Giovanni Allevi - Foto di Cosimo Buccolieri
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Our Future: la Natura, la Musica, la forza dei giovani e delle donne secondo Giovanni Allevi

Il compositore ha presentato in anteprima mondiale il video del suo nuovo brano al padiglione dell’Earth Day Network alla COP26. Un appello in musica a guardare il mondo e la Natura con gli occhi dei bambini: per sorprendersi della sua bellezza ed arrestarne la decadenza.

Durante le prime giornate della COP26 un evento artistico ha visto protagonista uno dei maggiori artisti italiani sulla scena internazionale. Giovanni Allevi, in veste di “Ambassador” dell’Earth Day European Network, ha presentato a Glasgow in anteprima mondiale il videoclip del suo nuovo componimento: “Our Future”. Il brano, tratto dal suo ultimo album, “Estasi”, già dal titolo evidenzia il proprio messaggio: le preoccupazioni e le speranze per la salvaguardia del pianeta. L’opera è infatti un susseguirsi di note che suscitano inquietudine e positività, in un’alternanza di stati d’animo che è tipica dell’opera di Allevi. Il video è caratterizzato da immagini della Natura rigogliosa, alternate a riprese di inquinamento e sfruttamento del pianeta; ed ancora a immagini di bambini e ragazzi.

Allevi ha dichiarato che l’opera gli è stata ispirata dai milioni di giovani attivisti che si battono per il pianeta. Abbiamo avuto modo di conoscere bene il maestro Allevi per le passate collaborazioni musicali per la Giornata Mondiale della Terra e per questa nuova avventura dell’Earth Day Network. I giovani gli stanno molto a cuore: non solo perché lui stesso è giovane ma anche perché vede nelle potenzialità dei bambini e dei ragazzi, quei principi di spontaneità, curiosità e apertura mentale che servirebbero agli adulti per dare il via al cambiamento.

Di seguito la versione integrale dell’intervista che, il compositore, pianista e filosofo, Giovanni Allevi,  ci ha rilasciato per l’occasione, trasmessa oggi nella rubrica Ecosistema di Earth Day Italia, nel programma “Il Mondo alla Radio” di Radio Vaticana Italia.

Come è nata l’idea di “Our Future”? Quale messaggio voleva che arrivasse alle nazioni unite alla COP26?

Mi è stata data la grandissima opportunità di presentare a Glasgow, in anteprima mondiale, il video del mio brano per pianoforte solo che offre una riflessione sul futuro della Terra. Musicalmente, il brano si apre con un’atmosfera cupa, malinconica anche se concitata, con delle aperture e dei momenti di luminosità. Nella parte centrale il linguaggio musicale si fa molto duro, crudo, affrontando anche dei passaggi su toni gravi, bassi; per arrivare poi però a un dilatarsi della melodia che quasi sembra annullarsi verso l’alto, come fosse una luce che filtra attraverso il bosco, per riprendere poi il tema nella sua pienezza. In questo movimento tripartito della musica io vedo un moto dell’anima nei confronti dei grandi problemi della Terra: prendere coscienza e consapevolezza con la malinconia del futuro non certo roseo che ci attende; poi però la coscienza profonda in una visione ancora più cruda e violenta della realtà; ma la speranza finalmente comincia a riprendere le redini del nostro agire, del nostro sentire, del nostro pensare, e ci si apre una versione più luminosa del futuro. Questo vorrei lasciare nel cuore delle persone che ascoltano “Our Future”, e spero di aver raccontato questi sentimenti ai tanti giovani attivisti di Glasgow che stanno combattendo per un futuro e per una terra più pulita e luminosa.

“Our Future” è un assolo: lei è celebre per questa forma musicale. Ma come musicista è anche pronto a unirsi in concerto con altri colleghi. Facendo un parallelo si potrebbe dire che questa lotta al cambiamento climatico sia un “concerto di nazioni” che devono mettere insieme i loro talenti per ottenere una grande sinfonia, un risultato importante. Che consigli può dare il musicista a politici, economisti e scienziati che partecipano a queste conferenze? Come si superano gli individualismi per ottenere un risultato?

È molto interessante questo parallelismo tra la figura dell’orchestra, del direttore d’orchestra, e l’insieme delle nazioni che devono concorrere al bene comune, perché questo è il risultato. Tante volte nella mia attività di direttore d’orchestra mi sono trovato di fronte a molti professori, nello sforzo collettivo di realizzare un’esecuzione che fosse convincente, nuova e travolgente da un punto di vista musicale. Come si fa? Per prima cosa è necessario avere una visione. Il direttore d’orchestra deve sapere che cosa vuole ottenere: qual è l’obiettivo, il sentimento travolgente che il pubblico possa recepire da quell’esecuzione, da quell’interpretazione. Poi deve avere consapevolezza del talento delle persone che ha di fronte; quindi piuttosto che abbandonare gli individualismi, bisogna esaltare le caratteristiche, le irripetibili peculiarità individuali dei singoli musicisti e quindi, facendo il paragone, dei singoli paesi. Ogni paese ha da portare una propria specificità, la propria tradizione, qualcosa di unico ed irripetibile: il proprio valore. Quindi: concentriamoci di più sulla bellezza e sul valore dei singoli paesi. Dopodiché pensiamo ad una grande orchestra, che però dev’essere condotta da un grande direttore, che deve essere un artista, un visionario. Deve avere in mente che cosa ottenere, e avere anche capacità di persuasione nei confronti dei professori d’orchestra; in questo caso dei singoli paesi. Deve avere la capacità di persuaderli, di convincerli attraverso la passione: parole che possano infuocare, eccitare la mente di coloro che poi saranno gli autori del cambiamento. È una bella sfida ma è possibile; così come è possibile realizzare un’interpretazione indimenticabile con un’orchestra sinfonica.

Qual è il suo rapporto con la Natura? Immagino che le porti ispirazione; ma per lei è anche uno svago, o un rifugio, oppure un timore per il futuro?

Giovanni Allevi – Foto di Alberto Bevilacqua

Sicuramente la Natura rappresenta un timore per il futuro e un grande momento di riflessione. Voglio affrontarlo attraverso due punti di vista, entrambi filosofici. È necessario mettere a fuoco due elementi filosofici per fare in modo che possa scatenarsi una sensibilità collettiva, a cui segue poi un’azione. Partiamo dei bambini. I bambini, rispetto agli adulti, hanno la capacità di vedere le cose con uno sguardo sempre fresco, come se fosse sempre la prima volta. Hanno la capacità di sorprendersi; capacità che noi adulti perdiamo perché avvolti dal disincanto, dovuto alle preoccupazioni o al ripetersi della vita quotidiana. Noi dobbiamo recuperare questa freschezza dello sguardo nei bambini. Che cosa sono in grado di fare i bambini? Connettersi direttamente con la Natura: riescono a trovare immediatamente un contatto profondo con essa, a riconoscerne l’immenso valore, e a mantenere vivo l’entusiasmo della sua osservazione, anche delle piccole cose. Quindi il primo obiettivo che dobbiamo porci è riuscire a guardare il mondo e la natura con gli occhi incantati dei bambini, a partire dalle piccole cose, anche delle più minuscole. Un secondo paradigma filosofico, un secondo modo di vedere molto più ampio, mi viene da una suggestione che ho ricevuto dal pensiero di Carl Gustav Jung, il grande psicologo e filosofo: ci fa notare che il mondo iper tecnologico ed artificiale ha posto come una cappa sugli esseri umani. Noi siamo orgogliosi di questo mondo iper tecnologico e artificiale: ci sembra apparentemente avanzato, e siamo orgogliosi del grado di progresso raggiunto. In realtà, nonostante i lati positivi che il progresso può apportare, il mondo iper tecnologico pone su di noi una cappa, come una campana di vetro, che ci impedisce il contatto con delle forze misteriose, ataviche, divine che da sempre percorrono il cuore dell’umanità. Dobbiamo togliere questa cappa, questa campana di vetro, e ritrovare un contatto profondo con la Natura. Significa entrare di nuovo in contatto con il divino, con delle forze che hanno attraversato da sempre il cuore dell’umanità con un brivido.

Questa lotta al cambiamento climatico non è solo una campagna ambientale ma anche sociale. L’ONU ha definito l’Agenda 2030 non solo per ottenere energia pulita ed ecosistemi non inquinamenti, ma anche per questioni sociali come azzerare la fame, combattere la povertà e le ingiustizie sociali, dare a tutti acqua, istruzione, opportunità. Lei viaggia molto; oltre a vedere la bellezza del mondo avrà visto anche molte situazioni critiche. Quali sono le battaglie sociali che più le stanno a cuore?

Mi torna in mente un’immagine che non posso dimenticare. Ero in Cina per un concerto; il taxi mi stava portando dall’hotel al teatro. Durante il tragitto, sul marciapiede ho visto una donna anziana che stava trascinando un carretto pesantissimo, pieno di oggetti destinati probabilmente a un mercato. Ho avuto un moto d’affetto e di ammirazione nei confronti di questa donna, che stava compiendo uno sforzo, anche fisico, per portare a termine il proprio lavoro, magari per permettere ai figli di studiare. Ho provato una grande commozione, tanto che in cuor mio a questa donna, che non ho mai conosciuto, e che ho visto di sfuggita un attimo al finestrino del taxi, ho poi dedicato il concerto di quella sera. Quando penso al problema della discriminazione sociale, non posso che pensare alle donne, perché sono le vere guerriere contemporanee: devono faticare il triplo; devono continuamente confrontarsi con degli stereotipi banali; e il loro merito spesso non viene riconosciuto, anche in termini economici. Sono donne forti, come quella signora, però capaci di “sciogliersi di nascosto in lacrime di fragilità”, come mi ha scritto una fan in una email che ho ricevuto di recente. Bisogna invertire la rotta, anche a livello globale, mondiale. Dobbiamo imparare dalle donne un modo diverso e nuovo di rapportarsi al mondo: più coraggioso, meno competitivo e più solidale.

In una sua recente intervista ho letto una frase che mi ha colpito: “La vera bellezza costa fatica”. Lei parlava del fare buona musica, però penso si possa applicare anche alla salvaguardia del pianeta. Come dire: inquinarlo è abbastanza semplice; farlo tornare bello ci impone sacrifici. Siamo pronti a questi sacrifici?

È assolutamente certo che distruggere è molto facile; ricostruire è difficilissimo. Abbattere un albero richiede pochi minuti; farlo crescere magari anche più di cent’anni. La vera bellezza costa fatica. Noi viviamo nel massimo splendore di una società conformista, che ci pone continuamente un messaggio: la bellezza è immediata, e tutti ne dobbiamo godere e fruire.  Ma non è così. Se penso alle grandi opere d’arte, alla grande letteratura, alla grande poesia; o anche alla filosofia, se penso alla “Critica della ragion pura” di Kant: quante volte mi sono scervellato su una sola parola o su una sola frase. Questa fatica poi diventa il viatico di una bellezza che ti inonda. Questo vale per qualunque ambito, anche della ricerca scientifica. Allora mi sento di dire che non è vero: la bellezza immediata non porta a nulla. Se una strada non è in salita e una porta non è stretta, non conducono da nessuna parte. Ho la pretesa di pensare che questo discorso sia dirompente oggi, in un momento in cui invece la superficialità sembra essere, e dover essere, alla portata di tutti. Ricominciamo a pensare che la bellezza costa fatica. Ricominciamo a pensare all’importanza dello studio, del sacrificio, dell’abnegazione; allora sì: ecco che si dischiudono le porte della vera bellezza, che non è immediata. È panorama mozzafiato che possiamo ammirare soltanto quando abbiamo scalato una montagna.

Lei ha suonato in alcuni luoghi spettacolari come la città proibita di Pechino. C’è un luogo particolare del pianeta dove vorrebbe portare il pianoforte, sedersi e suonare?

In questa vita artistica, che dura da più di trent’anni, ho avuto la fortuna di calcare palcoscenici importantissimi. Però mi rendo conto che il luogo più inaccessibile, più prestigioso che ci sia, è il cuore della gente: quello che davvero costa più fatica raggiungere. Indipendentemente dal luogo geografico o dalla sala da concerto prestigiosa in cui mi trovo ad esprimere la mia musica, la mia arte, il luogo più bello, più irraggiungibile che ci sia è l’anima delle persone. Perché le persone rendono viva la mia musica con le proprie emozioni. Nei confronti dell’anima delle persone io nutro la più profonda riconoscenza, nel momento in cui mi trovo davanti un pianoforte o un’orchestra sinfonica.

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