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Apiterapia: la farmacia è nell’alveare

Dal miele alla propoli, dal ronzio all’aroma, dalla cera al veleno dei pungiglioni, praticamente ogni prodotto dell’alveare può essere utile per curare patologie fisiche e psicologiche. Intervista ad Aristide Colonna (Associazione Italiana Apiterapia)

Diverse fonti scientifiche lanciano da anni l’allarme sulla drastica diminuzione su scala globale degli insetti impollinatori. Secondo l’IUCN, più del 40% delle specie di invertebrati che garantiscono il trasporto del polline da una pianta all’altra rischia di scomparire: in particolare api e farfalle. In Europa il 9,2% delle specie di api sono attualmente minacciate di estinzione. Anche le cause sono ben note: le monocolture e l’eliminazione di siepi, incolti ed altri ambienti ricchi di biodiversità che diminuiscono la varietà di fiori a disposizione degli insetti; l’utilizzo diffuso di pesticidi, fertilizzanti e diserbanti che li avvelenano.; la frammentazione e la distruzione degli habitat naturali che mettono riducono gli spazi vitali per gli insetti “selvatici”. Il rischio non è soltanto di perdere specie di insetti destinati all’estinzione, ma anche di mettere in pericolo la produzione di cibo coltivato (ampiamente dipendente dall’impollinazione naturale) e, più sorprendentemente, di rinunciare a una “farmacia” naturale la cui utilità per il benessere umano è ancora in larga parte poco conosciuta.

Infatti, i prodotti dell’alveare (miele, polline, propoli) non sono utili soltanto per la nutrizione ma anche per la preparazione di farmaci. Gli alveari stessi risultano uno strumento validissimo per la cura di diverse condizioni patologiche. Di questi aspetti “collaterali” del rapporto tra umanità e api si occupa l’Associazione Italiana Apiterapia. Ne abbiamo intervistato il Presidente: il dottor Aristide Colonna, medico di base, promotore dell’integrazione dei prodotti dell’alveare nelle pratiche mediche.

Dottor Colonna, come definirebbe l’apiterapia, in relazione alla medicina e alle altre pratiche terapeutiche paramediche?

L’api terapia è una medicina che va ad integrazione di quella tradizionale: per dare maggior spazio ai colleghi medici nell’avere [a disposizione] altri prodotti. L’80% dei lavorati in sintesi per i medicinali che utilizziamo, prodotti dalle multinazionali, sono derivati da prodotti naturali. Anche i prodotti dell’alveare, dal miele al veleno (contenuto nel pungiglione, ndr.), possono essere utilizzati tranquillamente per alcune patologie.

Quali prodotti dell’alveare sono utilizzati? e per quali patologie?

Partiamo dal miele, che è quello più conosciuto. Il miele ha delle grandissime capacità per la cicatrizzazione delle ferite. In particolare per le ferite importanti: i decubiti. La cosa fondamentale è che il miele ha la capacità di evitare l’antibiotico-resistenza, che purtroppo è uno dei grossi problemi delle terapie e dei cocktail di antibiotici eseguiti quotidianamente in tutti i nosocomi. In Italia migliaia di persone muoiono per setticemia, a causa della resistenza antibatterica. Quindi il miele potrebbe essere preso in considerazione, soprattutto per la cicatrizzazione delle lesioni e dei decubiti, non meno che per le sue capacità nutraceutiche. Perché non è un semplice dolcificante, come spesso viene utilizzato, ma proprio un nutriente con importanti capacità nutritive.

Un altro prodotto interessantissimo – su cui abbiamo fatto dei lavori con l’Università Federico II di Napoli e con la l’Università di Roma Tor Vergata – è la propoli, che ha una grossa azione antibatterica e virucida. Con la Federico II abbiamo fatto un lavoro sulle patologie delle prime vie aeree; con Tor Vergata sulle parodontopatie. Entrambi i lavori hanno dato il 100% di risultati positivi. [Inoltre la propoli è efficace] anche nelle patologie gastriche – presa in boli di polvere grezza e non in soluzione idro-alcolica – nella cicatrizzazione di ulcere e di processi infiammatori gastrici. La pappa reale si conosce da tempo. È un ottimo ricostituente del sistema immunitario. Consideriamo poi la cera, che conosciamo esclusivamente come elemento per fare le candele: la cera di opercolo; non quella dei telaini, ma quella che producono realmente le api. Se un chilogrammo di carne produce circa 40 grammi di unità internazionali di vitamina A, la cera ne contiene oltre 3060. Questo dà la proporzione delle qualità della cera, che potrebbe essere utilizzata anch’essa come nutraceutico. Faccio sempre l’esempio delle merende per i bambini, carenti di nutrienti e soprattutto di vitamina A: un’ottima merenda completa potrebbe essere un lollipop di miele e cera di opercolo.

Il polline è la parte proteica. Le api lo utilizzano per trasformarlo in pappa reale con la quale nutrono la regina per tutta la vita e le nuove nate nei primi giorni. L’Associazione Italiana Apiterapia è stata una delle prime a far conoscere l’importanza del polline fresco, congelato. Prima veniva utilizzato il polline essiccato o liofilizzato; ma abbiamo visto che il prodotto, trattato in questa maniera, perdeva tutte le caratteristiche nutraceutiche. Con una metodica che gli apicoltori conoscono perfettamente, il polline viene visionato, trattato, analizzato per eventuali inquinanti, e poi utilizzato. Svolge tantissime azioni come proteine che introduciamo nel nostro organismo. Ci sono anche dei fitormoni. L’Università di Catania ha fatto addirittura un lavoro sul polline e l’utilizzo nell’ipertrofia prostatica benigna. L’Associazione sta portando avanti diversi lavori.

C’è poi il veleno delle api, quello che viene inoculato con la puntura. Anche lì ci sono elementi da sfruttare per le terapie.

Assolutamente sì. La scoperta [dell’utilità] del veleno (apitossina, ndr.) per le patologie, soprattutto osteo-articolari, risale all’Ottocento. Un medico ungherese, Philip Terc, scoprì che iniettando il veleno delle api i suoi pazienti con forme di reumatismo articolare guarivano completamente. Il veleno ha molteplici azioni antidolorifiche, antiinfiammatorie e stimolanti il sistema immunitario. Può essere utilizzato per un numero importante di patologie. Con dei ricercatori stiamo studiando l’importanza del veleno per le infezioni in Generale. Quindi ha un’azione antibatterica, azione antivirale e antimicotica. Ciò può aprire un grosso spiraglio di interesse per l’utilizzazione del veleno. Molte aziende cominciano a interessarsi a questo prodotto, che è veramente una scoperta eccezionale.

Occorre specificare che questi prodotti dell’alveare vengono trattati prima della somministrazione come fossero dei farmaci.

Certamente. Tornando al miele, per trattare un’ulcera cutanea o un decubito, ovviamente dobbiamo usare un prodotto che viene trattato con i raggi gamma per avere certezza che non ci sia nessun elemento inquinante. La stessa cosa avviene con il veleno, che dev’essere al massimo della purezza.

Tra le vostre attività c’è l’apiario del benessere, che unisce l’apicoltura e l’apiterapia. Anche su un altro piano: finora abbiamo parlato di terapie per curare patologie fisiche, ma ce ne sono per quelle psicologiche. Che cosa sono e come funzionano questi apiari?

Ho scoperto l’apiario del benessere tanti anni fa, quando giravo i paesi dell’est: Romania, Polonia. Vedendo le “casette” che loro costruivano per motivi climatici, mi è venuta l’idea di poter adattare le arnie che si utilizzano in Italia. L’apiario del benessere è appunto una casetta in cui un certo numero di arnie [appese all’esterno] vengono messe in comunicazione con l’interno da delle retine, in modo che ovviamente le api non possono entrare, e chi è dentro stia in completa sicurezza. L’apiario può essere utilizzato ad esempio nell’api-didattica, per far conoscere la vita delle api ai bambini. Gli aromi che penetrano all’interno dell’apiario del benessere svolgono delle importanti azioni curative, soprattutto per l’apparato respiratorio. Non solo l’aroma, ma anche il suono. La media della lunghezza d’onda [del ronzio delle api] è intorno ai 432Hz: si è visto che va a stimolare una parte del nostro cervello, il sistema limbico, deputato alla percezione delle condizioni sensoriali, rilassandolo e mantenendo una situazione di calma completa, e anche di meditazione. Un esempio: una mamma si è recata presso uno dei nostri centri con apiari del benessere – ne abbiamo oltre 67 su tutto il territorio nazionale dalle Isole sino alla Val d’Aosta – Voleva entrare a fare questa esperienza all’interno dell’apiario, ma il suo bambino urlava. La signora che li ha accolti li ha fatti sedere su una poltrona [dentro l’apiario] e, dopo pochi minuti, il bambino si è addormentato. Questo è per dare l’idea di ciò che succede all’interno di un apiario. L’altra cosa fondamentale che mi interessa particolarmente è la ricerca scientifica. Cioè poter fare, in uno stesso giorno, un bio-monitoraggio ambientale in tutti i 65 apiari. Le api sono tra gli insetti che per primi percepiscono una situazione di inquinamento ambientale. Con un nostro collaboratore abbiamo sviluppato una rete di apiari. Quando sarà completa, nel giorno stabilito, potremo prelevare alcuni prodotti dell’apiario; li faremo analizzare ad un unico laboratorio che ci restituirà le condizioni ambientali di inquinamento, in quella giornata, su tutto il territorio nazionale. Un altro aspetto importante da non sottovalutare.

È noto che il rapporto fra l’uomo e le api dal punto di vista alimentare risale alla notte dei tempi. È meno noto che c’è anche una storia della apiterapia.

Assolutamente sì. Storie che risalgono dall’antico Egitto, ai tempi di Carlo Magno ed Enrico VIII. Gli egiziani utilizzavano la propoli per l’imbalsamazione. Enrico VIII notoriamente soffriva di gotta, e veniva fatto pungere dalle api perché avevano verificato che l’apitossina determinava un miglioramento delle condizioni del re. La storia è lunga e ricca di sviluppi. Sviluppi che spero [continuino] in un futuro prossimo. L’Associazione sta facendo di tutto per coinvolgere le istituzioni importanti: le università. Collaboriamo già con la Federico II di Napoli, con l’Università del Piemonte Orientale, con l’ISPRA, con l’Università Cattolica di Milano. Abbiamo diverse collaborazioni che spero possano far emergere elementi importanti, per la miglior conoscenza dei prodotti terapeutici dell’alveare.

Come deve procedere chi volesse approfondire queste pratiche, o proporle al proprio medico curante che magari non le conosce?

Basta consultare il sito dall’Associazione Italiana Apiterapia: ci sono tutti i contatti sia per i curiosi, sia per gli interessati. Nei corsi che organizziamo ci sono medici, fisioterapisti, apicoltori. Gli apicoltori sono i nostri farmacisti, perché devono darci dei prodotti di massima qualità.

Da quando ha iniziato a esplorare questo mondo, come è evoluto il suo rapporto con le api?

In questo periodo tutti si preoccupano della moria e delle sofferenze delle api dovute a pesticidi, glifosato, ecc. Questa è una parte di verità. Sarebbe molto importante diversificare l’agricoltura, innanzitutto evitando di utilizzare quei prodotti che sono un veleno, non solo per le api. Ma il problema principale è il cambiamento climatico e la mancanza di biodiversità. L’ape è un insetto abbastanza stanziale; per cui spesso famiglie intere muoiono, soprattutto in quelle zone dove c’è un’agricoltura mono florale: dove si coltivano sempre le stesse cose. L’alimentazione e la nutrizione dell’ape è fatta di diverse sostanze; quando queste vengono a mancare c’è una carenza alimentare e le api muoiono di fame. Negli ultimi dieci anni la grandezza stessa delle api è diminuita; come anche la loro longevità. In particolare la vita media delle regine si è ridotta notevolmente: prima si parlava di cinque o sei anni; oggi tre anni è già un limite importante.

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