Economia Interviste

Ferrante: Decarbonizzare l’Italia è possibile

Dai trasporti all’industria, dal petrolchimico al riscaldamento domestico: gli orizzonti della transizione energetica italiana. Intervista a Francesco Ferrante, presidente della Fondazione Symbola.

Francesco Ferrante, già direttore di Legambiente e oggi vice-presidente del Coordinamento Free, ha partecipato alle giornate di Impatta Disrupt, il Festival dell’Innovability incentrato sulle tecnologie e l’innovazione al servizio della transizione ecologica. A margine dei tavoli di discussione abbiamo avuto la possibilità di chiedergli un giro d’orizzonte sulle reali possibilità e le soluzioni migliori per abbattere il ricorso alle fonti fossili, decarbonizzando l’economia, la produzione di energia e le attività quotidiane nel nostro paese, in tempo per evitare le conseguenze della crisi climatica e ambientale che affliggono il nostro presente.

Tutti sono d’accordo nella necessità di una transizione alle fonti di energia rinnovabili e pulite; ma non tutti ne avvertono l’urgenza.
Siamo nel pieno della crisi climatica, come ci ricordano, purtroppo, frequentemente i fenomeni meteorologici estremi: alluvioni, periodi di siccità… Una crisi in corso ormai da qualche tempo, che inizialmente ha interessato l’Africa sub sahariana, aumentando la desertificazione, e adesso è un fenomeno che riguarda anche le nostre latitudini.
Una crisi climatica dovuta allo sfruttamento delle fonti fossili. Dalla rivoluzione industriale in poi abbiamo basato la crescita economica, e tutto il nostro benessere, prima sul carbone, poi sul petrolio e il gas. Ciò ha determinato un aumento importante delle emissioni di anidride carbonica e l’effetto Serra che sta causando questa crisi che gli scienziati ci dicono essere arrivata a una situazione potenzialmente pericolosa, perché non si capisce quanto reversibile.
Nel 2015 a Parigi si raggiunse finalmente un accordo internazionale – che poi purtroppo non è stato implementato – in cui si stabiliva di intervenire per impedire che la temperatura media del pianeta non aumentasse più di un grado e mezzo, rispetto al periodo pre industriale. Dieci anni dopo abbiamo quasi raggiunto quel grado e mezzo. Gli scienziati di tutto il mondo condividono l’idea che c’è un effetto antropico: è l’attività umana ad avere determinato la crisi climatica. Non sono sicuri che si faccia in tempo a tornare indietro, e ristabilire condizioni del pianeta che non determinino i fenomeni meteorologici estremi che stanno portando danni in tutto il mondo. 

Il quadro è molto negativo. Quali soluzioni pratiche abbiamo?
Questa è la cattiva notizia. La buona notizia è che ciò che serve per affrontare la sfida climatica – utilizzare meno fonti fossili, decarbonizzare l’economia e il sistema industriale – in questo stesso lasso di tempo è diventato sempre più conveniente  grazie all’innovazione tecnologica. Per la produzione di energia elettrica oggi possiamo sostituire carbone, petrolio,  e gas con fonti rinnovabili: pannelli fotovoltaici che raccolgono la luce del sole; pale eoliche che raccolgono il vento; geotermia; idroelettrico… Tutto con rendimenti e prezzi sempre più convenienti e competitivi rispetto allo sfruttamento delle fonti fossili. Ormai da qualche anno le agenzie internazionali – come AIEA che si occupa di energia, e IRENA che si occupa in particolare di rinnovabili – ci dicono che gli investimenti sulle fonti rinnovabili sono di gran lunga superiori a quelli delle fossili. Evidentemente c’è anche una convenienza economica.
Oltre a poter affrontare la sfida climatica ed essere pulite, le rinnovabili hanno anche uno straordinario merito in più: garantire l’indipendenza. L’Italia è dipendente dall’estero perché importa le fonti di energia: la benzina per spostarci; il gas per riscaldare le nostre case e per produrre energia elettrica. Tutte fonti che dobbiamo importare da paesi che, come si è visto in questi ultimi anni, non garantiscono la sicurezza dell’approvvigionamento a causa di questioni geopolitiche, crisi internazionali e guerre. Perciò siamo sempre, in qualche maniera, sotto ricatto. Nel momento in cui riuscissimo a sostituire le fonti fossili con sole, vento, geotermia, idroelettrico – che non dipendono da qualcun altro ma sono a disposizione di tutti e a costi sempre più competitivi – potremmo sostenere il nostro sistema economico-industriale con prezzi dell’energia sempre più contenuti e stabili, non dipendenti dalle possibili convulsioni internazionali; ed inoltre potremmo essere indipendenti, non dovendo importare energia da altri paesi. 

Molti però evidenziano delle controindicazioni delle rinnovabili.
Si dice ad esempio che i pannelli fotovoltaici oggi sono realizzati in gran parte con materie prime che provengono dall’estero, in gran parte dalla Cina. La Cina è tra i paesi che stanno investendo di più in fonti rinnovabili e nelle materie prime critiche che servono appunto per produrre energia elettrica da fonti pulite. È vero: come europei dobbiamo provare a renderci indipendenti anche da questo punto di vista. In Europa – e nel nostro Paese –  sono già in essere importanti attività di riciclo per recuperare materie prime, ad esempio dagli apparecchi elettrici ed elettronici in disuso, che poi servono per la produzione di energie rinnovabili. Ma soprattutto dobbiamo essere consapevoli che una volta acquistato, anche dall’estero, un pannello fotovoltaico funzionerà per trent’anni; senza, ad esempio, dover richiedere il petrolio ai paesi arabi.

E i settori “hard-to-abate”, quelli per cui le rinnovabili sembrerebbero meno adatte?
La sostituzione dei fossili con rinnovabili non riguarda soltanto la produzione di energia elettrica ma anche molti altri settori industriali. Ad esempio, la produzione di plastica che, com’è noto viene dal petrolio. Oggi, grazie all’innovazione tecnologica, siamo in grado di produrre plastiche a partire da materia prima vegetale e rinnovabile. Inoltre abbiamo la possibilità di riciclare: l’economia circolare serve a fare un uso più efficiente delle risorse. Questo, insieme all’elettrificazione di altri settori di attività, può consentire la decarbonizzazione complessiva della nostra sistema economico.
Faccio un esempio: noi e le nostre merci ci spostiamo grazie alle fonti fossili; ma oggi si può elettrificare anche il settore dei trasporti. Il rendimento delle auto elettriche è molto più rilevante rispetto a quelle con motore endotermico. Quindi anche questo importante settore può essere elettrificato e decarbonizzato con il ricorso alle fonti rinnovabili per la produzione di energia elettrica. 
L’ultimo settore per cui è importante andare verso la decarbonizzazione è il riscaldamento delle nostre case. Oggi si fa per la maggior parte con le caldaie a gas che, nei decenni scorsi, hanno sostituito il gasolio e il carbone alle caldaie a gas. Anche in questo caso – grazie all’innovazione tecnologica – abbiamo la possibilità di sostituire le caldaie con le pompe di calore che funzionano con l’elettricità. In alcuni casi si può addirittura sfruttare la geotermia: sfruttare cioè la differenza di temperatura tra sottosuolo e superficie; questo sbalzo alimenta le pompe che riscaldano e raffrescano, in alcuni casi persino senza cambiare il sistema di riscaldamento presente nelle nostre abitazioni. 
Per tutto ciò abbiamo la possibilità di marciare verso una decarbonizzazione completa del nostro sistema.

Una delle critiche ricorrenti alle rinnovabili è l’intermittenza.
Facendo ricorso all’eolico e al solare c’è un problema da risolvere. Le fonti fossili hanno il grande vantaggio che le centrali termoelettriche possono lavorare sempre: quasi 8.000 ore all’anno, continuamente, giorno e notte, in qualsiasi condizione meteorologica. Invece, come è noto, l’eolico funziona se c’è il vento e il fotovoltaico quando c’è il sole. Dobbiamo cambiare la rete di distribuzione, che è stata progettata per grandi impianti termoelettrici da cui poi l’elettricità viene diffusa a partire un punto centrale. Con le rinnovabili andiamo verso una produzione molto più diffusa e, appunto, intermittente. Perciò dobbiamo adeguare le reti e ricorrere sempre più all’accumulo, cioè alle batterie. Le utilizziamo ad esempio nelle automobili: ecco, quelle batterie – ovviamente di dimensioni diverse – devono consentirci di restituire energia elettrica alla rete anche quando non c’è il sole o non spira il vento. Abbiamo anche in questo caso un vantaggio, grazie all’innovazione tecnologica: il costo delle batterie negli ultimi dieci anni si è ridotto del 90%, e in futuro sarà sempre minore. Perciò potremo utilizzare quegli accumuli per garantire una fornitura di energia elettrica continuativa anche da fonti rinnovabili intermittenti, a costi sempre più convenienti. Questo è il punto essenziale .

Per la continuità ci sarebbe anche il nucleare. Soluzione percorribile?
Ovviamente questo cambiamento dal fossile alle rinnovabili non può avvenire dall’oggi al domani. In Italia la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è ancora inferiore al 50% del totale. A questo aggiungiamo che quelli elettrici sono meno di un terzo dei consumi energetici totali e, se elettrificheremo anche trasporti e riscaldamento, dovremo pensare a un mercato elettrico che raddoppia. Ipotizzare che questo raddoppio possa essere fatto da fonti rinnovabili dall’oggi al domani non è possibile. Quindi c’è una fase di transizione in cui le fonti fossili avranno ancora un ruolo, fino al 2050: quando l’Europa ha fissato l’obiettivo di ridurne al minimo l’utilizzo. Insomma il gas avrà un ruolo, seppure sempre minore.
In questa transizione c’è chi sostiene l’utilità di ricorrere al nucleare. Ci sono paesi ci hanno puntato molto: come la Francia. Il nucleare lì svolge la funzione che in Italia è ancora svolta dal gas. Per un paese come il nostro, uscito dal nucleare ormai quarant’anni fa, puntare a riprendere quella via a me pare un po’ difficile, a causa dei costi necessaria per riprendere quell’avventura. La ricerca ovviamente deve andare avanti, perché nei prossimi 20-25 anni abbiamo bisogno di una transizione rapida ed efficiente. La sfida climatica incombe e dobbiamo renderci indipendenti dalle fonti fossili. Perciò la ricerca è utile ma non credo che si possa ottenere dal nucleare quella risposta immediata che invece sarebbe indispensabile. 

La transizione può o deve essere accelerata dagli incentivi?
All’inizio degli anni ‘10 gli incentivi sono stati molto importanti per far partire le rinnovabili in Italia. Oggi sono sempre più ridotti perché iniziano a non averne più bisogno: grazie all’innovazione tecnologica le rinnovabili sono già convenienti dal punto di vista economico. Abbiamo ancora bisogno di sostenere il passaggio da una rete tutta basata sulle grandi centrali termoelettriche, ad una che sappia raccogliere la produzione di energia diffusa. Gli incentivi servono per questa modifica; e devono andare a scalare per evitare super profitti, perché anche le rinnovabili vanno a scalare. Non dobbiamo consentire eccessi – come in effetti sta succedendo in alcuni casi – quando ad esempio gli impianti per le rinnovabili già ammortizzati continuano a ricevere incentivi non più giustificati. In quei casi bisogna intervenire perché evitare di far sostenere alla collettività degli sforzi economici non indispensabili.

 

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