noto nelle sue dimensioni. Rappresenta sia un’emergenza etica, per le sofferenze inflitte ad animali abituati alla dipendenza dall’uomo; sia un allarme sociale, per la possibilità di aggressioni e incidenti stradali; sia un problema economico, per i costi di canili e rifugi a carico della collettività. Da non sottovalutare poi l’impatto di cani e gatti randagi sugli ambienti naturali o rurali, soprattutto nelle aree suburbane. La Lega Anti Vivisezione ha pubblicato un dossier intitolato: “Randagismo, cosa è cambiato in 10 anni”. Il documento riporta i dati comunicati da quasi tutte le regioni italiane (non pervenute Calabria e Campania) riguardanti la presenza di cani e gatti censiti in strutture come canili sanitari, rifugi, gattili e colonie feline.

Si può dire che il problema si manifesta in due ambiti: gli animali detenuti nei canili e nei gattili in attesa di adozione, e quelli vaganti senza controllo nelle città e nelle campagne. Se del primo gruppo si può quantificare il numero, del secondo esistono solo stime, per di più datate. 
Dai dati emerge che, in confronto al 2006, i cani iscritti all’anagrafe sono aumentati del 57%, e quelli presenti nei canili - rifugio sono diminuiti del 27%. L’anagrafe canina italiana registra attualmente 9,4 milioni di animali, ben 3,4 milioni più di dieci anni fa, anche se l’Eurispes ha registrato un calo del 10% di animali domestici tra il 2016 e il 2017. Valutando che un cane su quattro non viene registrato, la LAV stima in 12,5 milioni il numero di cani di proprietà nel paese.

Nel 2015 una conferenza organizzata dalla Regione Lombardia ha fissato a circa 131 mila il numero di cani nei canili: circa 118 mila in “rifugi”, e 13 mila in canili sanitari per trattamenti veterinari. Lo scorso anno sono entrati nei canili sanitari 81 mila cani, in aumento del 2% rispetto al 2015, ed è stato possibile restituire ai proprietari solo 36 mila di essi, il 45%. Se in Lombardia le restituzioni arrivano all’85%, nel Lazio questa percentuale scende al 17% e in Abruzzo, Basilicata e Puglia solo 3-4 cani ogni 100 ritornano ai padroni.

Un dato negativo è quello delle sterilizzazioni, un metodo di prevenzione ritenuto fondamentale per diminuire il randagismo. Ma nel 2016 soltanto 26 mila cani e 44 mila gatti sono stati sterilizzati nelle strutture sanitarie monitorate; un numero che può sembrare alto ma che rappresenta una percentuale minima del fenomeno generale. Un fenomeno costoso: ogni cane detenuto in un canile comunale costa, mediamente 3,50 euro al giorno, 1.277 euro all’anno; moltiplicato per i circa 80 mila cani censiti nei canili – rifugio italiani (Calabria e Campania escluse) si superano i 100 milioni di euro all’anno. Considerando che un cane resta in custodia mediamente per sette anni, la spesa pubblica in questo lasso di tempo supera i 700 milioni. Il sacrificio economico maggiore lo fanno i contribuenti della Puglia (26 milioni annui), della Sicilia (13) e della Sardegna (10); quello minore nelle Provincia di Bolzano (20 mila euro), Trento (158 mila) e in Valled’Aosta (203 mila); a conferma del fatto che dove si fa più prevenzione si spende meno.

Per i randagi liberi le ultime stime attendibili sono quelle del Ministero della Salute che nel 2012 ha quantificato in 500-700 mila il numero dei cani randagi sul territorio nazionale, e addirittura, nel 2006, in 2,6 milioni quello dei gatti.
I cani randagi rappresentano una minaccia seria sia per la fauna selvatica, sia per le attività di allevamento. Quello che in un contesto familiare e controllato si comporta come un animale d’affezione, più o meno educato al suo ruolo di compagno, guida, guardiano o membro della famiglia, libero da vincoli torna ad essere l’animale selvatico addomesticato solo qualche migliaio di anni fa: capace di cacciare, creare branchi con cani di altre razze, riprodursi liberamente ed occupare un territorio. In tutto e per tutto un lupo addomesticato: una “sottospecie” solo per la terminologia tassonomica, ma perfettamente in grado di accoppiarsi con l’originale selvatico e dare vita a prole fertile.
L’ibrido cane-lupo, pur con diverse sfumature che i naturalisti cercano di studiare tra mille difficoltà pratiche e scientifiche, è un animale che potenzialmente unisce la forza e gli istinti primordiali dei lupi, alla versatilità, capacità di adattamento e confidenza con gli ambienti antropizzati dei cani. Confidenza che si traduce in maggiore temerarietà nell’avvicinare fattorie e greggi rispetto al lupo italico (in particolare) reso timoroso da secoli di sterminio sistematico da parte dell’uomo. Da ciò deriva che molte predazioni, frettolosamente attribuite ai lupi, sono probabilmente opera di branchi di cani rinselvatichiti o di ibridi, o di associazioni tra questi animali. Per avere un’idea delle possibilità statistiche che l’attacco a un allevamento di ovini o bovini sia da attribuire a lupi o a cani/ibridi basta confrontare le stime, che parlano di 1000-2400 lupi distribuiti tra alpi e appennini e, come detto, 500-700 mila cani vaganti in Italia secondo la valutazione del 2012: ovvero 200-700 cani randagi per ogni lupo selvatico.

Meno inquietante ma non meno dannoso l’effetto dei gatti randagi sulla microfauna: piccoli roditori, uccelli e rettili sono prede facili anche per i gatti domestici lasciati troppo liberi di vagare in campagna e nelle aree verdi periurbane. Queste spedizioni di caccia potranno farci sorridere quando il micio riporta indietro una lucertola, e non procurano danni diretti a coltivazioni e allevamenti come le predazioni dei cani randagi o le scorrerie dei cinghiali. Molti studiosi però cominciano a lanciare allarmi sull’impatto reale di queste “stragi silenziose”, opera di un felino che non caccia solo per fame, ma anche per gioco o per addestrarsi, eliminando sistematicamente ed inesorabilmente altri animali che in realtà hanno un ruolo fondamentale nell’equilibrio naturale, anche degli ambienti agricoli, come mangiatori di insetti, spazzini, distributori di semi e anche impollinatori.

L’indagine, che come lascia intuire il titolo intende evidenziare l’evoluzione recente del fenomeno del randagismo, si è scontrata con la scarsità dei dati disponibili e con una certa indifferenza delle istituzioni al problema. La mancanza di dati aggiornati e completi non facilita certo la programmazione di soluzioni e interventi coordinati a livello nazionale.
In generale il dossier denuncia come, anche in quest’ambito, esista una grande differenza tra il nord e il sud del paese, sia in termini di strutture presenti, sia nella gestione del problema. La LAV scrive che “in Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, Toscana, Valle d’Aosta e Province Autonome di Trento e di Bolzano il randagismo canino è contenuto e si procede a una maggiore sterilizzazione delle colonie feline”, e risultano esistere 122 gattili nel centro-nord;  mentre “in Puglia, Sicilia, Basilicata e Lazio il numero dei cani randagi è ancora importante”, e i gattili risultano “inesistenti”; anche se va ricordato che non sono stati rilevati i dati di Calabria e Campania.

Le soluzioni proposte dell’associazione sono diverse. Un’anagrafe degli animali d’affezione più efficiente e omogenea a livello nazionale, che imponga l’identificazione con microchip di cani, gatti e furetti venduti, scambiati e adottati sul territorio nazionale, per combattere fenomeni come l’abbandono e il traffico illecito di cuccioli. “All’aumento del numero dei cani iscritti in anagrafe - fa notare la LAV - diminuisce il numero dei cani in canile e contemporaneamente aumentano le restituzioni al detentore”. Poi occorrono campagne informative e incentivi alla sterilizzazione e all’adozione: rispetto al 2015, le adozioni di cani nel 2016 sono state oltre 3.000 di meno, e solo il 34% degli animali ospitati nei canili – rifugio trova una nuova casa. L’eccellenza è la Provincia Autonoma di Bolzano, dove viene adottato l’84% dei cani; la maglia nera è la Sardegna, con il 5%. Si sente anche la necessità di campagne educative nelle scuole per promuovere il corretto rapporto uomo-animale sia tra i bambini sia tra i genitori.
Soprattutto c’è bisogno di un censimento capillare dei randagi in tutto il paese, propedeutico a un piano nazionale, adeguatamente finanziato, per affrontare il problema in modo uniforme, organizzato ed efficiente. L’associazione suggerisce anche provvedimenti specifici come gli incentivi all’adozione, con buoni e detrazioni fiscali per le spese veterinarie; e la riduzione dell’IVA sul cibo e sui farmaci per animali.

Fonte dei dati: LAV - dossier Randagismo in Italia 2017 

 
 
 
 
 
 

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