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Interviste Pianeta

Alex Bellini: “Siamo tutti nella stessa tempesta”

Alex Bellini, esploratore e avventuriero, racconta la sua esperienza alla COP27, e annuncia il prossimo viaggio tra Laos e Cambogia navigando il Mekong.

Di ritorno da Sharm El-Sheikh, dove ha testimoniato l’atmosfera della COP27 attraverso i canali social di Green&Blu, Alex Bellini ha partecipato all’Open Summit 2022 al MAXXI di Roma dove lo abbiamo incontrato. Bellini è impegnato da alcuni anni nel progetto “10 Rivers 1 Ocean”: la navigazione dei 10 fiumi più inquinati del mondo. Ha già disceso il Po, il Gange, il Nilo, il Fiume delle Perle, e navigato verso il Pacific Garbage Patch (l’ammasso di plastica che fluttua al centro del Pacifico), su imbarcazioni costruite riciclando bidoni, lamiere, plastiche e materiali abbandonati sulle sponde di queste vie d’acqua. In questo periodo l’esploratore sta preparando la tappa successiva che lo porterà sulle acque del Mekong, attraversando Laos e Cambogia. Nel suo discorso al pubblico dell’evento, organizzato dalla testata ambientale de La Repubblica, Bellini ha sottolineato la disparità con cui i paesi ricchi, e i loro rappresentanti, percepiscono l’urgenza della lotta al cambiamento climatico, rispetto alle richieste e agli appelli molto più allarmati e perentori lanciati dai popoli più fragili ed esposti alle conseguenze dell’inazione.

Alex, parlando di ambiente, crisi climatica, impegno delle nazioni, si dice spesso che “siamo tutti sulla stessa barca”; ma, come hai fatto notare nel tuo intervento, non tutti siamo sullo stesso “tipo” di barca: c’è chi ne ha di migliori e chi di peggiori.

Sicuramente ci lega lo stesso destino: il mio è intrecciato a quello di tanti altri. In questo senso la metafora della barca è calzante. Tuttavia, se ci fermiamo a riflettere sull’impatto dei cambiamenti climatici (sui diversi popoli, nda.) ci rendiamo immediatamente conto che qualcuno gode di privilegi che altri non hanno. Di conseguenza la metafora non regge più. Quel che è vero è che siamo tutti nella stessa tempesta. Spetta a noi decidere come vogliamo uscire da questa tempesta: con quali impegni, individuali o collettivi. Dobbiamo anche riscoprire il concetto di comunità, che è fondamentale per una vera e duratura transizione verso un futuro migliore.

Raccontando della tua esperienza alla COP27 hai parlato della sensazione che i delegati dei paesi ricchi e quelli dei paesi poveri fossero come treni che vanno a velocità diverse.

Questa è l’amara realtà. I problemi vanno veloci, dritti verso verso una destinazione. Noi arranchiamo, cercando di tamponare o di mettere cerotti qua e là. Però è anche vero quanto ha detto Luca Fraioli (giornalista de La Repubblica, tra i moderatori dell’evento, nda.): non possiamo risolvere una crisi con gli stessi mezzi che l’hanno prodotta. La crisi di una cultura che ne reprime un’altra; una voce che soffoca l’altra. Non è così che possiamo arrivare effettivamente a qualcosa di buono, ma accogliendo, convivendo nelle differenze; e cercando di mettere queste differenze al servizio di una collettività. Va da sé che gli accordi, frutto di intense attività diplomatiche, abbiano dei tempi che non sono necessariamente quelli della crisi; però da qualche parte dobbiamo “quagliare”. Quindi non possiamo addormentarci su questi accordi difficili da raggiungere.

Nei giorni della COP, si sente parlare principalmente di CO2, di riscaldamento globale, di scenari futuri. Con le tue attività, però, tu ci riporti al cospetto dei danni che già abbiamo fatto al pianeta: in primis l’inquinamento delle acque con il progetto “10 Rivers 1 Ocean”.

Dal 2019 navigo sui grandi sistemi fluviali, che contribuiscono a produrre l’80% dell’inquinamento degli oceani. È un dato che troppo spesso dimentichiamo: l’origine dell’inquinamento dei mari. Dopo tanti anni, dopo aver navigato sul Gange, sul Nilo, sul Fiume delle Perle in Cina e su altri fiumi, mi trovo in procinto di partire per l’ennesimo viaggio: navigherò il Mekong, tra il Laos e la Cambogia. Questa volta non viaggerò da solo: sarò accompagnato da mia moglie e dalle mie figlie di 11 e 13 anni. Una vera e propria avventura familiare con uno scopo duplice: da una parte sensibilizzare ancora di più e riscoprire i valori comuni che uniscono noi e gli altri popoli; dall’altra parte contribuire a fare crescere le nostre figlie, e in generale le nuove generazioni, con un’attenzione alla conoscenza attraverso l’esperienza. Questa è una cosa per cui mi batto molto da esploratore… da persona del fare: stiamo perdendo la capacità di comprendere. Sappiamo sempre più, e sappiamo anche fare tante cose; però abbiamo perso la capacità di comprendere. Perché la nostra conoscenza è acquisita attraverso l’assorbimento di informazioni, non attraverso l’esperienza. Questo è importantissimo: perché non possiamo prenderci cura di qualcosa che non conosciamo; e non possiamo conoscere qualcosa che non abbiamo frequentato, almeno un giorno nella nostra vita. Alla base di questo viaggio sul Mekong c’è proprio questo principio del “conservare”: prendersi cura di qualcosa che si conosce, e fare esperienza per conoscere il mondo.

Le tue figlie hanno voglia di fare, di sperimentare, di cambiare il mondo? Oppure, come ci capita a volte di constatare parlando con i giovani, provano anche una recondita paura delle responsabilità che gli stiamo lasciando?

Io e mia moglie cerchiamo di evitare il più possibile di utilizzare la leva della paura, dell’angoscia dell’ansia e dell’emergenza, perché ha dato dimostrazione di non essere la leva migliore. Cerchiamo invece di alimentare in loro il senso dello stupore, della meraviglia: la curiosità di scoprire le cose imperfette. Il mondo è pieno di cose imperfette ma anche di cose meravigliose. Dovremmo sintonizzarci con l’unicità, con la complessità, con la meraviglia del nostro pianeta, riscoprendole in un momento in cui sembra che meraviglia e stupore siano emozioni perse, perché tutto è stato già visto, scritto e vissuto. La meraviglia è un elemento che si è perso, ma che il viaggio può sollecitare a ritrovare. Cerchiamo di “allenare” le nostre figlie non tanto a ciò che devono fare ma a come devono pensare: a quale pensiero elaborare per raggiungere un futuro sostenibile. Il “fare” è conseguente a un nuovo pensiero che necessariamente dobbiamo elaborare; perché quello attuale ha prodotto Il problema. Dobbiamo trovare una soluzione che parta da principi diversi, prospettive diverse e mentalità diverse.

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