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Giannini (UNESCO): “Troppi giovani privati del diritto all’educazione”

Stefania Giannini, ex ministro dell’Istruzione, oggi vice direttrice generale dell’Unesco, critica un “modello di sviluppo che non ha messo al centro la persona”. “Green education” e “Cittadinanza globale” sono la grammatica del nuovo secolo. Nel mondo ci sono ancora 770 milioni di analfabeti; servono più investimenti.

Sabato 24 settembre l’Oratorio San Filippo Neri di Bologna ha ospitato un evento del XIV Festival Francescano dedicato ai temi dell’ambiente e della sostenibilità sociale. Il convegno: “L’urgenza di una transizione ecologica dal basso. Una cassetta degli attrezzi per il cambiamento” (qui il video completo dell’evento) è stato organizzato dalla piattaforma di iniziative Laudato Si’, dalla Diocesi di Bologna e dal network Impatta. Moderato dal presidente di Earth Day Italia Pierluigi Sassi, il dibattito ha visto, tra gli altri, il contributo di Stefania Giannini, ex ministra dell’Istruzione, oggi vice direttrice generale dell’UNESCO per il settore Educazione.

In discussione, coerentemente con gli scopi della piattaforma Laudato Si’, gli impegni concreti e le applicazioni pratiche che le diverse componenti della società (famiglie, persone, diocesi e parrocchie, comunità religiose, istituzioni educative, centri di assistenza sanitaria, organizzazioni e associazioni, operatori economici) sono state chiamate dal Papa ad assumere per favorire il realizzarsi di un futuro sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale.
L’intervista che segue, è la versione integrale del video contributo mostrato durante il convegno.

Direttrice, vorrei iniziare con una riflessione sul tema del convegno: l’urgenza di una transizione ecologica dal basso a partire dall’emergenza educativa. Da dove nasce, secondo lei, lo smarrimento della coscienza umana che ci impedisce di fermare queste emissioni di gas serra, che conosciamo e abbiamo accettato come devastanti; a cui però non riusciamo a porre un freno, distratti da altre priorità?

È uno smarrimento che viene da lontano: credo che nasca da una perpetuata e ossessiva ricerca di crescita; un modello di sviluppo che sicuramente ha segnato tutto il ‘900, basato sullo sfruttamento delle risorse per la crescita economica. Tutto ciò, nelle politiche e nelle scelte strategiche degli stati, e poi nei modelli che si sono affermati nella società – quindi con un impatto anche sulle coscienze e sulle reazione individuali ai grandi temi della contemporaneità – ha lasciato in secondo piano i diritti fondamentali della persona; non ha assolutamente privilegiato la persona mettendola al centro del modello di sviluppo, come invece si è necessariamente costretti a fare oggi. Il paradosso è questo. Perché c’è bisogno di una transizione ecologica? di prendersi cura del pianeta? di evitare la catastrofe climatica, ambientale, e quella che il Segretario dell’ONU l’anno scorso ha definito una “possibile catastrofe generazionale”? Perché questi diritti sono rimasti indietro.

Parto dall’educazione, il settore di cui mi occupo da alcuni anni all’Unesco, che risponde a un obiettivo centrale nell’Agenda 2030: l’Obiettivo 4 “Educazione di qualità inclusiva per tutti”. Cioè raggiungere tutti con un modello educativo; che è un diritto umano fondamentale, come il diritto alla salute o il diritto all’espressione delle proprie idee. Beh, oggi nel mondo abbiamo ancora 770 milioni di analfabeti: adulti, giovani e bambini. Secondo i recenti dati aggiornati dall’Unesco, abbiamo ancora 244 milioni di persone che sono fuori dal processo educativo. Questo significa che i leader del mondo, gli stati, i governi, le politiche messe in atto, hanno privilegiato altre direzioni.

È il momento in cui si deve radicalmente cambiare il paradigma di sviluppo, che ha quindi una sua centralità per le scelte economiche, e questa è la transizione ecologica che i governi oggi affrontano come una delle priorità assolute; ma si deve anche cambiare il paradigma di come certi valori si possono e si devono trasmettere attraverso la scuola, i modelli educativi, i contenuti e i modi in cui la scuola si propone alla società. Credo che mai come durante la pandemia abbiamo scoperto l’importanza di questa dimensione. Mai come durante la pandemia abbiamo scoperto che la grammatica e il vocabolario del secolo scorso, ispirati più a principi di competitività e individualismo, per sopravvivere dovevano essere sostituiti da una nuova realtà di convivenza, ispirata ai principi di solidarietà e cooperazione che costruiscano la grammatica e il vocabolario di questo secolo. “Nessuno si salva da solo” per citare l’appello del Santo Padre su questi temi.

Ci sono delle forme di educazione che individua come più adatte a sensibilizzare o a formare per questo impegno della transizione ecologica? All’ONU si sta lavorando per questo?

Abbiamo appena fatto un grande summit a New York: un grande convegno in cui il segretario generale Guterres ha chiamato tutti i capi di stato e di governo del mondo. In questo processo, che ha riunito 152 paesi (quasi tutti i membri delle Nazioni Unite e dell’Unesco), sono emersi dei contenuti e delle pratiche molto interessanti. Ne cito due. Quella che noi chiamiamo “educazione allo sviluppo sostenibile”: cioè l’inclusione, nel curriculum scolastico, dei temi che riguardano la protezione dell’ambiente; e la sensibilizzazione dei ragazzi a diversi livelli di scolarizzazione, quindi con diversi strumenti scientifici di approfondimento, del tema del cambiamento climatico e dei possibili modelli di comportamento quotidiano che possono e debbono aiutare e accompagnare questa trasformazione. Sono esempi che si stanno diffondendo in molti paesi, in Europa ma anche nel sud del mondo. È uno dei temi su cui l’Unesco sta fortemente spingendo e assistendo i governi perché diventi una priorità: quella che chiamiamo la “green education” deve essere uno dei principi fondamentali per il curriculum di questo secolo.

C’è un’altra dimensione che ci è molto cara: quella che chiamiamo “educazione alla cittadinanza globale”. Che cosa significa essere cittadini del mondo oggi? Da un lato sicuramente significa avere una coscienza, un rispetto e una valorizzazione della propria identità culturale. La diversità culturale è un bene comune, non un ostacolo allo sviluppo, alla coesistenza e alla convivenza pacifica. Dall’altra parte però è assolutamente importante condividere un nucleo centrale di valori che devono essere diffusi in tutto il mondo, al di là delle differenze linguistiche, culturali, religiose e sociali: i valori della solidarietà, della tolleranza, del rispetto e della dignità umana. Tutto questo nel linguaggio unescano si chiama “educazione alla cittadinanza globale”. Significa dare agli insegnanti gli strumenti giusti per insegnare al meglio questi principi. Significa anche [insistere] per esempio su temi ancora scottanti, nonostante appartengano alla storia: come l’antisemitismo, l’olocausto, la consapevolezza di alcune tragedie che l’Europa e il mondo hanno vissuto nel secolo scorso. Su tutto ciò l’Unesco ha un impegno direi “militante”, e credo che quest’iniziativa di mobilizzazione della leadership mondiale sulla trasformazione necessaria in questa direzione servirà molto anche per affrontare quella che è un’emergenza educativa: oggi ci sono ancora troppi ragazzi giovani, deprivati di un diritto umano fondamentale come l’istruzione; e ci sono ancora troppo pochi investimenti che sarebbero importanti per dare priorità a questi valori.

C’è un altro contributo dato recentemente dall’Unesco, con un rapporto sul futuro dell’educazione, così come era avvenuto 26 anni fa sotto la guida di Jacques Delors. Questa volta alla guida c’è stata una donna, una leader del sud del mondo: la presidente dell’Etiopia Sahle-Uork Zeudé. La commissione ha consegnato alla comunità internazionale questo rapporto sulle strutture dell’educazione che sostanzialmente propone e promuove un nuovo contratto sociale per l’educazione, mettendola al centro di un nuovo modello di sviluppo ispirato ai valori che dicevo. Le raccomandazioni più importanti che vengono fuori dal rapporto riguardano la necessità di ristabilire un equilibrio nei sistemi delle relazioni fondamentali. Un equilibrio sicuramente interrotto tra l’Uomo e l’ambiente; ma anche nei sistemi di convivenza sociale e politica. Troppi paesi oggi, non solo nel sud del mondo, vedono destabilizzate le loro democrazie e i loro sistemi istituzionali a causa del linguaggio d’odio e di una violenza diffusa che non è soltanto fisica, ma qualche volta anche verbale: amplificata soprattutto dai social network. Lavoriamo molto su questo. Questi due equilibri rinnovati, mettendo al centro la persona e l’umanità comune, ricordano molto anche l’appello del Santo Padre ad un nuovo “patto educativo globale”. Questo è il tratto che unisce la visione umanistica dell’Unesco, con l’appello e la visione di Papa Francesco su questi temi importanti.

Nell’immaginario collettivo, l’Unesco è quell’ente internazionale e benemerito che tutela i patrimoni culturali e naturali dell’umanità, preservandoli dalla sparizione. Questi patrimoni, come i centri storici o le aree naturali particolarmente rare, finora sono stati trattati come reperti di un museo: assediati [dal progresso e] dall’antropizzazione. Ma la sensibilità contemporanea, come l’ecologia integrale di Papa Francesco, hanno superato questo concetto di conservazione, promuovendo l’integrazione fra ambiente e cultura, tra gli spazi umani e quelli della natura. L’Unesco ha fatto una riflessione su questo tema in questi ultimi decenni? Ovvero dare meno l’idea di salvare delle “teche” qua e là, e puntare più a integrare il contesto naturale e quello culturale nello sviluppo sostenibile che tutti auspichiamo?

Sicuramente il ruolo dell’Unesco, nella guida dell’Agenda 2030 per il tema dell’educazione, è la testimonianza più evidente che non si tratta solo di proteggere. L’organizzazione, è vero, ha questa funzione storica di tutelare il patrimonio materiale e immateriale; ma si tratta soprattutto di promuovere attivamente modelli vivi di coscienza e di assunzione di responsabilità collettiva, su tutti i valori che ho citato prima. Quindi direi che la prima raccomandazione internazionale sull’etica dell’intelligenza artificiale, approvata l’anno scorso nella conferenza generale in Messico, è un esempio molto chiaro di come ci siano un attivismo e una leadership intellettuale che vanno bene al di là della pur meritoria funzione di protezione e di conservazione di quanto possediamo, sia esso patrimonio artistico, monumentale o naturale.

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