Economia

Digital divide: la road map italiana contro le diseguaglianze digitali

Il lockdown prolungato ha messo in luce il problema della resilienza delle reti. Il punto con Elisabetta Ripa, AD di Open Fiber

La pandemia da Coronavirus ha stravolto la vita quotidiana di miliardi di persone nel mondo. Oltre quattro miliardi di persone in oltre 100 paesi del mondo sono stati invitati o costretti da provvedimenti governativi a restare a casa per limitare il contagio e il diffondersi dell’epidemia.

Il cosiddetto lockdown per l’Italia dura dal 9 marzo. Scuole e uffici chiusi hanno costretto a ripensare gli ambienti educativi e professionali; le stesse relazioni sociali, anche quelle più strette, sono diventate sempre meno fisiche e più virtuali.

Da un mese e mezzo dunque le nostre relazioni con il mondo esterno, dalle lezioni scolastiche, alle riunioni di lavoro fino alle funzioni religiose e agli incontri con amici e parenti, si sono spostate sulla Rete, tra piattaforme di videoconferenze e servizi di messaggistica.

Questo da un lato ha permesso di scoprire nuove modalità operative e relazionali che potrebbero entrare in pianta stabile nella società anche quando l’emergenza sarà finita. Sul fronte del lavoro possiamo immaginare che la pandemia sia stata un banco di prova importante, seppur forzato, per lo smart working.

Dall’altro lato però, l’isolamento domestico cui sono stati costretti milioni di italiani ha messo in evidenza l’esistenza di un digital divide (il divario esistente tra chi ha accesso alle tecnologie dell’informazione come un pc o una connessione veloce ad internet e chi ne è escluso, in modo parziale o totale) che in alcuni casi ha impedito di fruire di servizi essenziali, come ad esempio la didattica on line per migliaia di studenti.

 

5 anni fa, il Consiglio dei Ministri ha approvato la Strategia italiana per la banda ultra larga con l’obiettivo di colmare il ritardo digitale del Paese sia sul piano infrastrutturale che su quello dei servizi. L’obiettivo era quello di garantire per fine 2020 copertura internet veloce (almeno100 Mbps) per l’85% della popolazione, garantendo comunque copertura ad almeno 30 Mbps per tutti i cittadini italiani.

C’è voglia dunque di allinearsi all’Agenda Digitale Europea che per il 2025 vuole raggiungere una Gigabit Society che prevede:

– copertura ad almeno 1 Gbps per il 100% di stazioni ferroviarie, aeroporti, aziende e principali pubbliche amministrazioni in tutta Europa

– copertura ad almeno 100 Mbps per il 100% delle abitazioni europee, incluse quelle nelle aree rurali, con possibilità di upgrade fino a 1 Gbps

 

Per fare il punto della situazione abbiamo parlato con Elisabetta Ripa, Amministratore delegato di Open Fiber.

 

 Open Fiber è una realtà estremamente giovane che non ha ancora compiuto 5 anni di vita. Quali sono gli obiettivi ora che siete fuori dalla fase “start-up”?
Al momento – tanto nelle città più popolose che nei centri più piccoli e remoti del Paese – raggiungiamo con la nostra fibra ottica oltre 8 milioni di unità immobiliari, per navigare al massimo della velocità disponibile sul mercato. Il nostro piano prevede la copertura complessiva di oltre 20 milioni di unità immobiliari, cioè singole abitazioni e appartamenti privati oppure esercizi commerciali o insediamenti produttivi oltre naturalmente alle sedi della pubblica amministrazione.

 

La sfida è certamente impegnativa. Da che punto siamo partiti, soprattutto rispetto ai principali partner europei? Cosa è stato fatto in questi quattro anni e mezzo?
La sfida è sì impegnativa ma al tempo stesso irrinunciabile ed entusiasmante. Il nostro Paese, come evidenziato nei rapporti Desi (l’indice che misura lo sviluppo delle infrastrutture digitali in Europa) scontava un ritardo nella diffusione delle infrastrutture ultrabroadband, ritardo che tuttavia sta rientrando grazie agli investimenti messi in campo da Open Fiber. Basti pensare a quanto recentemente evidenziato dall’FTTH Council, l’organismo continentale di riferimento per gli operatori impegnati nella diffusione della fibra ottica integrale: dal 2018 al 2019 è infatti  incrementata la copertura delle abitazioni (dal 24% al 31%) ponendo l’Italia al secondo posto in Europa per incremento di connessioni in fibra ottica FTTH, cioè la fibra stesa fin dentro casa, capace di garantire velocità di connessione da 1 Gigabit al secondo.

 

Si è spesso sentito parlare, dal punto di vista commerciale, di connessioni in fibra ottica. Tuttavia non sempre la banda promessa arriva effettivamente nelle case. Come mai? Quale invece la vostra impostazione?
È stata l’Autorità garante per le comunicazioni, circa un anno fa, a mettere ordine in questo settore introducendo definizioni più trasparenti nei confronti dei consumatori: soltanto le connessioni in modalità FTTH possono infatti essere promosse commercialmente con la dicitura “fibra” e accompagnate da un bollino verde, una sorta di “semaforo” che dà via libera alle migliori infrastrutture in termini di prestazioni disponibili sul mercato. Open Fiber fin dal suo esordio realizza una rete proprio in modalità Fiber-to-the-home, una garanzia di velocità e stabilità di connessione finora inedite rivolta direttamente alla cittadinanza.

 

Una volta che la connessione ultralarga sarà disponibile in maniera universale sul territorio nazionale è immaginabile che i costi per il consumatore scendano, come ad esempio è successo negli ultimi anni per la telefonia mobile?
Open Fiber, dal suo modello di business alle sue modalità operative, per sua stessa natura favorisce e stimola la competitività sulla base di una infrastruttura all’avanguardia e “future proof” neutrale e aperta a tutti gli operatori interessati. Ove esiste concorrenza tra servizi, si hanno prezzi più efficienti. Ricordo che l’Italia è tra i paesi in cui i servizi di tlc sono già tra i più economici in Europa. Ma, il punto principale per gli operatori è quello di sviluppare una variegata offerta di servizi tailor-made, cuciti quindi sulle esigenze del singolo utente, certi di far viaggiare quegli stessi servizi sempre più avanzati su una infrastruttura innovativa, solida e tecnologicamente attrezzata per ogni evenienza.

 

L’infrastruttura che si sta costruendo nel Paese, non solo con Open Fiber, è in grado di sostenere il rapido progresso dell’IT nel medio lungo periodo? Sarà scalabile o rischia prima o poi di diventare obsoleta?
L’unico limite attuale allo sviluppo delle reti in fibra ottica come quella di Open Fiber sono i device, cioè smartphone e computer non ancora in grado di supportare l’ampiezza di banda potenzialmente illimitata per la trasmissione dati lanciata attraverso segnali ottici. Uno dei principali vantaggi della rete Open Fiber è esattamente quella di essere “future proof”, a prova di futuro, capace quindi di accogliere senza particolari necessità di upgrade le evoluzioni tecnologiche che ci aspettano. L’infrastruttura realizzata in modalità FTTH supporta in questo momento storico una velocità di connessione pari a 1 Gigabit al secondo direttamente nelle case degli utenti. Come Open Fiber abbiamo comunque già testato connessioni a 10 Gigabit al secondo, mentre la proiezione per il prossimo futuro è quella di garantire accessi al web a 40 Gigabit al secondo. Numeri che parlano da soli: siamo di fronte perciò a una vera e propria rivoluzione nella fruizione dei contenuti online, una enorme opportunità per l’intero sistema Paese.

 

Parliamo di sostenibilità. In che modo la fibra può contribuire allo sviluppo del Paese, anche dal punto di vista ambientale?
Stiamo parlando di un mezzo trasmissivo sostanzialmente perfetto, un sottilissimo capello su cui viaggia una miriade di dati a velocità impensabili soltanto fino a poco tempo fa. La fibra ottica, tra le sue innumerevoli qualità, annovera quella di non avere bisogno di una alimentazione costante e in tutti i suoi snodi per mantenere inalterato il suo segnale: la fibra viene infatti alimentata soltanto in centrale ed esclusivamente quando è in fase di trasmissione. Questo si traduce in enormi vantaggi in termini ambientali: la fibra non sviluppa campi elettromagnetici e il segnale inizia a calare leggermente ben oltre i 10 chilometri dal punto di emissione, con la conseguenza di ritrovare nelle nostre città un numero nettamente minore di centrali. Se una sola centrale basta infatti a servire efficacemente una città medio-piccola, una metropoli come Napoli risulta coperta nella sua interezza da appena 5 dei nostri POP, i Point-of-presence rispetto ad un numero almeno 5 volte superiore per le altre tecnologie.

Oltre a una tecnologia di per sé “green” è sostenibile tutto l’approccio operativo di Open Fiber: in fase di progettazione e realizzazione della rete, la prima volontà è quella di riutilizzare il più possibile le infrastrutture esistenti riducendo quindi al minimo l’impatto dei cantieri. Non sempre è però possibile riusare cavidotti o altre infrastrutture già presenti. Anche in questo caso l’intervento è comunque ridotto e a basso impatto: la minitrincea prevede infatti un taglio su strada largo appena 10 centimetri (con la conseguenza che i lavori possono rapidamente procedere senza dover chiudere al traffico le strade) con una minore produzione di materiale di risulta oltre al minor uso di malta cementizia per il riempimento dello scavo. Quello di Open Fiber è quindi un intero ciclo sostenibile, dalla potenzialità universale della fibra ottica agli operai al lavoro lungo le nostre strade.

 

La pandemia ha costretto e tuttora costringe a casa tutto il Paese. In questo contesto la connessione ad Internet risulta, ancor più di prima, un bene primario. Questo come ha cambiato la vostra percezione del lavoro?
Tante delle questioni divenute di dominio pubblico in questa fase d’emergenza sono parte integrante della nostra mission: lo smart working massivo, la teledidattica, la telemedicina e tutte quelle attività economiche e sociali che passano attraverso il web hanno bisogno di reti performanti, di velocità e latenza adeguate per poter esprimere al meglio il proprio potenziale ed aiutare la popolazione in tutte le sue componenti. Per questo motivo, la percezione del nostro lavoro non è cambiata rispetto all’arrivo del Coronavirus. Una infrastruttura di telecomunicazioni al passo con i tempi, capace di adeguarsi rapidamente alle innovazioni tecnologiche, in grado di offrire uguali condizioni d’accesso al web indipendentemente dal trovarsi in una metropoli o in un piccolo borgo: solo così è possibile raccogliere e vincere una sfida che il Covid-19 ha messo ancora di più sotto i riflettori. Ed è esattamente ciò che le donne e gli uomini di Open Fiber sono quotidianamente impegnati a realizzare in tutta Italia.

Articoli collegati

Rossi Albertini: No al greenwashing del nucleare a fissione. Alle centrali a fusione potremmo arrivare in 10 anni.

Giuliano Giulianini

Salute e sostenibilità: nuova cultura d’impresa

Redazione

Conviene passare all’auto elettrica? RSE fa i conti.

Tiziana Tuccillo