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Petretti: vietato dar da mangiare agli animali!

Pandemia, distanziamento sociale e belle giornate hanno portato molti a riscoprire parchi e aree naturali. Il rischio però è di mettere in pericolo animali ed ecosistemi attuando comportamenti nocivi come lasciar liberi i cani o alimentando volpi, cervi e altri selvatici. Francesco Petretti detta le regole per la sostenibilità delle gite fuori porta.

“Non c’è una linea netta tra l’animale uomo e il resto del regno animale. È una linea indistinta e lo sarà sempre.”

Questa è una citazione di Jane Goodall, la naturalista inglese divenuta celebre per gli studi e i documentari su scimpanzé e grandi primati. La frase vuole ovviamente ammonire a non mettere l’uomo al di sopra degli altri animali, ma anzi a vedere sé stesso come parte del tutto. Giusta considerazione in generale, ma a volte facciamo l’errore opposto, ovvero umanizzare troppo gli animali, cercando di immaginarne i bisogni e gli stati d’animo, e mettendo in atto comportamenti che possono minacciarli, anziché tutelarli.

Negli ultimi fine settimana, complici l’inizio della primavera, le belle giornate, e l’allentamento delle misure restrittive anti covid, si sono registrati grandi assembramenti negli spazi verdi: sia nelle città, sia nelle campagne, nei parchi naturali, nelle riserve, in montagna, sulle spiagge e nelle aree selvatiche in generale. A parte le considerazioni sanitarie, questo aumento di presenza umana dove di solito è sporadica può risultare nocivo per l’ambiente? Tutto dipende da come ci comportiamo quando andiamo in natura. Dovremmo considerare le aree verdi dove ci sono piante e animali selvatici, come i monumenti e i musei: possiamo entrare, guardare, contemplare, godere della bellezza e della salubrità dell’ambiente; ma non toccare, non prendere nulla, neanche i fiori, non avvicinare troppo gli animali e soprattutto non taccarli e non dare loro cibo. Del resto non andremmo mai ai Musei Vaticani con un pennello o uno scalpello per modificare un’opera o prendere un souvenir. I social invece, soprattutto in questo periodo di risveglio della natura, sono testimoni di continue interazioni con volpi, tartarughe, daini e cervi, e uccelli vari. Per non parlare di chi pretende di alimentare lupi e cinghiali.

C’è poi il tema del soccorso agli animali che, il più delle volte, sono trovati in difficoltà (vera o presunta) da persone comuni, non preparate per valutare la situazione e decidere se intervenire. Per avere un’idea della cosa abbiamo chiesto qualche dato al Centro Recupero Fauna Selvatica LIPU di Roma, dove i cittadini di Roma e provincia portano gli animali selvatici trovati feriti o in difficoltà. Parliamo di gabbiani, piccioni, cornacchie, ma anche di gufi, ricci, tartarughe, falchi e aquile, anfibi e serpenti. Ebbene, su quasi 6500 animali ricoverati nel 2020 in questa struttura, 476, poco più del 7% erano soccorsi non necessari. Come capire se intervenire è utile o dannoso?

Ne abbiamo parlato con Francesco Petretti, documentarista, biologo, docente di Biologia della Conservazione all’Università di Perugia, nell’intervista andata in onda su Radio Vaticana Italia nella rubrica di Earth Day Italia, all’interno del programma “Il mondo alla Radio”, condotta da Luca Collodi e Tiziana Tuccillo. Di seguito la versione integrale.

Da alcuni mesi la situazione del Covid19 crea restrizioni al tempo libero in città, e si assiste a un aumento delle gite fuori porta, verso parchi naturali, percorsi naturalistici e riserve che offrono aria buona, tranquillità, e soprattutto quel distanziamento sociale che ora è importante. Un’attrattiva di questi posti sono gli animali selvatici: le volpi, gli uccelli, i daini, le lepri e altri animali che in primavera sono in piena attività. Questo ritorno alla natura di moltissime persone non rischia di mettere in pericolo le aree più naturali e gli ecosistemi più fragili?

Questa, e quella precedente sono annate speciali. Abbiamo avuto una minore presenza degli uomini in campagna per le famose gite fuori porta, come la giornata di Pasquetta e il ponte della Liberazione. Il ponte del Primo Maggio sarà indubbiamente una giornata in cui si andrà in campagna. Sono giornate particolari, perché la natura all’improvviso vede lo spazio, boschi, prati, sponde di fiumi e di laghi, popolati di esseri umani. Dobbiamo ricordarci che esistono anche dei modi di comportarsi quando si va in natura. Per esempio rispettare le piante, rispettare i girini delle rane e e dei rospi, che sono quei piccoli esseri che sembrano pesciolini e che in realtà sono la fase larvale degli anfibi: animali sempre più rari e minacciati anche dai cambiamenti climatici. Questi animali si  sono riprodotti nei mesi scorsi approfittando anche del fatto che l’uomo non ha frequentato abitualmente alcune zone. Quindi andremo sullo sponde di fiumi e di laghi, vedremo queste piccole creature e dovremo rispettarle, perché sono comunque il frutto di un impegno di queste specie per sopravvivere e andare avanti. Poi ci sono gli animali che invece approfittano della presenza dell’uomo: ci sono delle specie molto adattabili.

Molto spesso le persone portano con sé anche il cane in queste gite nel verde. Anche per lui è un ritorno alla natura, come per noi. Possiamo lasciarlo tranquillamente libero ad esempio in un bosco, in montagna o su una spiaggia? Spesso si sente dire: è un animale, è un ambiente naturale, lasciamo libero, che cosa c’è di più naturale?

Ci sono due aspetti della stessa questione. Il cane che viene con noi è una nostra responsabilità, e questo non lo dimentichiamo mai, nei confronti degli altri utenti dello spazio verde dove ci troviamo, che magari possono non avere lo stesso piacere di avere un cane che gli viene vicino mentre sono sdraiati a prendere il sole, oppure in mano un panino per la merenda. Poi c’è la responsabilità nei confronti della natura: il cane è un cacciatore di natura. Perciò, quando sta in campagna, per quanto possa essere un cane da salotto abituato a crescere in un appartamento, comunque sente odori, percepisce rumori, vuole stanare la lepre, sente la tartaruga che si muove nella terra, e magari la afferra con i denti; sente il passaggio del cinghiale o del daino e quindi si mette al latrare. Tutti questi comportamenti turbano la routine e la vita degli animali selvatici. Quindi facciamo in modo che il nostro cane stia vicino a noi, e non vada ad accrescere le difficoltà della vita degli animali selvatici che sono già tante.  Inoltre teniamolo con noi perché il cane corre dei rischi, e questo è l’altro aspetto della questione. In questa stagione un cane rischia di essere morso da una vipera. Le vipere sono in piena attività: queste giornate di sole mettono questi rettili, che sono francamente pericolosi, in piena attività nuziale. Il muso del cane che si protende verso il serpente, che magari soffia per avvertimento, è un ottimo bersaglio per i denti di una vipera. Purtroppo essendo il tartufo, la punta del naso, molto irrorato di sangue diventa anche molto facile che questa inoculazione abbia delle serie conseguenze, e che il cane possa anche morire. Quindi teniamo i cani accanto a noi, per difendersi dalle vipere, dalle zecche e dagli altri parassiti che sono presenti perché parte del ciclo biologico. Quindi sappiamo che portare il cane con noi è un piacere per noi e per l’animale, ma non deve diventare un problema per gli altri, per gli animali selvatici e per il nostro cane stesso.

Le vorrai ora presentare una situazione critica che sta coinvolgendo le volpi, animali selvatici a tutti gli effetti nonostante assomiglino a un piccolo cane. In alcuni luoghi specifici, fuori ma anche dentro Roma, sono diventate dipendenti dal cibo che molte persone portano loro, ormai senza sosta in queste giornate di festa e di sole. Le persone. tra l’altro, vengono richiamate da un tam tam dei social, dove si vedono foto di persone che incontrano queste volpi, quasi le accarezzano e gli danno da mangiare. Sembra un gesto gentile innocuo in quel contesto dei social; ma che ripercussioni può avere per loro?

Io lo stigmatizzo. È un comportamento che va assolutamente evitato, per due motivi. Il primo è che non fa bene all’animale perché in ogni caso lo distoglie dal suo ciclo biologico e della sua posizione nella catena alimentare. La volpe caccia gatti e roditori; se si nutre di cibo che viene portato all’uomo smette di fare questa attività e il ciclo ecologico, la catena alimentare viene in qualche modo alterata. E non è detto che noi saremo sempre lì a darle da mangiare: magari verrà il giorno in cui questa volpe non sarà neanche in grado di andare a caccia e di provvedere ai propri cuccioli. Quindi non instauriamo abitudini che diventano fastidiose e pericolose per gli animali stessi. Inoltre gli animali selvatici sono buoni e cari, sono bellissimi, la vista di una volpe che si avvicina è qualcosa di emozionante; ma se questa volpe per prendere un panino o qualcosa dalle nostre mani; e poi, anche inavvertitamente o involontariamente, dà un morso a quel dito, a quella mano, magari di un bambino; e ci si preoccupa poi della rabbia o della leptospirosi e di altre malattie; ci si rende conto di che danno si farebbe a tutta la categoria degli animali selvatici? Un incidente di questo tipo ci riporterebbe indietro di decine di anni a un rapporto conflittuale con gli animali selvatici. Quindi questa volontà di aiutare gli animali, dando da mangiare con le mani alle volpi, si rischia un boomerang spaventoso per queste creature selvatiche. Lasciamole a distanza. Fotografiamole, osserviamole; ma non ci venga mai in mente di dargli un biscotto o un panino.

Questo immagino sia anche il motivo per cui bioparchi e negli zoo in generale ci sono cartelli che invitano a non alimentare gli animali. Lei è anche Presidente del Bioparco di Roma; questa regola è rispettata in generale? È a conoscenza di casi di animali che hanno avuto problemi per il cibo che viene lanciato loro?

Nel passato il Bioparco di Roma, che un tempo si chiamava Giardino Zoologico, era frequentato da persone che arrivano addirittura con delle grandi buste piene di avanzi di cibo di casa, convinti che gli animali avessero sempre bisogno di mangiare. Ovviamente animali facevano altro che mangiare quello che veniva portato: arrivavano le lasagne per gli orsi, carote e verdura per gli erbivori, la carne per i carnivori. Arrivava di tutto. Cucinato. Questo creava dei problemi gravissimi di salute, perché animali che hanno bisogno di una dieta bilanciata, e quindi di mangiare quello che il veterinario stabilisce per loro, non possono continuare a mangiare tutto il giorno quello che portiamo noi, magari condito e speziato con dei prodotti che possono anche essere nocivi. Per fortuna pian piano questa abitudine è scomparsa. Oggi nessuno si è azzarda più a dar da mangiare agli animali del Bioparco, come di altri parchi zoologici. È stato un grande salto culturale. Gli animali che vivono in queste condizioni hanno bisogno di una dieta studiata per le loro esigenze, in base alla specie, all’età, allo stato riproduttivo, alle caratteristiche, alla salute e altro. Interferire con una programmazione di medicina nutrizionistica sarebbe errore. Per fortuna questo oggi non avviene.

La primavera è anche il periodo più importante per il ritrovamento di animali feriti, portati poi dai cittadini nei centri di recupero. Nel Bioparco di Roma ce n’è uno gestito dalla LIPU. Come ci dobbiamo comportare in questi casi, di fronte per esempio a uccellino a terra, una tartaruga marina su una spiaggia, o un riccio su una strada? Come possiamo capire se hanno veramente bisogno di aiuto?

Partiamo dal presupposto che non abbia bisogno di aiuto; quindi rivoltiamo l’atteggiamento. Invece di convincerci di essere dei salvatori, supponiamo che l’animale stia per fatti suoi: che stia semplicemente aspettando che il genitore torni; oppure stia facendo la sua camminata; oppure che ci siano lì vicino i suoi genitori che si prendono cura di lui e lo sorvegliano. Se siamo certi di non trovarci in una situazione di questo tipo, per cui l’animale è palesemente, evidentemente abbandonato, ha perso contatti con i genitori, sta in una situazione di rischio oggettivo, allora interveniamo per salvarlo. Mettiamolo in una piccola scatola di cartone (perché meno si muove meglio è) chiusa e con dei buchi per l’aria. Poi trasportiamolo verso uno dei centri di recupero. Quello della LIPU al Bioparco di Roma è una delle tante di queste strutture che ci sono in Italia. Va bene quindi prendere un animale, ma teniamo presente che l’uccellino che sembra abbandonato, in realtà sta facendo i primi voli e sa che mamma e papà stanno lì accanto a controllare e ad aspettare che noi ce ne andiamo. Quindi andiamo via. Magari mettiamoci a distanza e vediamo che cosa succede, per capire se effettivamente siamo di fronte a un giovane indipendente che fa i primi voli o a un animale che ha perso contatto con i genitori.

In definitiva, quali sono le regole per andare in natura ed essere sicuri di non creare danni, magari inconsapevolmente, per ignoranza o per poca conoscenza?

Partiamo dal presupposto che c’è un ordine governa le cose: nell’acqua ci sono gli insetti; i fiori non sono fioriti per noi, ma per il bene della fauna; se prendiamo gli asparagi, abbiamo l’accortezza di lasciare che la pianta possa comunque svilupparsi (senza eradicarla, nda.) perché altrimenti la cancelliamo del tutto. Quindi siamo rispettosi: mettiamo un filtro di sensibilità e di rispetto in ogni nostro comportamento; anche nello stendere un telo su un prato: vediamo che cosa c’è sotto sotto questo telo. Non andiamo a tappare le tane dei grilli, o a cancellare una fioritura di viole che hanno impiegato un anno intero per fiorire proprio in quel punto. Se vediamo qualcuno che sta sulla scogliera a pescare e a catturare granchi, ricci e stelle di mare o pesciolini… beh, credo sia molto più bello il passatempo di osservarli, senza prenderli, portarli via o addirittura farli morire.

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