Raffaella Giugni, Marevivo
Ecosistema Interviste Pianeta

Raffaella Giugni (Marevivo): #Bastavaschette, si può fare!

Marevivo e ZeroWaste promuovono l’acquisto di prodotti sfusi e una legge che regoli il settore degli imballaggi monouso. Intervista esclusiva a Raffaella Giugni, responsabile relazioni istituzionali di Marevivo.

Marevivo e Zero Waste Italy hanno lanciato una campagna nazionale per la drastica riduzione dei contenitori di plastica per i prodotti ortofrutticoli. Secondo le statistiche ogni cittadino europeo produce ogni anno circa 180 chilogrammi di rifiuti soltanto con gli imballaggi dei prodotti che acquista. In questo conto finiscono le scatole e le confezioni di oggetti, merci, prodotti, di ogni genere che le persone si procurano nei normali negozi o acquistando online. Gli imballaggi, destinati presto alla pattumiera, una volta che la merce arriva in casa, rappresentano gran parte dell’utilizzo di materie prime “vergini” (ovvero di primo utilizzo) importate in Europa: in particolare il 40% della plastica e il 50% della carta che arrivano nell’UE sono utilizzate appunto negli imballaggi che, di riflesso, vanno a costituire in media il 36% dei rifiuti delle città europee. La campagna nasce dalla semplice considerazione che per prodotti come frutta e verdura gli imballaggi di plastica sono pressoché inutili, visto che per il breve tragitto dal negozio all’abitazione, possono essere sostituiti senza problemi da sacchetti di tela del cliente, sacchetti di carta o, al limite, da bustine di plastica biodegradabile.

“Ragazzo con canestra di frutta” del Caravaggio nella rielaborazione della campagna #BastaVaschette

La campagna si avvale anche di un’immagine piuttosto evocativa: un quadro di Caravaggio, custodito alla Galleria Borghese di Roma (che ha appoggiato l’iniziativa prestandosi alla “provocazione”) in cui il classico canestro di frutta e verdura tanto utilizzato in queste raffigurazioni appare riempito di vaschette di plastica monouso, come se il “Ragazzo con canestra di frutta” ritratto dal pittore fosse appena uscito da un moderno supermercato.

Della campagna e delle implicazioni negative per gli ecosistemi marini di questo uso sconsiderato degli imballaggi di plastica, abbiamo parlato con Raffella Giugni, responsabile delle relazioni istituzionali di Marevivo, in una puntata di Ecosistema, la rubrica di Earth Day Italia trasmessa ogni settimana da Radio Vaticana Italia. Qui il podcast della trasmissione radio. Qui di seguito l’intervista integrale.

Quali sono i presupposti di questa campagna #BastaVashette? Di quali prodotti stiamo parlando? Che impatto provocano nell’ambiente e nel mare?

La campagna è stata lanciata da Marevivo in collaborazione con Zero Waste Italy per mettere appunto l’accento su un problema che sta crescendo in maniera esponenziale: oggi un miliardo e 200 milioni di vaschette vengono utilizzate soltanto per frutta e verdura, che peraltro già hanno un involucro naturale e non avrebbero bisogno di un’altra confezione. Questo numero è stimato in crescita. Le persone [prendono le vaschette] un po’ per comodità, un po’ perché le credono più sicure per la salute; cosa peraltro non vera: come sappiamo le plastiche che utilizziamo per confezionare possono rilasciare sostanze nocive che contaminano gli alimenti. Perciò, quando possibile, bisognerebbe evitarle. 

Per lanciare questa campagna abbiamo utilizzato un’immagine famosissima: un quadro di Caravaggio, “Giovane con canestra di frutta”: con lo slogan “Meglio senza plastica”. La Galleria Borghese (che custodisce l’opera d’arte originale, nda.) ci ha dato l’autorizzazione ad usare quest’immagine: è un modo per unire l’arte con l’ambiente e la bellezza del nostro paese.

Immagine spiazzante: un archetipo dell’arte, la cesta con i frutti, che però sono plastificati.

Appunto: proprio per far capire che è “meglio senza plastica”, più bella. Insomma è stato un modo provocatorio di presentare questa campagna un po’ diversa. Il nostro obiettivo, da una parte è sensibilizzare sul tema ed invitare a cambiare i nostri comportamenti; dell’altra ottenere una legge, che esiste già in altri paesi europei come Francia e Spagna, che regolamenti l’utilizzo di questi imballaggi, in molti casi superflui.

Per intenderci, stiamo parlando delle vaschette di pomodori e banane…

Molte di queste vaschette non sono riciclabili e quindi finiscono gettate via nell’indifferenziata. Parliamo di quantità di plastica molto importanti. Se comprassimo prodotti sfusi, l’uso della plastica per questa categoria merceologica si ridurrebbe dell’80%: parliamo di un’incidenza notevole.

Ultimamente dal fruttivendolo di quartiere è tornata la consuetudine della busta di carta, ma potrebbe venire il dubbio che sia possibile anche nella grande distribuzione mettere grandi quantità di frutta in imballaggi naturali. 

Assolutamente sì, perché in realtà l’abbiamo fatto finora: anche la grande distribuzione ha il punto per l’ortofrutta in cui si usano i sacchetti di carta o di plastica biodegradabile; e poi [se i frutti fossero venduti sfusi] in una fase successiva ognuno potrebbe portare il suo proprio contenitore. È necessario cambiare il nostro modo di fare la spesa. Volendo, si può fare.

Quindi la campagna è diretta in due direzioni: al legislatore che regola questo settore, ma anche a noi persone normali per scegliere di comprare i prodotti sfusi.

La prima cosa è spiegare ai consumatori delle necessità di cambiare abitudini, e poi convincere il legislatore a legiferare. Però ognuno di noi dev’essere convinto del perché sia importante: queste confezioni, questi imballaggi, come tanta altra plastica monouso, purtroppo finiscono troppo spesso nell’ambiente e in mare. Per il mare è un danno enorme perché [gli imballaggi] si sminuzzano, diventano microplastiche, entrano nella catena alimentare e poi passano all’uomo. Se pensiamo che la microplastica è stata trovata nel sangue e nella placenta umani, che altro dobbiamo aspettare per cambiare i nostri comportamenti?

Qual è la situazione del Mediterraneo oggi, dal punto di vista dell’inquinamento e della tutela di animali e piante dell’ecosistema?

Intanto il mare è uno, quindi ciò che succede nel Mediterraneo è collegato alla situazione degli oceani. Il nostro però è un caso particolarmente grave, perché essendo il Mediterraneo un mare chiuso, con un ricambio di acque molto lento, c’è una concentrazione di plastica, microplastica e microfibre molto, molto alta. L’80% di tutta questa plastica arriva in mare dai fiumi l’80%. Basta quindi immaginare quanti fiumi sfociano nel bacino del Mediterraneo, a partire dal Nilo che è molto imponente. Tutto questo [inquinamento] viene riversato in un mare piccolo. Il nostro Mar Mediterraneo rappresenta meno dell’1% dell’oceano globale; eppure su questo bacino insistono tanti popoli e, purtroppo, anche tanto inquinamento. 

Il Mediterraneo perciò non è messo bene. Lo abbiamo visto anche con l’aumento della temperatura delle acque registrato l’estate scorsa, e con l’introduzione di specie aliene. Insomma abbiamo tanti problemi, quindi dobbiamo cominciare da qualche parte: la riduzione dei rifiuti è un punto su cui lavorare.

Fin qui abbiamo parlato di riduzione dei rifiuti “a monte”, cioè non produrli. Mesi fa però è stata varata una legge “Salvamare”, lungamente attesa, che cerca di porre rimedio “a valle”: con la raccolta di rifiuti di mare. Che cosa è cambiato?

Abbiamo voluto fortemente la legge “Salvamare”. Ci sono voluti quattro anni e finalmente è passata nel 2022. Purtroppo però non ci sono ancora i decreti attuativi e quindi, in sostanza, la legge non è operativa. Per fortuna negli anni c’è stato tanto lavoro di sensibilizzazione sul territorio e tanti pescatori riportano già la plastica a terra; però è chiaro che, per avere un impatto reale, va fatto su tutto il territorio nazionale. Noi stiamo spingendo moltissimo affinché questi decreti attuativi vengono fatti velocemente. Ogni giorno finisce in mare l’equivalente di 500 container di plastica, perciò far passare sei mesi o un anno per attuare una di queste leggi è un danno enorme, sia per l’ecosistema sia per la nostra salute. Quindi bisogna accelerare i processi dei decreti attuativi.

Novità di queste ultime settimane è la decisione presa alla COP15 della biodiversità a Montreal: i paesi dell’ONU hanno messo nero su bianco l’obiettivo di proteggere il 30% del pianeta entro il 2030. È il cosiddetto Progetto 30×30: un obiettivo ambizioso, che anche l’Unione Europea aveva stabilito prima della COP15. Che cosa significherà, in concreto, per il mare?

Sarebbe un obiettivo straordinario perché il mare ha una potentissima capacità rigenerativa. Lo abbiamo visto durante il lock down: quel poco che il mare è stato lasciato in pace, si è riprodotto, è tornato a vivere. Le aree protette, marine e terrestri, sono fondamentali, ma per il mare ancora di più proprio per l’immensità del mare e per la quantità di biodiversità che ospita. In Italia abbiamo 32 aree marine protette; quindi siamo sulla buona strada.

Per avere un’idea: che percentuale di mare rappresentano queste 32 aree? 

Purtroppo solo il 13%.

Quindi un terzo dell’ipotesi 30×30.

Sì. Ma se pensiamo che di questo 13% la parte protetta integralmente è lo 0,01%: quindi parliamo di numeri molto piccoli.

Per tutela integrale si intende non poter entrare con nessun naviglio?

Esatto. Parliamo di aree molto piccole, ma che permettono una riproduzione [di animali e piante] talmente importante che poi ovviamente ne beneficiano tutte le zone circostanti. Perciò la creazione di queste aree marine protette è molto importante, tanto quanto poi farle funzionare: altro tema fondamentale per il pianeta.

Come dovrebbe cambiare la tutela di queste aree? Che cosa sarà vietato fare in questo ipotetico 30%.

Ad oggi ci sono zone con vari livelli di tutela: in alcune si può accedere, ma non si può ancorare; ci sono dei campi di boe che impediscono di impattare sul fondale, sulle praterie di cui il Mediterraneo è molto ricco. Ci sono le “Zone A” in cui non si può accedere né pescare; ma purtroppo ancora oggi, anche in queste zone protette, troviamo reti abbandonate e spadare. C’è ancora tanta illegalità, da cui deriva anche l’importante tema del controllo: uno può anche istituire le zone protette ma poi è necessario un controllo continuo; anche se è molto difficile: parliamo di aree molto vaste.  

Nel progetto 30×30 si parla di “tutela e valorizzazione”: Se ne è parlato anche durante un vostro convegno organizzato a gennaio con il WWF. Però tutela e conservazione alcune volte sono in conflitto. Le associazioni a tutela dei popoli nativi delle aree da proteggere, obiettano che a volte la conservazione va contro gli interessi di popolazioni che magari vivono di pastorizia, di piccola caccia o comunque nella natura di cui sono custodi. Anche per le aree marine è possibile che si crei conflittualità tra la protezione di specie animali e vegetali e la presenza dell’elemento umano?

Sì, questo conflitto esiste: perché tutelare vuol dire lasciar vivere le specie nel loro ecosistema, e lasciare la natura fare il suo corso. Qualsiasi intervento umano, anche in buona fede, incide. Ovviamente non dobbiamo smettere di fare turismo, ma dobbiamo impattare nel minor modo possibile. Prendiamo ad esempio un caso eclatante dell’ultima estate: i concerti e il motocross sulle spiagge. Noi non vogliamo impedire attività di turismo, però bisogna tener conto di dove e come vengono fatte. Allora quando è possibile bisogna cercare di tutelare [l’ambiente] ed evitare certi comportamenti. È chiaro che le due cose sono in qualche modo in conflitto. Per questo si cerca un equilibrio per attività sostenibili, quindi: evitare gli scarichi, la plastica, le cose che possono avere un impatto. Dobbiamo lavorare affinché le due cose possano convivere.

Che cosa è emerso da questo convegno? Hanno partecipato  anche molti attori istituzionali: Ispra, ministeri, Carabinieri Forestali… Quale bilancio ne avete tratto?

É stato un convegno molto importante perché si è parlato sia di aree marine protette sia di parchi. Per quanto riguarda il nostro tema è stato importante mettere un focus sui punti di miglioramento per cui dobbiamo lavorare.  Come dicevo in Italia abbiamo 32 aree marine protette. Quindi siamo un paese che sta facendo il suo lavoro, pur con tutte le difficoltà, perché ovviamente si va a impattare nelle usanze o nella vita delle popolazioni locali. Molto lavoro è stato fatto. Ci sono alcuni problemi di gestione: ad esempio le aree marine protette non sono considerate come i parchi nazionali a terra: ricevono un decimo dei finanziamenti rispetto ai parchi; il ché è un problema, perché se non ci sono i soldi non si possono gestire.

Durante il convegno abbiamo chiesto alle istituzioni innanzitutto di fare in modo che le aree marine abbiano lo stesso status, e quindi gli stessi finanziamenti, dei parchi. Poi c’è anche un problema di governance: bisogna dare più spazio e, dove mancano, più professionalità. Poi il tema del controllo: le nostre capitanerie di porto e la guardia costiera fanno un grandissimo lavoro, ma non basta. Quindi occorre implementare le attività di controllo con sistemi tecnologici e altro; perché più controlliamo, più riusciamo a tutelare. Un altro importante tema emerso è la realizzazione di una cabina di regia: una rete tra tutte le aree marine protette che ora vivono un po’ isolate l’una dall’altra, mentre sarebbe importante che condividessero le esperienze e le attività. Da questo punto di vista è stato un convegno molto importante perché ha ripreso le fila di alcuni temi che vanno affrontati per migliorare la qualità delle aree marine protette.

Ha riscontrato interesse dalla controparte politica? La questione sono i fondi che non bastano mai oppure c’è anche qualche resistenza politica? Rosalba Giugni, la Presidente di Marevivo, in una precedente intervista auspicava un “ministero del mare”…

… e adesso lo abbiamo (il Ministero della Protezione Civile e delle Politiche del Mare, istituito ad ottobre e affidato a Sebastiano Musumeci, nda.). Mi sembra da parte delle istituzioni che ci sia interesse e degli ottimi propositi. Ora però bisogna fare in modo che tutto questo venga messo in pratica. Sicuramente il “ministero del mare” è un ottimo strumento. Abbiamo ottenuto ciò che volevamo: una sorta di cabina di regia che mette insieme le istanze del mare, in maniera trasversale. Il grande problema è che ad oggi il mare è gestito da tutti i ministeri; la cabina di regia li mette tutti insieme per una politica congiunta. Ovviamente abbiamo molta fiducia in questo nuovo ministero e nel ministro Musumeci; ma c’è tanto lavoro da fare perché tutti collaborino in una visione comune, per il bene del mare e del nostro paese. 

Il mare finora è stato una cenerentola; ma abbiamo 8000 km di coste e un quinto del Mediterraneo: non possiamo non tenerne conto. A parte l’aspetto della tutela della natura e della biodiversità, il mare è un atout economico molto importante per il nostro paese: se ben gestito può dare tanto, da tutti i punti di vista.

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