Cervi e Covid “mangiano” le foreste scozzesi
Foto: Diana Parkhouse - Pixabay
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Cervi e Covid “mangiano” le foreste scozzesi

Dalla Scozia una vicenda emblematica: i lock down nel turismo e nella ristorazione, e lo squilibrio tra predatori e prede, mettono in difficoltà le politiche di riforestazione contro i cambiamenti climatici

Come è ormai assodato, riforestare aree abbandonate dall’uomo è uno degli strumenti migliori per mitigare il riscaldamento globale. Più alberi significa non solo più assorbimento di CO2 e rilascio di ossigeno da parte delle piante, ma anche minore riscaldamento del suolo e dell’atmosfera. Il Governo scozzese ha avviato questa soluzione in alcune regioni, ma i progetti di ricrescita delle foreste sono messi in pericolo dalla sovrappopolazione di cervi che, in questo momento storico, caratterizza la fauna selvatica nel paese. I grandi erbivori infatti, pascolano in quelle stesse aree e si nutrono dei giovani alberi e arbusti che dovrebbero ricostituire le antiche foreste. Il problema è tornato di recente alla ribalta della stampa britannica. The Independent, ad esempio, riporta i dati di un recente rapporto che quantifica il numero di cervi scozzesi in circa un milione: il doppio delle stime precedenti. Una situazione che ricorda quella dei cinghiali in Italia con diversi aspetti in comune.

Uno dei problemi principali è la mancanza dei predatori naturali delle quattro specie di cervo presenti nel paese. La natura aveva assegnato a lupi e linci il compito di mantenere la popolazione di ungulati britannici in equilibrio, favorendo così di riflesso l’equilibrio con la vegetazione dell’isola. Ma i lupi sono estinti in Scozia dal ‘700; mentre le linci, che ora molti vorrebbero reintrodurre nel paese, sono scomparse addirittura dai primi secoli del medioevo. Da secoli dunque la popolazione di cervi della Scozia ha come unico freno alla crescita incontrastata l’uomo e le sue attività: la caccia, il commercio di carne e… gli incidenti stradali. Ma tutte queste “cause” di contenimento sono drasticamente diminuite nell’ultimo anno, principalmente a causa della pandemia del Covid-19.

Secondo quanto riportato recentemente da The Guardian, il “prelievo” in natura di cervi da parte dell’uomo è stato di 100 mila esemplari all’anno, negli ultimi anni. Questo numero però è crollato dell’80% nel 2020. La causa principale è il netto calo della domanda di carne di cervo da parte del mercato alimentare, che si spiega con le ripetute e prolungate chiusure dei ristoranti, delle strutture ricettive, e dell’intero settore turistico. Se a questo si aggiungono gli effetti della Brexit e dello stesso Covid sulle esportazioni di carni dal Regno Unito all’estero il quadro di una crisi economica e ambientale è completo.

In altre circostanze si potrebbe accogliere con favore la notizia di circa 80 mila cervi in meno, uccisi in un anno ma, come già evidenziato, l’aumento improvviso e incontrollato della popolazione di una specie ha effetti immediati e diretti su altre specie, animali e vegetali dello stesso ecosistema: in questo caso particolare sugli alberi. Altri casi di studio noti e spesso citati, come ad esempio quello del Parco di Yellowstone, hanno dimostrato che l’assenza di predatori (e in quel caso anche di cacciatori) aveva portato gli ungulati a fare tabula rasa di diverse varietà di piante negli ambienti umidi del parco, con conseguente diminuzione di insetti e altri animali che prosperano in ecosistemi ricchi di acqua e vegetazione. La sovrappopolazione inoltre diventa un problema anche per gli stessi cervi, che si trovano a dover affrontare maggiore concorrenza per il cibo, soprattutto in inverno, in un ambiente impoverito a causa della loro stessa presenza.

Non bisogna poi dimenticare altri aspetti economici e sociali del problema, messi in evidenza da un articolo su The Scotsman. Duncan Orr-Ewing, responsabile “Specie e Gestione del Territorio” della Royal Society for the Protection of Birds, ha sottolineato che alcune comunità locali stanno riscontrando un aumento di casi di malattia di Lyme: una patologia batterica passata all’uomo dagli animali selvatici attraverso le zecche. Altri “effetti collaterali” dell’aumento dei cervi sono i 12 mila incidenti stradali in cui ogni anno sono coinvolti questi animali: a loro volta vittime incolpevoli di una situazione sfuggita al controllo. A tutto ciò l’esperto aggiunge i costi per proteggere le coltivazioni e, nello specifico, le aree riforestate: poco meno di 7 milioni di euro l’anno spesi in recinzioni per tenere lontani i cervi e dar tempo agli alberi di crescere.
Questa vicenda dimostra come sia molto complicato riportare in equilibrio ambiente naturale e attività umane, una volta che uno o più elementi del puzzle vengono modificati. In questo caso l’eliminazione dei predatori in tempi remoti e la progressiva, storica, diminuzione delle foreste a causa dell’urbanizzazione e dell’agricoltura, hanno creato i nodi che ora la contingenza del Covid e la ben più grave crisi climatica stanno portando al pettine. Nodi che la Scozia sta cercando di sciogliere piantando alberi. Cervi permettendo.

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