Grammenos Mastrojeni - Foto FAO / Roberto Cenciarelli
Educazione Interviste

Sostenibile conviene!

La necessità della transizione sostenibile. L’urgenza di riportare l’equilibrio nel sistema-Terra. Il pericolo che corre il genere umano nel continuare a perseguire un modello di sviluppo auto distruttivo. Grammenos Mastrojeni pubblica insieme a Earth Day Italia un video-corso rivolto a educatori, studenti, amministratori e comunicatori, per promuovere la consapevolezza che la sostenibilità non è un sacrificio ma un investimento sul futuro. 

“Sostenibile conviene” è un corso di Grammenos Mastrojeni, Segretario Generale Aggiunto dell’Unione per il Mediterraneo, realizzato in collaborazione con Earth Day Italia

Dodici moduli più due (un’introduzione e uno speciale finale) divisi in tre parti: “Aspetti Generali”, “Cosa sta succedendo al Pianeta” e “Soluzioni”. Un condensato dell’esperienza trentennale di Mastrojeni nella diplomazia climatica e nei diversi campi di applicazione del concetto di sostenibilità. Qui i video del corso.

Il corso introduce ad argomenti di livello universitario, ma è strutturato e realizzato con un linguaggio semplice, accessibile a tutti e a tratti divertente. Una risorsa agile e autorevole rivolta a docenti, studenti, amministratori, imprese. La narrazione, non gravata da posizioni preconcette, propone piuttosto informazioni ed elementi che offrono a tutti la possibilità di ragionare e scegliere consapevolmente e in autonomia.


Abbiamo chiesto al professor Mastrojeni di introdurre il corso ed indicarcene premesse, concetti di base e scopi.

Quali sono i temi e gli scopi del corso?
Il tema è capire bene la sostenibilità. Normalmente infatti viene malintesa: concepita come una protezione ideologica dell’ambiente. Si tratta di tutt’altro. La protezione dell’ambiente è una conseguenza. Si tratta di ponderare le proprie scelte tenendo conto di tutte le conseguenze per l’intero sistema, e non solo per il proprio settore. La nostra generazione fa fronte alla più grande sfida della storia, che mette in gioco persino la sopravvivenza della civiltà umana. Se noi non gestiamo il nostro piccolo pianeta in maniera sostenibile nelle sue componenti naturali e sociali, ci avviamo a delle soglie di collasso che sono molto vicine nel tempo e che ci possono riportare alla barbarie, se non addirittura all’estinzione. Quindi è necessario che tutti comprendano il tema, per poter decidere in maniera informata. Ma soprattutto è necessario che ne capiscano le nuove generazioni, perché qui si parla del loro futuro diretto, ed hanno diritto di scegliere con cognizione di causa.

Il corso è di libera fruizione; ma ci sono delle categorie a cui è rivolto in particolare?
L’idea è nata dal fatto che mi sono spesso ritrovato ad illustrare la sostenibilità nelle scuole. In quelle occasioni i docenti mi facevano notare costantemente quanto fosse la necessità di elementi per spiegare bene queste cose agli studenti. Dunque, poiché esiste una, seppur vaga, indicazione ministeriale ad insegnare i temi dell’ambiente e della sostenibilità, ho pensato questo corso anzitutto per i professori: possono utilizzarlo per farsi un’idea o come traccia, e non soltanto applicare direttamente il programma ministeriale. Contemporaneamente è direttamente fruibile anche dai ragazzi. Direi che è comprensibile a vari livelli, già dalle medie; ma è soprattutto calibrato sugli studenti delle scuole secondarie. Ciò vale per la parte generale. Poi ci sono alcune parti specifiche rivolte a figure più direttamente coinvolte: le imprese, i comunicatori e le amministrazioni. Ad essi sono dedicate delle lezioni a parte o segmenti delle lezioni generali che parlano proprio di loro.

Sostenibile conviene è un concetto che sembra andare controcorrente rispetto a ciò che si percepisce in giro.
In tempi di crisi politiche ed economiche come questo si accantonano i buoni propositi ambientali e si torna a parlare di petrolio e gas come di risorse di cui appropriarsi con ogni mezzo, anche violento. Invece la realtà è un po’ diversa. Non è vero che ci sia una contraddizione fra sostenibilità e competitività. La sostenibilità rende le imprese e i paesi più competitivi. Se si lasciassero trainare da questa percezione dominante, anche se sbagliata, le prime che dovrebbero approfittare dell’allentamento dell’attenzione pubblica sulla sostenibilità sono le imprese, che invece continuano a investire nella sostenibilità. Questo succede in Italia in proporzione maggiore alla media europea; e già l’Europa è un esempio virtuoso. In pratica gli imprenditori hanno riconosciuto che la sostenibilità è un fattore di competitività, oltre a salvare il mondo per i loro figli.

Alla base di tutto il corso c’è il concetto di equilibrio: che va cercato, stabilito o ristabilito. Di quale equilibrio si tratta?
Il nostro sistema-Terra può vivere perché ha raggiunto una condizione di equilibrio. Che vantaggio ci dà l’equilibrio, su un pezzo di roccia che altrimenti sarebbe fondamentalmente governato dal caos? Ci regala delle ciclicità che si ripetono, e che quindi sono prevedibili. In assenza di questa prevedibilità è impossibile organizzare l’attività umana. Ad esempio non si può fare agricoltura se non si sa quando pioverà: non si saprebbe quando seminare. Non si può neanche organizzare una pianificazione urbanistica. Noi ci consideriamo una civiltà tecnologica, al di sopra di tutto questo; ma in realtà continuiamo a dipendere da tutti questi servizi forniti dall’ecosistema.

Come proteggere questo equilibrio? Con uno sguardo a tutto il sistema. Perché l’equilibrio generale è il frutto delle correlazioni fra tanti sotto equilibri locali e settoriali, fra cui esistono interazioni ed equivalenze molto forti. Perciò parlare di “giustizia” e “protezione dell’ambiente” alla fine è la stessa cosa: tutto ciò che si fa per la giustizia protegge l’ambiente, e tutto ciò che protegge l’ambiente crea giustizia. Si tratta quindi di comprendere queste correlazioni, per evitare che queste connessioni – facendo uno sbaglio in un settore – possano mettere in moto delle catene di conseguenze che fanno sballare il sistema. Ne abbiamo fatti diversi, e contemporaneamente, di questi sbagli che poi si sono alimentati a vicenda. Ad esempio abbiamo iniziato a distruggere l’ambiente non perché ci piacesse farlo, ma semplicemente per aver scelto uno sviluppo ingiusto. Lo sviluppo ingiusto ha portato a delle polarizzazioni che hanno significato l’ipersfruttamento di certe risorse e di certi luoghi. Questo approccio non conforme con l’equilibrio del pianeta – iniziato in un settore – ha esteso lo squilibrio all’intero sistema; il risultato sono le soglie di collasso che stiamo raggiungendo. L’esempio più importante è quello dei cambiamenti climatici: vengono definiti come un aumento di temperatura, il che è scientificamente corretto; ma si tratta di una gigantesca gomitata all’equilibrio energetico del nostro pianeta. In precedenza, per quanta energia arrivasse dallo spazio (in forma di radiazione solare, ndr.), altrettanta ne veniva rispedita indietro. Noi abbiamo messo una coperta di gas al pianeta che causa il famoso effetto serra. La conseguenza è che immagazziniamo nel sistema l’equivalente dell’esplosione di 400.000 bombe di Hiroshima al giorno. Tutta questa energia in più porta il caos nel clima, l’imprevedibilità dei cicli climatici e quindi, a catena, tutti i disastri a cui assistiamo; ma anche, e soprattutto, l’impossibilità di organizzare le attività umane. L’agricoltore non sa quando seminare se non sa quando piove; ma anche il gestore dell’acquedotto di New York non può pianificare nulla se non sa quando saranno innevati i monti Appalachi.

Nel corso lei parla di soluzioni, di economia integrale, della “Equazione di Gaia”, del ruolo dei governi e delle istituzioni internazionali per le politiche sostenibili.
Anzitutto i governi si devono rendere conto delle equivalenze di cui abbiamo parlato. Significa fare delle scelte equilibrate per la competitività, il benessere e via dicendo. Ma non si può pensare di imporre la sostenibilità dall’alto. La sostenibilità nasce sui territori, dal vissuto quotidiano delle persone, dall’interpretazione del territorio. Allo stesso modo non può essere imposta all’economia, ma i governi possono proteggere la sostenibilità. Facciamo il caso delle imprese italiane: sono molto impegnate su questa strada però hanno un po’ paura, perché c’è una fase, quella di transizione, in cui si espongono moltissimo ai rischi del mercato. La grande multinazionale – se deve più o meno in apparenza diventare sostenibile – ha tutti i mezzi per mettere in congelatore un dipartimento dopo l’altro: non sarà abbattuta dalla concorrenza globale. La piccola e media impresa, come è tipico del tessuto italiano, invece può avere paura: nel momento del cambiamento, delle spese di investimento, può trovarsi esposta a delle dinamiche diverse nel mercato che la mettono a rischio. Il grande compito dei governi è capire e poi proteggere la transizione.

Qual è la parte dei singoli cittadini?
La nostra parte è fondamentale. C’è un pensiero tanto comune quanto errato: i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, la grande ineguaglianza, sono problemi giganteschi… che cosa posso farci io, che sono solo una piccola goccia nell’oceano? La soluzione spetta ai grandi, ai ministri, alle Nazioni Unite, agli stati e via dicendo. Consideriamo che cosa possono fare questi grandi soggetti: fondamentalmente pezzi di carta; trattati, leggi, provvedimenti fiscali che di per sé non cambiano nulla. Hanno effetto solo se promuovono scelte diverse da parte di chi veramente fa la differenza: io e te, una persona comune. Dalla somma di scelte diverse delle persone comuni – come individui e nelle loro attività professionali, familiari, imprenditoriali, scolastiche – nasce la differenza.

Il problema è che c’è una certa immobilità dovuta alla percezione di essere una goccia nell’oceano: chi me lo fa fare di essere il primo a prendersi la scocciatura di diventare sostenibile? Il primo errore è che non si tratta di una scocciatura: in realtà nel fare scelte sostenibili si guadagna molto in qualità della vita ed anche nel portafoglio. Tenendo conto che il 30% della produzione alimentare viene sprecata, se mi organizzo in cucina per buttare via nulla significa che posso risparmiare il 30% del mio budget alimentare.

Inoltre – per una serie di meccanismi inerenti all’equilibrio – questa scelta individuale può moltiplicare di molto gli effetti. Nutrirsi di carne rossa in quantità eccessive e di scarsa qualità, significa calpestare il pianeta e la società. Se mi sottraggo a quel mercato che si vanta di vendere miliardi di hamburger, il mio singolo hamburger non è soltanto un risparmio per me. Diventa la mia goccia sottratta al problema del trattamento inumano degli animali; al fatto che gli animali allevati in concentrazioni eccessive diventano una fabbrica di virus che si evolvono alla velocità della luce; al problema che per mantenere questi allevamenti bisogna imbottire gli animali di antibiotici, creando l’iper-resistenza dei patogeni; al problema che queste produzioni concentrate devono poi essere distribuite ovunque con una super produzione di imballaggi e l’incremento del trasporto su strada; al problema delle pozze di ammoniaca (dalle acque reflue degli allevamenti, ndr.) che creano particolato e malattie. Soprattutto se mi sottraggo a questo mercato metto la mia goccia sulla questione fondamentale della sostenibilità: la giustizia; perché mi sottraggo anche al mercato necessario a nutrire ogni anno 70 miliardi di capi di bestiame ogni anno, per cui bisogna ricorrere ad un’agricoltura intossicata, intensiva e così estesa da invadere le zone vergini o i paesi in via di sviluppo. Questo non è un discorso contro gli allevatori – anche loro condotti in una certa direzione dal mercato – che hanno accumulato molto sapere molto utile anche per una transizione sostenibile.

Se l’Amazzonia brucia non è per colpa di un presidente cattivo, ma proprio perché noi vogliamo farci del male mangiando troppi hamburger cattivi: in quantità tale che può essere ottenuta soltanto coltivando così tanta soia e mais per cui è necessario bruciare una parte dell’Amazzonia. Allo stesso tempo è necessario andare a comprare terre nei paesi poveri, sottraendole alle popolazioni locali che quindi entrano in precarietà, oppure perdono sovranità identitaria, alimentare, eccetera. Se decido di mangiare quell’hamburger brucio l’amazzonia e creo del disagio all’altro capo del mondo, che però finirò per pagare io stesso; perché quel disagio si trasforma in migrazioni, in conflitti che non restano lontani ma mi raggiungono. Perciò il singolo gesto personale può sembrare una goccia, ma viene moltiplicato dal sistema in modo esponenziale. Ognuno di noi è importantissimo.

 

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