Come cambia il sistema previdenziale pubblico per affrontare i cambiamenti della società? Inverno demografico, precariato giovanile, l’Intelligenza Artificiale che minaccia di far scomparire il 70% dei lavori attuali. Risponde Valeria Vittimberga, Direttore Generale dell’INPS.
Quale futuro si prospetta per la previdenza pubblica? Uno dei pilastri della crescita economica e sociale italiana dal secondo dopoguerra, è da anni in fase di ristrutturazione per rispondere ai cambiamenti profondi della società. Una natalità in continuo declino, con il tasso di numero medio di figli per donna di 1,18; una popolazione che (secondo l’Istat) nei prossimi vent’anni diminuirà di 5 milioni di persone (contando anche il saldo delle migrazioni); gli anziani che costituiranno il 36% della popolazione in rapporto di 3 a 1 con i bambini sotto i 14 anni; i cittadini in età da lavoro (15-65) che non supereranno il 55% dei residenti. Questi sono i parametri che minano alle fondamenta un sistema previdenziale (e assistenziale) pubblico, che ha già visto il passaggio epocale dal retributivo al contributivo, ed oggi deve fare i conti non solo con un paese che ha la seconda piramide demografica più squilibrata del mondo, ma anche con una rivoluzione tecnologica (automazione, digitalizzazione, intelligenza artificiale) che rischia di cancellare competenze e lavori per cui la maggior parte dei lavoratori si è formata.
Di questa sfida si è parlato durante il Festival dell’Innovability Impatta Disrupt, in particolare nella giornata dedicata al tema “Avrò cura di te – Sfida demografica e futuro del patto tra generazioni”, in una sessione dal titolo: “Verso una nuova Architettura Previdenziale”. A margine del dibattito abbiamo potuto approfondire con uno dei relatori: Valeria Vittimberga, Direttore Generale dell’INPS.
Qual è la situazione del sistema previdenziale italiano? E come sta evolvendo per restare sostenibile?
Il sistema previdenziale italiano è un sistema sostenibile, per definizione. È un sistema che va avviandosi verso il contributivo puro: tanto si mette nel salvadanaio, tanto si recupera. Ci sono evidentemente dei problemi di cassa di breve e medio periodo, che derivano dalla gobba del pensionamento dei “baby boomers” (la generazione nata dopo la Seconda Guerra Mondiale, ndr.), ma è appunto una questione temporanea che verrà appianata negli anni a venire.
Ciò naturalmente comporta che, all’interno del sistema previdenziale, vengano immessi sempre più contributi derivanti da carriere continue; proprio perché il sistema contributivo sposta l’ago della bilancia sulla sostenibilità individuale: sul fatto che ci siano dei percorsi di carriera continui e delle paghe dignitose che permettano poi, alla fine del periodo lavorativo, di ricevere pensioni altrettanto dignitose.
Dal punto di vista dell’equilibrio del sistema, si tratta di fare in modo che il sistema lavorativo sia sufficiente a compensare l’invecchiamento della popolazione. Come? Attraverso l’immissione progressiva nel mondo del lavoro di quelle classi di persone che tradizionalmente sono rimaste un po’ ai margini: le donne. Su questo fronte negli ultimi anni ci sono stati sviluppi molto positivi, anche se l’Italia rimane ancora il fanalino di coda in Europa. Considerando però da dove siamo partiti, l’aumento e lo sviluppo dell’occupazione femminile sono stati importanti.
Altro nodo è l’occupazione giovanile e lo sradicamento del fenomeno dei NEET (“Not in Education, Employment or Training”, ndr.): dobbiamo recuperare al lavoro tutti i giovani che si sono lasciati andare, non studiano, non lavorano e hanno perso la dimensione della loro utilità sociale. Questo è estremamente importante, sia per la tenuta del sistema previdenziale, sia per la coesione sociale; perché la nostra è una repubblica fondata sul lavoro, e quindi questo aspetto è veramente importante.
Ci troviamo in una situazione in cui si sente il bisogno di stabilità, di certezze e di semplificazioni delle regole del gioco. Non è pensabile continuare a modificare in aumento le finestre di uscita e la durata dell’età lavorativa; perché esiste un limite fisiologico per cui non è possibile aumentare ad oltranza. È necessario far un’opera di semplificazione; perché abbiamo ancora un sistema pensionistico pensato per un mondo diverso dall’attuale, in cui le carriere lavorative erano tendenzialmente continue, spesso presso un unico datore di lavoro per tutta la vita. Adesso ci sono diverse modalità di lavoro: part-time, a tempo determinato, contratti con tipologie estremamente varie che è necessario regolare affinché tutti abbiano la loro dignità. Ma è necessario strutturarsi per gestire carriere spesso caratterizzate da lavori e contribuzioni molto diversi.
È anche necessario ragionare su diversi strumenti giuslavoristici. La rapida evoluzione tecnologica a cui la società sta andando incontro richiede che, in prospettiva, la contribuzione non possa essere considerata solo come una proporzione rispetto ai salari. Sarà necessario ragionare su una contribuzione che guarda ad altri fattori: come la proporzione di contribuzione dei vari fattori produttivi al valore aggiunto della produzione.
Non dobbiamo neanche dimenticare la fase particolare che stiamo vivendo. Fino ad oggi, ci siamo preoccupati della minaccia dell’invecchiamento della popolazione; ma ci sono degli shock straordinari che bisognerà affrontare. Sicuramente la situazione di instabilità geopolitica che governa la situazione attuale potrebbe comportare degli shock anche all’interno del sistema previdenziale: parliamo di possibili complicazioni nell’ambito delle entrate contributive; dell’inflazione che porta alla necessità di perequazione delle pensioni; la necessità di affrontare degli strumenti di ammortizzatori sociali più complessi o più corposi. Quindi, probabilmente bisognerà interrogarsi anche su un maggiore e più flessibile ruolo dell’Europa: che affronti l’emergenza anche dal punto di vista delle conseguenze sul mondo del lavoro e sul mondo previdenziale; magari ragionando su un allentamento temporaneo dei vincoli di stabilità. Vincoli che sono un principio importante ma che – come in altre situazioni emergenziali come la pandemia – devono essere sapientemente misurati per far fronte a circostanze eccezionali ed evitare riflessi negativi, non tanto sui singoli sistemi previdenziali, quanto sulla coesione sociale che sta alla base di essi.
Quale impatto ci si attende dell’avvento dell’Intelligenza Artificiale, sul lavoro e sulla previdenza?
La rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo è, come tutte le tecnologie, di per sé neutra. Quindi tutto dipende dall’utilizzo sapiente o incongruo che sapremo farne.
Dal punto di vista dell’INPS la tecnologia è un fattore abilitante importantissimo. Stiamo investendo moltissimo in innovazione tecnologica. Con il PNRR abbiamo finanziato oltre 150 applicazioni di intelligenza artificiale direttamente utili al cittadino; e abbiamo fatto in modo che gran parte dei lavori più ripetitivi, di compilazione di moduli, venissero relegati alla macchina – che peraltro lo fa benissimo – liberando tempo e risorse (ahimè scarse) per le attività di accoglienza, la proattività, il controllo delle frodi, e lo snellimento dei tempi di realizzazione delle pratiche. Per noi è un grande vantaggio: siamo un’amministrazione pubblica, e quindi il nostro interesse non è risparmiare sul “materiale umano”, ma migliorare la prestazione e rendere più qualificato il lavoro dei nostri colleghi.
Crediamo che l’innovazione debba essere guidata. Paradossalmente si pensa alle pubbliche amministrazioni ancora con un retaggio “fantozziano” della burocrazia: lontano da qualsiasi capacità innovativa. In realtà la PA è proprio il soggetto che può fare maggiore ricerca di innovazione: perché è legata alla realizzazione dell’interesse pubblico, e non del profitto privato; e anche perché ha un orizzonte temporale di ricerca di lungo periodo, che permette investimenti non legati al guadagno immediato.
Ci stiamo lanciando in un’attività molto importante e impegnativa: la realizzazione di un modello di intelligenza artificiale del welfare. Finora ci siamo avvalsi ampiamente dei modelli generalisti di IA, anche con buoni risultati; ma per motivi di sovranità nazionale, e per una maggiore accuratezza e certificabilità delle risposte, pensiamo sia necessario dotarsi di un modello proprio, con dati propri e certificati che eviti le allucinazioni a cui sono soggetti i modelli generalisti, e permetta di dare risposte molto più accurate ai nostri utenti.
Se ampliamo l’orizzonte a ciò che accade nella società, sicuramente ci sarà una transizione scioccante nel mondo del lavoro. Si stima che il 70% dei lavori tradizionali verranno meno, e altrettanti se ne creeranno. Per evitare questo shock, occorre evitare che avvenga un mismatch temporaneo tra la domanda e l’offerta di lavoro; quindi bisognerà investire moltissimo sulla formazione per quelli che saranno i lavori del futuro. Con SIISL (la piattaforma informatica gestita dall’INPS per conto del Ministero del Lavoro) e AppLi (il web coach virtuale), due strumenti dedicati al matching tra domanda e offerta di lavoro, stiamo iniziando ad affrontare questo aspetto: verificare con sistemi di intelligenza artificiale quali lavori avranno più richieste, in futuro; e mostrare alle persone (in base alle tipologie di lavoro per cui si sentono portate) i corsi di studio da intraprendere per non arrivare impreparati a questa rivoluzione.
Poiché, grazie all’IA, la produttività del lavoro aumenterà enormemente, bisognerà immaginare delle forme di compensazione a carico delle imprese che otterranno profitti molto maggiori, rispetto ad eventuali esuberi tecnologici che portino alla perdita di posti di lavoro. Questo credo sia uno degli orizzonti di rivisitazione delle architetture dei sistemi previdenziali, che andranno affrontati non tanto a livello italiano – perché uno stato da solo non potrebbe incidere – quanto a livello europeo.
Come coinvolgere i giovani nelle dinamiche di qualcosa, la previdenza, che non percepiscono come una priorità?
La previdenza è qualcosa da affrontare fin da giovani. Sembra paradossale ma la previdenza non è “roba da vecchi” perché, come nella parabola della cicala e della formica, quando si arriva alla pensione è troppo tardi.
Innanzitutto bisogna pretendere di entrare nel mondo del lavoro con il piede giusto: quello della legalità. Molti giovani pensano che il “lavoretto in nero” sia in fondo un modo per iniziare a fare qualche cosa. Ciò è sbagliatissimo; perché cominciare con un lavoro legale, con i contributi giusti, è innanzitutto un modo per pretendere dei diritti che nel tempo sono costati sacrificio. La legalità dei sistemi previdenziali è una conquista di democrazia; ma è anche la possibilità di affrontare la vita con serenità. Un lavoro legale significa un lavoro garantito dal punto di vista della sicurezza, significa avere dei benefici in caso di eventi straordinari: la malattia, la maternità e la paternità. Quindi, per un giovane, iniziare con il piede giusto significa anche avere la certezza che può avventurarsi in scelte di vita: come la costruzione di una famiglia o l’assistenza a genitori anziani, contando sulla presenza di uno Stato amico che offre una grande quantità di prestazioni adatte a tutte le circostanze. Forse uno dei problemi dei giovani è proprio questo: ci sono tantissime prestazioni che lo Stato mette a disposizione attraverso l’INPS – ne eroghiamo più di 470 – ed è difficile districarsi in questa giungla, capire che cosa è più adatto. Il salto che vogliamo fare è diventare un ente che, a domanda, risponda non soltanto dando il beneficio, ma che riesca a intercettare i bisogni, spiegando quanto è già oggi disponibile. Stiamo cercando di rendere la nostra offerta proattiva e tematica per gli eventi della vita.
Ad esempio abbiamo creato il portale “Inps per i giovani” in cui sono aggregate tutte le prestazioni che l’Istituto riserva loro: tutto ciò che può interessarli durante gli studi, l’avvio della prima attività lavorativa, la creazione di una famiglia, e così via. Abbiamo cercato di aggregare non soltanto le prestazioni INPS, ma anche quelle che altre amministrazioni pubbliche erogano in quelle stesse circostanze; in maniera che non si debba più vagare tra amministrazioni diverse, ma avere un “contenitore” unico dove potersi orientare in maniera inclusiva. Abbiamo fatto la stessa cosa con il “Portale della famiglia e della genitorialità”, mettendo insieme tutte le prestazioni che l’Istituto eroga ai neogenitori, con quelle di altre amministrazioni come, ad esempio, i “Centri per la famiglia” presenti su tutto il territorio nazionale.
In sintesi il nostro tentativo è aggregare, semplificare, tradurre la complessità. Personalizzare i servizi è muoversi all’interno in una grande complessità, ma anche tradurla in un linguaggio semplice, accessibile per l’utenza; e relegare la complessità a ciò che l’innovazione tecnologica riesce a realizzare.
