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Innovazione Interviste Società

La comunità scientifica alla guida dello sviluppo sostenibile

Cino Matacotta (INFN) auspica maggiore presenza della comunità scientifica nelle politiche di sviluppo sostenibile del prossimo futuro. “L’INFN può contribuire con tecnologie innovative e con la cultura del pensiero scientifico nell’affrontare i problemi della sopravvivenza sul pianeta”.

Tra i temi affrontati lo scorso 5 luglio al convegno “Innovazione e sviluppo sostenibile. L’ecosistema italiano tra sfide e opportunità”, organizzato da Next4 e Impatta alla Casa del Cinema di Roma, c’è stato anche quello del rapporto tra mondo scientifico e innovazione nell’ottica della sostenibilità. In particolare un intervento tra gli altri ha messo in guardia sui rischi di investire in tecnologie e settori senza affidarsi a criteri scientifico-economici, ma seguendo l’onda emotiva delle scoperte o delle invenzioni del momento, soprattutto nel campo strategico delle infrastrutture energetiche.

Cino Matacotta – INFN

Cino Matacotta, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, nel suo intervento al dibattito ha esordito puntualizzando che i problemi della sostenibilità “Possono essere aggrediti solo sistematicamente. Interventi puntuali, da un lato o dall’altro, come abbiamo visto nel corso dei decenni, tendono a creare più problemi di quanti ne vogliano risolvere”. Il tema sullo sfondo è quello delle politiche energetiche, degli investimenti sulle infrastrutture e sulle diverse tecnologie di produzione “sostenibile”. Matacotta, che attualmente ricopre l’incarico di coordinatore del Comitato Nazionale per il Trasferimento Tecnologico dell’INFN, ha in sostanza auspicato una maggiore partecipazione del mondo scientifico, nel processo decisionale sulla strada della necessaria transizione ecologica, a partire dall’Istituto stesso: “Credo che un gruppo di persone come i duemila colleghi del mio Istituto possa portare [un duplice contributo] a questo discorso di cambiamento radicale del modo di relazionarsi con il pianeta […]: abbiamo tecnologie molto innovative che abbiamo sempre tenuto colpevolmente dentro la nostra bella torre d’avorio […]; ma credo che ci sia un contributo ancora più stimolante e prezioso […] una componente culturale che secondo me in Italia manca: il pensiero scientifico”.

Secondo Matacotta, che ha portato ad esempio i finanziamenti accordati con troppa facilità a presunte tecnologie innovative nel campo delle rinnovabili, occorre: “Approcciare i problemi con una solidissima strutturazione scientifica; perché la sostenibilità, la sopravvivenza del genere umano su questo pianeta, e la possibilità di continuare a crescere, sono problemi di una complessità spaventosa”. Un compito che lo scienziato ha rivendicato anche per la sua categoria, perché “la nostra forma mentale nell’approcciare i problemi è considerare ‘tutti’ i parametri che entrano in gioco in un problema […] Noi abbiamo le competenze e vogliamo metterle a disposizione di un processo ampio”.

L’argomento del ruolo delle istituzioni scientifiche nelle politiche di sviluppo del Paese è sicuramente cruciale per il prossimo futuro. Abbiamo potuto approfondire il discorso con Cino Matacotta che ci ha rilasciato questa intervista a margine dell’incontro.

Durante la conferenza lei ha detto: “In Italia manca il pensiero scientifico” dietro, aggiungo io, le imprese della sostenibilità. Possiamo chiarire per il lettore?

In realtà il pensiero lo scientifico manca un po’ dappertutto. In Italia abbiamo una situazione accademica eccellente. La nostra ricerca nell’ambito STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics, nda.) è una delle più efficienti al mondo. Nonostante non abbiamo soldi, e stiamo sempre a lamentarci, la produzione scientifica italiana, ad esempio nei campi della fisica e della biologia, è di eccellente qualità.  Abbiamo un sistema produttivo che, tutto sommato, ci mantiene nell’occidente evoluto; quindi non credo che ci possiamo lamentare troppo neanche di quello. La difficoltà che vedo nel sistema-Italia, e non nei nostri competitor internazionali, è che la cultura non è permeabile. Cioè la cultura economica non entra nel mondo scientifico e viceversa; ed è così per tutte le varie torri d’avorio che ci contraddistinguono. Credo che abbiamo avuto un’incidenza di idealismo troppo forte: mentre gli altri paesi sviluppavano sistemi di pensiero più aperti, noi abbiamo continuato a considerare lo spirito in alto e la materia in basso; e a pensare che chi si occupa di spirito è più “chic” di chi si occupa di materia. Questo fa sì che poi i due mondi non si parlino.

Di solito però l’economia è molto realista: bada poco alla spiritualità.

Infatti il nostro atteggiamento come produttori e creatori di conoscenza scientifica è in media molto snobistico nei confronti del mondo dell’economia. Non si percepisce l’intrinseca unione che c’è nei fatti: non facendo niente per vederla si rende il sistema meno efficiente di quello che potrebbe essere.

Quest’anno però il mondo scientifico (medico-scientifico) è entrato fortemente nelle nostre vite, con il Comitato Tecnico Scientifico che ha guidato il Governo nella gestione della pandemia. Lei augura qualcosa del genere? Cioè che gli scienziati del suo e di altri campi entrino così tanto nelle politiche nazionali?

Vede? Lei è un idealista.

Quella è stata una buona pratica?

No, tant’è che la pandemia ha sottolineato l’incapacità comunicativa della comunità scientifica: con tutti questi virologi di cui dopo un po’ non se ne poteva più. In realtà rappresentavano dove non dovevano, sul palcoscenico mediatico, l’intrinseca dialettica del mondo scientifico: dove ognuno ha le sue opinioni e le deve provare con dei metodi oggettivi per vedere chi ha ragione e chi ha torto. Noi (scienziati, nda.) non saremmo assolutamente in grado di gestire alcunché, se non i nostri esperimenti; ma siamo portatori di un approccio che può essere utile agli altri. Ognuno poi fa il suo mestiere. Quello che manca è la permeabilità tra i comparti: per cui c’è chi fa l’economista, chi lo scienziato e chi le politiche.

Ora abbiamo un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e un Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima. Stiamo investendo sulle cose giuste? Il mix energetico è ben bilanciato?

Non sta a me dirlo.  L’energia è anche una grande opportunità di business, ma può essere un cavallo di troia, una foglia di fico. Occorre guardare bene i numeri e, per esempio, ragionare sui blackout che ci sono stati nelle aree metropolitane in questi ultimi tempi. Per fare un esempio relativo alla mobilità elettrica: abbiamo tutto il cobalto e il litio per fare le batterie? e tutto il rame per distribuire l’energia? Se la mobilità su gomma andasse ad energia elettrica in Italia bisognerebbe più che raddoppiare la potenza installata: servono 35 GW in più.  Quindi occorrerebbe raddoppiare le centrali (che comunque qualcosa devono bruciare) oppure dovremmo coprire una superficie come l’Umbria di pannelli fotovoltaici. Insomma i numeri sono importanti per generare quest’energia. Inoltre le batterie non possono essere caricate ad alta tensione: ci vuole tanta corrente e quindi ci vuole tanto rame. Dov’è tutto questo rame? Quanto sta aumentando il costo del rame nel mondo? Quanto dobbiamo scavare il Cile (il maggiore produttore al mondo, nda.) per tirarlo fuori? Questa serie di questioni se la dovrebbe porre chi propone l’auto elettrica come panacea di tutti i problemi. Io mi preoccupo se non lo dice e non lo scrive nessuno.

Dato il suo profilo professionale, viene spontanea l’associazione con l’alternativa dell’energia nucleare. Bisogna tornare a investire e a ricercare in quell’ambito?

La parola “nucleare” nell’acronimo dell’INFN deriva dal fatto che, quando fu fondato nel 1951, nella Fisica era la frontiera del sapere. Ora l’Istituto non si occupa della produzione di energia nucleare. “Nucleare” si riferisce al nucleo atomico, che serve “anche” a fare energia da fissione. Quindi [la produzione di energia] non mi riguarda, dal punto di vista professionale e istituzionale. Devo dire che, nonostante la gravità degli incidenti che succedono, sono successi e non si può dire che non possano succedere, è un’energia pulita. È uno dei pochissimi modi di produrre potenza utilizzabile senza alterare alcun processo naturale del pianeta; se non il riscaldamento, perché si dissipa dell’energia. Però non produce CO2 e non trasforma il carbonio che il pianeta aveva confinato sotto terra in carbonio atmosferico (come bruciando carbone e petrolio, nda).

Sul fotovoltaico nessuno valuta che toglie il 20% (l’efficienza di una cella fotovoltaica) di energia irraggiata [dal Sole] al suolo. Per adesso accade su piccole aree, ma nel momento in cui si dovesse veramente usare l’energia cosiddetta rinnovabile per sostenere i consumi dell’umanità, cambierebbero gli impatti climatici. Basta spostare un pochino il coefficiente di Albedo di riflettività della superficie (la quantità di radiazione solare che il suolo, naturale o artificiale riflette in atmosfera, nda.) e si altera completamente l’equilibrio della radiazione che arriva in un certo modo, viene riemessa come infrarosso e riscalda l’atmosfera. Se mandassimo tutto il settore dell’automotive ad energia elettrica prodotta da fotovoltaico dovremmo per esempio coprire l’Umbria di pannelli. Togliere il 20% di irraggiamento solare da una regione come l’Umbria vuole dire, idealmente, spostarla dalle parti della Scozia, in termini di rapporto energetico al suolo. Che succederebbe? Potrebbe avere delle conseguenze. Non lo so. Qualcuno dovrebbe fare i conti.

Perché quando si tratta di problemi globali noi pensiamo sempre a risolvere il problema particolare: il tubo di scarico puzza; la benzina si va a prendere dove c’è il petrolio… brutti e cattivi; allora attacco una presa e, molto ipocritamente, non vedo che cosa sta succedendo. Però poi le conseguenze ci sono anche così. Perciò, da questo punto di vista, il nucleare (fissione) forse andrebbe riconsiderato. Questo però è un punto di vista personale e non istituzionale, ci tengo a sottolinearlo. Anzi, come INFN siamo attivi sul nucleare nel senso che abbiamo stazioni di rilevamento molto sensibili per le tracce di radioattività dall’atmosfera: non solo abbiamo visto tra i primi gli effetti di Fukushima, dieci anni fa, ma anche per primi e molto bene gli effetti dell’incidente militare ad Arcangelo (l’esplosione durante un test militare in Russia che ha provocato aumenti locali della radioattività atmosferica nell’estate del 2019, nda.). Quindi siamo dalla parte di chi cerca di prevenire queste cose. Però, se l’umanità deve usare migliaia di GW/ora per sostenersi e svilupparsi, forse il “buon vecchio” uranio potrebbe essere una delle soluzioni più viabili, se si sviluppassero tecnologie che ci mettano al riparo da disastri come Fukushima e Chernobyl.

 

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