Economia Ecosistema Interviste

Bologna (WWF): PNRR sforzo lodevole del Governo ma serve una rivoluzione verde

WWF, Greenpeace, Legambiente e Kyoto Club criticano il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che dovrebbe far ripartire l’economia italiana verso la transizione ecologica.
Intervista a Gianfranco Bologna: “Avremmo voluto in questo Piano la visione di una trasformazione radicale”.

A fine aprile il premier Draghi ha presentato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, preparato dal Governo per intercettare gli ingenti fondi messi a disposizione dall’Unione Europea per superare la crisi del Covid19. Le associazioni ambientaliste, dopo averne analizzato le linee guida, lo hanno criticato per scarsa incisività nel finanziare una vera transizione ecologica. In un comunicato congiunto sottoscritto nei giorni scorsi da WWF Italia Greenpeace, Legambiente, Kyoto Club e Transport & Environment (T&E), si legge che il PNRR “non è un piano significativo per il clima; non riesce a identificare nei settori della decarbonizzazione il volano per la ripresa economica sostenibile e non è incisivo nell’allocazione delle risorse e nelle riforme per innovare i settori pilastro della decarbonizzazione”.

In particolare gli esperti chiamati ad analizzare le linee di investimento in vari settori economici individuate dal Governo per impiegare i 248 miliardi previsti, hanno segnalato quelle che, secondo loro, sono mancanze o strategie criticabili: gli investimenti sull’idrogeno; una mancata riforma della fiscalità per eliminare i sussidi alle fonti fossili; le “incertezze” per lo sviluppo di sistemi di accumulo di energia da fonti rinnovabili; gli insufficienti fondi destinati alla mobilità elettrica; la scarsa attenzione allo sviluppo di un’economia realmente circolare (ad eccezione del trattamento dei rifiuti) e all’agricoltura biologica. La conclusione, per il collettivo è che il Piano sia una “occasione imperdibile che rischiamo di sprecare

Per approfondire critiche e prospettive di questo Piano che è destinato a delineare il futuro dello sviluppo economico, sociale e ambientale del paese, abbiamo contattato Gianfranco Bologna, figura di riferimento dell’ambientalismo italiano, e Presidente Onorario della Comunità Scientifica del WWF Italia.

Il vostro comunicato contesta il “come” ma vorrei iniziare dal “quanto”, dai fondi: 68 miliardi per questa “rivoluzione verde” italiana sarebbero abbastanza?

Gianfranco Bologna

Il problema non sono semplicemente i fondi stanziati. Credo che abbiamo bisogno di una visione per capire e comprendere che cosa sarà la nostra società, non solo tra cinque anni, ma lungo quel tragitto che dobbiamo farle prendere da subito. Della visione fa parte la capacità di un cambiamento trasformativo radicale. Purtroppo non solo l’Italia e l’Europa, ma il mondo intero deve fare fronte a una situazione molto drammatica per quanto riguarda l’intervento umano sugli ambienti naturali. Attualmente il 75% di tutte le terre emerse, e almeno il 66% di tutte le aree oceaniche, sono state significativamente trasformate e impattate dall’intervento umano. Abbiamo distrutto oltre l’85% di tutte le aree umide: zone come i mangrovieti, di grandissimo rilievo e di grande importanza per gli effetti del cambiamento climatico. Abbiamo modificato i grandi cicli bio-geochimici della Terra: il carbonio, l’azoto, il fosforo, lo stesso ciclo dell’ossigeno.

Al di là di quella che sarà, o meno, la formalizzazione di un nuovo periodo geologico, di fatto tutta la comunità scientifica parla di “Antropocene”. Vuol dire che attualmente l’impatto dell’intervento umano ha degli effetti equiparabili ai grandi mutamenti geofisici che la Terra ha avuto nell’arco della sua esistenza. Il problema è che tutto questo si ritorce contro di noi. L’assurdo di questa vicenda è che siamo vittime della peggiore situazione ambientale e climatica, da noi stessi creata. Quindi abbiamo una responsabilità enorme.

A fronte di questa responsabilità, parlando di “transizione ecologica”, di “rivoluzione verde” e di sostenibilità, dobbiamo cambiare radicalmente il modo con cui affrontiamo il mondo: il modo con cui “stiamo” al mondo. Un mondo fatto anche di valori “centrali” che oggi centrali non sono: i valori della connessione, della partecipazione, dell’avere cura degli altri. Aver cura dell’ambiente vuol dire anche avere cura degli altri. Papa Francesco in questo è un grandissimo leader mondiale perché soprattutto nelle due encicliche “Laudato si'” e “Fratelli tutti” ha dettato le caratteristiche a mio avviso fondamentali di una società sostenibile. Allora la domanda che ci dobbiamo fare è: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza risponde a questa sfida straordinaria che affronta il nostro paese, come parte dell’umanità intera? 

Una risposta a questa domanda è nel vostro documento. Avete scritto: “Non è un piano significativo per il clima”. Un’altra frase che mi ha colpito è che il Piano “non ha valore solo per quello che c’è ma anche per quello che manca”. Che cosa manca?

Abbiamo fatto un’analisi del Piano molto dettagliata. Uno degli aspetti fondamentali per il nostro futuro è quello energetico: dobbiamo assolutamente decarbonizzare la nostra economia. Una sfida gigantesca. Ovviamente abbiamo fatto anche un’analisi delle proposte: come sarà la mobilità del futuro? Come saranno le città del futuro? Poi c’è la dimensione che riguarda gli interventi per la tutela e la conservazione del patrimonio naturale di ricchezza e biodiversità che abbiamo in Italia: tra i più straordinari in ambito europeo. Tutto questo è connesso con il grande tema dell’economia circolare: il problema è che ci troviamo in queste condizioni perché abbiamo trasformato i grandi processi circolari della natura, dove non esiste il rifiuto, in processi lineari da cui derivano discariche, rifiuti e inquinamento. Questa situazione non può andare avanti.

Vediamo (nel Piano, nda.) delle cose che non vanno. Nella parte energetica pensavamo dovessero esserci riforme sulla fiscalità: trasformare l’incentivo in una politica di sviluppo; fare in modo che ci fossero risorse molto più significative per le fonti rinnovabili. Ma ancora non si capisce bene come saranno gli investimenti sull’idrogeno. L’elemento chimico più diffuso dell’universo sul nostro pianeta non esiste in natura (allo stato libero, nda.) e dobbiamo ottenerlo attraverso gli elettrolizzatori che consentono di scinderlo dall’ossigeno nell’acqua. Per fare questo c’è bisogno di energia: verrà da combustibili fossili, da gas naturale o da fonti rinnovabili? In questa fase del PNRR come combustibile si continua a utilizzare il gas naturale. C’è tutto un insieme di situazioni che fanno pensare che si poteva fare molto meglio per quanto riguarda questi argomenti. Anche sul piano dei trasporti; non c’è una visione delle città future. Il PNRR non mette molto chiaramente in primo piano la mobilità elettrica. Abbiamo bisogno che i motori termici diventino motori elettrici. In particolare per i trasporti, il motore elettrico deve essere fondamentalmente legato a delle azioni sulle energie rinnovabili.

Insomma ci sono dei punti che sono solo abbozzati. C’è una serie di finanziamenti che vanno in certe direzioni ma non sono sufficienti rispetto alle enormi sfide che abbiamo di fronte. Siamo nel decennio in cui dobbiamo raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 (i 17 obiettivi sociali, tecnologici, economici e ambientali sottoscritti da quasi tutti i paesi del mondo a Parigi nel 2015) e quindi avremmo voluto un PNRR con una visione e degli obiettivi molto più chiari e molto più definiti su questi temi fondamentali per il nostro futuro. All’interno del Ministero della Transizione Ecologica, e condiviso con altri ministeri, c’è un Comitato per il Capitale Naturale che da vari anni elabora un rapporto sullo stato del capitale naturale italiano che è la base per tutti noi. Perché se mangiamo, respiriamo e beviamo è grazie al fatto che esiste una Natura che funziona: ci sono i fiumi che, nell’ambito del ciclo idrico, ci mettono in condizione di abbeverarci; c’è l’aria che ci mette in condizioni di respirare, e che dovrebbe essere il più pulita possibile; e ci sono i servizi ecosistemici che fanno sì che abbiamo cibo sulle nostre tavole. Questi sono i temi fondamentali; infatti il Comitato per il Capitale Naturale, nell’ultimo rapporto dice esplicitamente che abbiamo una visione: fare in modo che in Italia la generazione attuale lasci alla generazione futura un patrimonio naturale di biodiversità, di ricchezza di vita, di Natura, superiore a quello che abbiamo trovato; e dall’altra parte c’è un obiettivo molto chiaro: una grande opera pubblica di ripristino e tutela degli ambienti naturali del nostro paese. Abbiamo un grandissimo problema di perdita di suolo: due metri quadrati al secondo che spariscono. È un problema che riguarda il futuro del nostro paese: aumenta la desertificazione; gli effetti dei cambiamenti non fanno altro che peggiorare, perché la situazione complessiva dei nostri territori si indebolisce sempre più. Tra l’altro, nel Comitato per il Capitale Naturale abbiamo per la prima volta i dati della lista rossa degli ecosistemi a rischio nel nostro paese: ci sono ambienti naturali molto importanti che si trovano in situazioni gravi, soprattutto nell’area padana e nelle aree costiere. Nell’area padana ogni anno contiamo 60-70 mila morti per malattie connesse all’apparato respiratorio e al particolato sottile. Quindi c’è da fare una vera rivoluzione, ma questo segnale di grande cambiamento, con tutti gli sforzi lodevoli del Governo per elaborare questo PNRR, onestamente si vede poco.

Volendo trovare una giustificazione a queste mancanze c’è da dire che il Piano è a breve scadenza: nel 2026; ed è stato fatto per spendere i fondi messi a disposizione dall’UE nell’immediata emergenza del Covid19, per la ripresa economica del continente. Quindi queste potrebbero essere soltanto le misure più urgenti messe in campo dal Governo. Altre scelte più sostanziali non potrebbero arrivare in seguito?

Noi siamo dell’idea che il piano, complessivamente, è meglio di nulla, ma questo lo diamo per scontato. Oggi, nel momento in cui mettiamo in piedi delle linee pratiche e operative d’azione, si vede la partenza per andare in una direzione A o in una direzione B. Avremmo voluto vedere in questo Piano la visione di una trasformazione radicale. Va ricordato che è un piano di grande potenza economica. È ovvio che si sia ottenuto anche qualcosa: tutto il piano di rinaturazione del Po che è nel PNRR è molto importante e significativo (il Piano annuncia investimenti per rimediare a “l’eccessiva canalizzazione dell’alveo, l’inquinamento delle acque, il consumo di suolo, le escavazioni nel letto del fiume”, nda.). Però dovevamo anche fare un grande piano nell’ambito della strategia europea per la biodiversità: si era parlato di tre miliardi di alberi da ripristinare per ricostituire gli ambienti naturali del continente; per l’Italia si parlava di 800/900 milioni di alberi, ma qui (nel PNRR, nda.) siamo a cifre molto basse. Sia chiaro: il problema non è piantare alberi tout court, ma ricostituire gli ambienti naturali che sono stati distrutti quando si sono fatte le grandi opere agendo in mancanza di una pianificazione seria ed equilibrata. Non a caso abbiamo una drammatica perdita di suolo che ogni anno viene puntualizzata nei rapporti dell’ISPRA.

Proprio quest’anno parte il decennio delle Nazioni Unite denominato Ecosystem Restoration: ripristino degli ecosistemi. Perché se oggi, a livello globale, abbiamo ancora il 25% di terre emerse con ancora un po’ di naturalità, con il meccanismo “business as usual” (fare come se nulla fosse e continuare con gli attuali criteri di trasformazione degli ambienti naturali) si prevede che nel 2050 arriveremo al 10%. Non so se ci rendiamo conto: solo il 10% di aree naturali su tutte le terre emerse sul pianeta! Siamo di fronte a una crisi inevitabile che riguarda tutto quello che oggi fa funzionare il sistema Terra. Le Nazioni Unite vogliono fare in modo che, oltre a tutelare ciò che è rimasto, tutti i paesi abbiano un grande programma di ripristino, che poi è parallelo ad un grande programma economico che genera occupazione. Queste cose dovrebbero essere indicate in un PNRR che si chieda qual è la nostra visione dell’Italia da qui ai prossimi dieci anni. Il Piano costituisce un input molto significativo, perché dobbiamo utilizzare queste risorse entro il 2026, e saremo poi a quattro anni dal 2030.

Questa è la grande sfida che abbiamo di fronte. Comprendiamo il Governo, chiamato nell’emergenza di un momento particolare, abbia fatto un PNRR anch’esso in emergenza, riprendendo in parte ciò che era stato abbozzato dal precedente governo, quindi nessuno pensa di stare al di fuori di questi meccanismi, che conosciamo. Non a caso nei primi comunicati stampa abbiamo riconosciuto uno sforzo da parte del Governo in certe direzioni. Purtroppo la speranza era molto superiore, nel senso che ci si aspettava qualcosa di molto più serio, concreto; e con una direzione molto chiara e netta, che qui si vede meno.

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