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L’agricoltura sostenibile conviene all’ambiente e agli imprenditori

Il secondo Obiettivo di Sviluppo Sostenibile dell’ONU vorrebbe eliminare la fame nel mondo entro il 2030, ma ancora oggi ne soffrono più di 800 milioni di persone. Allo stesso tempo, secondo le stime più accreditate, il settore primario (agricoltura, allevamento e gestione forestale) è responsabile già oggi del 23% delle…

Il secondo Obiettivo di Sviluppo Sostenibile dell’ONU vorrebbe eliminare la fame nel mondo entro il 2030, ma ancora oggi ne soffrono più di 800 milioni di persone. Allo stesso tempo, secondo le stime più accreditate, il settore primario (agricoltura, allevamento e gestione forestale) è responsabile già oggi del 23% delle emissioni di gas serra del pianeta: un quarto del totale. Quindi, per ridurre le emissioni, contrastare il riscaldamento globale, e contemporaneamente destinare maggiori risorse di cibo alle popolazioni a cui mancano, occorre una profonda riforma in senso sostenibile della produzione agro alimentare. Nell’equazione entra anche l’emergenza idrica: in Italia si spreca circa il 37% dell’acqua dolce prelevata dal territorio. In questo caso le misure più urgenti sono gli investimenti nelle infrastrutture idrauliche e l’innovazione tecnologica: ad esempio quella che può regolare l’irrigazione dei campi in maniera più mirata ed efficiente, anche in base alle condizioni meteo del momento.

Angelo Riccaboni – Fondazione Prima

L’agricoltura sostenibile sarà uno degli argomenti del convegno “Laudato Si’ e Agenda ONU 2030 – Dai principi alle azioni”, che si terrà lunedì 8 novembre a Siena. Tra i relatori dell’evento, organizzato da Earth Day Italia ed ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) è atteso Angelo Riccaboni, presidente della Fondazione PRIMA, ente che promuove la sostenibilità della gestione della risorsa idrica e della filiera agro-alimentare.

Di seguito la versione integrale dell’intervista al professor Riccaboni, trasmessa oggi nella rubrica Ecosistema di Earth Day Italia, nel programma “Il Mondo alla Radio” di Radio Vaticana Italia.

Quale sarà il tema del suo intervento? Il titolo è: “Agroalimentare sostenibile, i frutti della terra custodita”.

È molto importante considerare che il settore agroalimentare, da una parte causa il problema del cambiamento climatico con le emissioni gas serra, e quindi dobbiamo fare in modo che diventi quanto più sostenibile; dall’altro è influenzato dal cambiamento climatico, nel senso che ci sono importanti conseguenze sulle colture e sulle attività agricole. Bisogna evidenziare questo, perché a volte non si ha contezza di quanto sia importante. Se vogliamo veramente attuare l’enciclica Laudato Si’ dobbiamo fare in modo che in ogni contesto a livello internazionale, nazionale e locale, ci sia attenzione a questi aspetti e che si applichino i concetti dell’agricoltura sostenibile. In ciascun luogo si può fare sicuramente meglio. Parleremo in un contesto senese dove certamente sono stati fatti dei passi in avanti nella sostenibilità delle produzioni, ma si può fare certamente meglio. Quindi il tema è: come migliorare la sostenibilità ambientale e sociale della produzione agricole.

In concreto, di che cosa ha bisogno il settore agroalimentare italiano per avviarsi alla transizione ecologica? Quali sono le innovazioni tecnologiche e sociali che dovranno guidare questa evoluzione?

Innanzitutto ci vogliono delle infrastrutture. Perché è giusto aspettarsi dai produttori dei miglioramenti di cui siamo tutti convinti; ma allo stesso tempo senza infrastrutture, ad esempio digitali e idriche, tutto è più difficile. Le imprese possono e devono migliorare ma, nel concreto, se parliamo di agricoltura di precisione e utilizzo di strumenti digitali nell’ambito agricolo e poi non abbiamo la copertura di banda e accesso alla rete, tutto diventa impossibile. Ci vogliono innanzitutto dei grossi investimenti; in questo, per fortuna il PNRR credo che farà una parte importante. Poi dobbiamo cercare un cambiamento dei comportamenti da parte delle imprese, rendendole consapevoli che è conveniente: diventare sostenibili apre nuove opportunità di mercato; è qualcosa che i mercati, i finanziatori e gli investitori apprezzano molto. Diventare sostenibili è una cosa che aiuta [gli imprenditori] non solo dal punto di vista etico e della giustizia intergenerazionale, ma anche da quello economico. Far capire questo è la grande scommessa.

I produttori italiani, grandi e piccoli, sono culturalmente pronti per questa transizione?

Questa è una domanda importante, perché “transizione” significa fare anche delle cose nuove. Nel nostro paese abbiamo aziende caratterizzate fondamentalmente da tre aspetti: sono di piccole dimensioni; dobbiamo essere sostenibili; bisogna anche essere redditizi, cioè fare in modo che per le imprese ci sia convenienza. Conciliare questi tre temi è molto difficile. L’innovazione può dare la risposta giusta, quindi dobbiamo convincere un settore abbastanza prudente e conservativo come l’agricoltura a innovare. Non è facile perché finora si è spesso fatto come si è “sempre” fatto. Sicuramente ci sono iniziative interessanti, ma generalmente è un settore piuttosto conservativo. Il fatto che ora nel settore stiano arrivando molti giovani e donne interessate a questo comparto è un segnale di speranza, perché tipicamente giovani e donne sono più attenti all’innovazione. Quindi credo che si potrà fare meglio facendo vedere quali possono essere le linee maestre, gli indirizzi possibili, ma anche che ci sono dei casi di successo; perché l’emulazione è un importante meccanismo sociale per il cambiamento. Dobbiamo anche garantire ai nostri imprenditori l’accesso all’innovazione. Non è banale, perché troppo spesso fra il mondo della ricerca e le imprese del settore agroalimentare ci sono stati distanziamento e incapacità di colloquiare. Dobbiamo rompere queste barriere.

Può fare un esempio di questa innovazione, tecnologica e sulle scelte produttive delle colture, delle varietà, che possa essere applicata subito da un operatore del settore che finora abbia lavorato in maniera tradizionale?

Proprio a Siena, grazie al contributo della Fondazione del Monte dei Paschi, abbiamo fatto un’attività di promozione degli strumenti dell’agricoltura di precisione, con l’attivazione e l’attuazione di queste soluzioni da parte di 60 imprese: venti vitivinicole, venti olivicole e venti cerealicole. In pochi mesi le imprese supportate da questo progetto hanno introdotto sensori, centraline, strumenti digitali di analisi per le previsioni del tempo e, sulla base di queste premesse anche poco costose come investimenti, hanno migliorato subito la gestione dei propri interventi in termini di fertilizzanti e antiparassitari sul campo. Naturalmente questo è un vantaggio: sia per l’ambiente, perché grazie all’agricoltura di precisione vengono fatti interventi mirati dove c’è bisogno, nelle quantità di cui c’è bisogno; sia per il risparmio economico, perché si tratta di meno trattamenti. L’agricoltura di precisione: questi strumenti che aiutano a intervenire in maniera accurata senza interventi generalizzati è sicuramente una delle strade più importanti.

In questi giorni è in corso la COP26, il cui scopo principale è ridurre le emissioni di gas climalteranti a livello globale. Sappiamo che parte di questi gas provengono dai settori della produzione agricola e dell’allevamento. Bisogna però ricordare che tra gli obiettivi più importanti della Agenda 2030 dell’ONU c’è anche l’azzeramento della fame nel mondo, che ovviamente passa da uno sviluppo della produzione di cibo. Come sta guardando il suo settore a questa conferenza mondiale? Che politiche spera si decidano a Glasgow?

Credo che la cosa più importante sia riuscire a proseguire in quello sforzo multilaterale che è stato il successo del G20 di Roma. Cioè fare in modo che ci sia un approccio che metta insieme i paesi; perché se non si lavora insieme è impossibile farcela. Come ha dimostrato qualche mese fa il Food Systems Summit non c’è una soluzione che vada bene per tutti. Non è pensabile che ci sia una soluzione in grado di conciliare tutte le esigenze. Dovremo trovare delle soluzioni idiosincratiche, a seconda dei paesi e delle situazioni: dove si possono fare produzioni estensive si faranno; dove invece bisogna intervenire più sulla qualità si interverrà sulla qualità. Dobbiamo fare in modo che tutti diano un contributo. Ogni paese ha le sue caratteristiche. La tecnologia sicuramente aiuterà moltissimo, però le situazioni affrontate sono diverse. Probabilmente in Italia non potremo fare produzione di larga scala, anche se dobbiamo cercare di assicurare l’autonomia della produzione agricola, che non è ancora raggiunta e invece, in questo contesto, dovrebbe essere forse una delle priorità. Allo stesso tempo non possiamo perdere di vista il tema della qualità delle produzioni che arricchiscono il nostro paese, non solo dal punto di vista economico ma anche culturale: pensiamo al valore delle nostre campagne anche per il turismo sostenibile, e per l’identità stessa del paese. Quindi, probabilmente, dovremo trovare delle soluzioni diverse. Certamente ci vuole impegno, perché non possiamo permettere che il settore agricolo conti per un terzo delle emissioni di gas climalteranti e, allo stesso tempo, che vi sia un eccesso di emissioni metano da parte dei nostri allevamenti. Non c’è dubbio alcuno che uno sforzo debba esserci.

Il clima è ovviamente un fattore fondamentale per l’agricoltura e l’allevamento. Il cambiamento climatico sta già incidendo sulle scelte produttive e sull’economia agricola Italiana? C’è preoccupazione nel suo settore? Gli agricoltori verificano già ora gli effetti di questi cambiamenti come gli scienziati purtroppo prevedono che succederà? O c’è ancora un cauto ottimismo o, peggio ancora, negazione, speranza in un futuro simile al passato?

Sicuramente c’è consapevolezza. Alla fine quello che tira più di tutto è il mercato, che in questo momento sta andando nella direzione di privilegiare i prodotti sostenibili, coerenti con questa evoluzione in corso. Chi non se ne accorge viene penalizzato, perché il consumatore detterà sempre di più questa evoluzione. Le imprese devono capire che, anche se importante, non è solamente una questione etica ma anche di convenienza. Le imprese devono andare in questa direzione. Chiaramente le grandi imprese, che in Italia sono poche, hanno dei sensori più fini e quindi hanno colto qual è la “grammatica della sostenibilità”: cioè come bisogna comunicare e agire per essere sostenibili. Attualmente le piccole aziende sono un po’ meno pronte, perché non hanno la struttura e la capacità di mettere in atto investimenti o iniziative in grado di essere efficaci. Per questo saranno importante le partnership. Se si lavora insieme le aziende riescono a rispondere positivamente a questo tipo di esigenza; altrimenti rischiano di non essere pronte a un’evoluzione ormai inevitabile. Da qui a pochi anni certamente i consumatori faranno valere molto questo tipo di preoccupazione. Le imprese del nostro paese, essendo piccole e poco strutturate potrebbero avere dei ritardi. Allo stesso tempo però abbiamo imprese di qualità che dovrebbero riuscire a comunicare meglio come i loro prodotti, oltre ad essere buoni e coerenti con i nostri gusti, aiutano anche ad essere più sostenibili. C’è una tensione in corso: secondo me ci sono tutte le premesse perché l’Italia dia un contributo positivo in questa direzione.

In Italia, in tempi relativamente recenti, abbiamo conosciuto sia l’agricoltura tradizionale, quella legata ai territori e all’ambiente, sia quella industriale, che ha avuto sicuramente un ruolo positivo nello sviluppo economico e sociale, ma anche uno negativo per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse e il conflitto con l’ambiente naturale. Qual è la vostra visione per il futuro? Un ritorno alla tradizione? uno sviluppo sostenibile del settore industriale? o un riequilibrio tra i due modelli?

In Italia c’è stato sicuramente, in questi anni, un miglioramento delle produzioni, anche in termini di valorizzazione dei territori. Questa è stata una grande novità. Si tratta di far sì che questo tipo di impostazione diventi coerente anche con i temi della sostenibilità. Non credo sia impossibile; bisogna però che le imprese acquisiscano quella che chiamo la “grammatica della sostenibilità”: cioè che capiscano che ci possono essere delle opportunità e dei vantaggi. Però bisogna anche saper comunicare, fare scelte giuste, investire, magari mettendo insieme diverse aziende o diversi attori per investire insieme su questi argomenti. Certamente anche il PNRR, che investe sul miglioramento delle filiere, sarà uno strumento utile in questa direzione. C’è una grande, crescente attenzione ai territori; anche in virtù di quanto successo con il Covid. E le nostre aziende, che spesso sono espressione dei territori, possono cogliere quest’esigenza nuova, specialmente se saranno in grado di connetterla meglio al tema della sostenibilità.

 

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