Andrea Bonifazi
Ecosistema Interviste

Bestiario social

Il ragno violino, le meduse inseguitrici, le vipere cadute dal cielo, l’inutilità delle zanzare. Quali sono le dinamiche sociali e i motivi alla base del dilagare di fake news e disinformazione nel mondo degli animali? Perché la maggior parte di noi ucciderebbe senza remore un serpente, ma non è disposto a controllare che il proprio cane o il gatto uccida la piccola fauna? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Bonifazi, naturalista, ecologo e curatore dei profili social “Scienze Naturali”.

Ho incontrato Andrea Bonifazi in un giardino pubblico di Roma. Naturalista ed ecologo, Bonifazi cura “Scienze Naturali” una pagina Facebook e un profilo Instagram seguitissimi, dediti all’informazione scientifica, soprattutto sul mondo degli animali. La natura, le forme, i comportamenti di insetti, ragni, e in generale animali marini e terrestri, sono i temi usuali dei post scritti in un linguaggio di facile comprensione, a volte scherzoso, ma sempre orientato ad informare correttamente i lettori. Dalla frequentazione dei suoi social, ma soprattutto dalle discussioni che non di rado si accendono intorno ad argomenti controversi, emerge come sia difficile per gli esperti di questa disciplina, infrangere la muraglia dell’analfabetismo scientifico conclamato nel nostro paese; e come sia arduo difendere il diritto all’esistenza di insetti, serpenti e ragni, in una società dominata da una specie di cui la maggior parte degli individui preferisce disinteressarsi del mondo naturale, concedendo simpatia e cure, al massimo, ad altre due o tre specie che ha addomesticato.

Intorno a noi, durante l’intervista: parrocchetti (i pappagalli verdi ormai diffusissimi a Roma), cornacchie, gabbiani e chissà quante piante e insetti che pochi di noi riuscirebbero a riconoscere. Della grande varietà di animali che vive anche in ambienti urbani di solito le persone sanno poco o nulla. In compenso abbondano dicerie, falsità, allarmismi e assurdità che, in alcuni casi, possono mettere in pericolo alcune specie innocue o favorirne altre dannose. Nella lunga intervista che segue abbiamo cercato di capire le dinamiche sociali che portano l’uomo ad essere tanto ignaro, disinformato, distaccato e insensibile circa la vita e il destino degli altri animali.

 

 

Qual è il pregiudizio scientifico più radicato nella nostra società? Su quali conoscenze naturalistiche la gente è più carente, in generale?

La gente purtroppo è molto carente per svariati motivi, che possono essere la scuola o un background che porta a guardare più che altro agli aspetti sensazionalistici della natura, interessandosi poco alla realtà. Ci piace vedere la natura in maniera soggettiva, senza coglierne gli aspetti concreti. Quando faccio divulgazione cerco di togliere questo “velo di Maya” schopenhaueriano: questa finta realtà naturalistica che abbiamo davanti. Cerco di “sbanalizzare” il banale: di far conoscere certi comportamenti, certe specie, certi animali particolari che consideriamo banali, semplicemente perché non li conosciamo, e quindi li vediamo in maniera estremamente soggettiva, senza soffermarci sulla loro reale oggettività. L’esempio è il concetto finalistico che la gente attribuisce alla Natura, per cui un animale, una specie, una pianta, esistono solo per un fine che deve essere relazionato all’essere umano. Una visione finalistica e soprattutto molto antropocentrica. Capita spesso che mi si dica: “Mi piacciono tutti gli animali; ma le zanzare, le cimici, i ragni, a che cosa servono?” Scherzosamente rispondo sempre: “Tu ed io, a che cosa serviamo?” Una specie non esiste per servire a noi. Un telefonino o un’automobile esistono perché ci servono; ma una specie esiste perché “deve” esistere: perché fa in modo di continuare a sopravvivere. La zanzara per noi sicuramente non è particolarmente piacevole; ma a livello ecologico è alla base di tante catene alimentari. In un certo senso è importante anche perché vettore di malattie. La malattia in natura è importante: riduce determinate densità di popolazione. La morte è semplicemente l’altra faccia della vita; perciò, in questo contesto, una malattia è presa in considerazione come un fattore importante; magari non positivo per il singolo ma positivo a livello ecologico.

Questa visione “velata” nasce forse anche dal fatto che sia i divulgatori sia i media, magari pensando di far bene, sottolineano la funzione ecologica di un animale relativamente agli uomini: per esempio quando si vuol parlare bene dei serpenti si dice che sono utili per mantenere sotto controllo la popolazione dei roditori; e dei pipistrelli si dice che mangiano molte zanzare. Anche da questo nasce forse la domanda “a che serve la zanzara?”

Sicuramente. In ogni caso, quando si parla di funzione o di ruolo, bisogna scindere il ruolo ecosistemico dall’utilità nei confronti dell’essere umano. Il “ruolo ecosistemico” è un concetto che esiste in ecologia. Ad esempio la posidonia oceanica (che spesso è chiamata alga anche se è una pianta) ha vari ruoli ecosistemici: tende a compattare il substrato, e a fungere da area di nursery per molti animali che vanno a riprodursi in queste praterie. Se io dicessi che la posidonia serve perché a me piace andarci a nuotare per guardare che cosa c’è sotto, non sarebbe un ruolo ecosistemico ma una funzione soggettiva rispetto all’essere umano, una visione antropocentrica. Sono due concetti separati. I serpenti che mangiano i roditori o i pipistrelli che mangiano le zanzare sono sicuramente due concetti importanti per far capire che, anche nei confronti dell’essere umano, animali con molti stereotipi hanno effetti positivi; però, dal parlare di effetto positivo, al dire che un animale serve perché mangia le zanzare, chiaramente ce n’è corre.

Scorrendo la bacheca della sua pagina Facebook ci si accorge che periodicamente ritornano dei post per spiegare concetti già chiariti in precedenza; o per sfatare dei miti o delle fake news che periodicamente vengono ritirate fuori. La rete è magmatica e quindi tornano su tante cose. Qual è la fake news che torna sempre: ogni estate, ogni inverno, ogni periodo particolarmente legato alla presenza di un animale o all’insorgenza di un problema?

Molto spesso, scherzando, parlo di un “calendario delle fake news”; perché da gennaio in poi, ogni mese è ben scandito con delle bufale che tornano periodicamente; semplicemente perché determinati animali iniziano a diventare più numerosi in un certo periodo dell’anno. Con l’inizio della primavera, e poi con

Calabrone europeo – Foto Andrea Bonifazi

l’esplosione dell’estate, le fake news abbondano; e chiaramente corrispondono a specie abbastanza comuni, perché non avrebbe senso creare una fake news sensazionalistica su qualcosa che è molto difficile da vedere. Per il solito gioco del click facile o del like bisogna puntare su qualcosa che è facile da reperire. In questo periodo dell’anno la bufala che torna sempre e quella dei fantomatici avvistamenti del calabrone asiatico gigante: la Vespa mandarinia. Questo insetto in Italia e in Europa non c’è. Nonostante io e tanti colleghi divulgatori, cerchiamo di far capire che questa specie non è mai stata segnalata o osservata da nessun entomologo o ecologo, non solo in Italia ma in tutta Europa, moltissimi giornalisti e siti di “disinformazione” tendono a puntare su questi fantomatici avvistamenti, affidandosi solamente alle osservazioni del cittadino, e molto raramente a chi è del settore. Il cittadino che dice di aver trovato un calabrone di 5cm, automaticamente viene considerato come una fonte autorevole, semplicemente perché si sa che crea allarmismo o comunque interesse su quella notizia. Ci sono alcune specie che possono essere confuse con il calabrone gigante asiatico: ad esempio la Vespa crabro, il calabrone europeo. In questo periodo è molto comune. È una specie effettivamente abbastanza grande, sui 2,5/3 cm. In linea di massima le dimensioni reali non corrispondono alle dimensioni percepite: ci

Vespa mammuth – Foto Andrea Bonifazi

si vede davanti una vespa di modeste dimensioni, che può creare un po’ di timore, e viene misurata in quelli che qualcuno definisce “paurimetri”. Quindi 2,5cm magari diventano 6 “paurimetri”. Se diciamo di aver visto una vespa di 6cm siamo portati ad associarla appunto a questo calabrone gigante. Una specie che può essere confusa con il calabrone europeo è la Vespa velutina (volgarmente: calabrone asiatico, nda.), questa effettivamente di origine asiatica. È grande più o meno quanto un calabrone europeo, quindi difficilmente può essere confusa con Vespa mandarinia che è ben più grande. È una specie alloctona che si sta diffondendo in Italia; ma per fortuna ancora non è molto abbondante. È ben nota soprattutto gli apicoltori perché può creare danni all’ape nostrana (Apis mellifera). Altra specie che in taluni casi può essere confusa col calabrone gigante asiatico, giusto per le sue dimensioni, è Megascolia maculata flavifrons (volgarmente: vespa mammuth, nda.); le sue femmine sono effettivamente molto grosse; non sono aggressive ma possono creare panico in chi non le conosce. Per altro è una specie molto bella: con il corpo nero e il capo perfettamente arancione. Purtroppo si cavalca la scarsa conoscenza della gente sull’entomologia; scarsa conoscenza ovviamente legittima: non siamo tuttologi. Proprio per questo però sarebbe preferibile rivolgersi a chi conosce l’argomento. Questa è una piaga che abbiamo anche in ambito medico: si veda la disinformazione fatta intorno al Covid-19 o ad argomenti del genere.

Spesso, a commento dei post che vogliono fare divulgazione scientifica, soprattutto su certe categorie di animali a cui siamo più legati sentimentalmente, si scatenano i cosiddetti “flame”: discussioni molto accese, fino ad arrivare all’insulto. Di solito succede con i cani e i gatti. Quali sono le polemiche più legate a questi animali domestici, e quali i commenti che più la fanno infuriare?

Per fortuna ormai ho raggiunto “lo zen”: mi sono abituato a questi flame e anche gli insulti. In casi estremi ricorro al ban: quindi cancello o elimino dalla pagina chi crea questi problemi. Ciò che mi fa più infuriare, più che il commento di per sé, è l’ignoranza su un dato argomento: il farsi portavoce di un argomento che non si conosce, o magari solo per sentito dire o, ancora peggio, solo per esperienza personale. L’argomento che crea più problemi è il gatto: genera flame anche molto marcati. È stato dimostrato scientificamente da numerosi articoli che il gatto domestico lasciato libero in natura può essere un problema, perché uccidere la fauna autoctona e crea quindi un danno alla biodiversità. Può uccidere semplicemente per divertimento, e non per necessità, il passerotto, la lucertola, il serpente. Nella concezione comune questo viene visto quasi come una cosa positiva, un gioco. Si dice: “Il gattino mi ha portato il regalo; mi ha fatto pure un po’ schifo; l’ho buttato, ma che ci si può fare?” Devi tenere chiuso in casa il gatto, o comunque deve essere controllato il suo impatto sulla natura. È un problema perché il gatto non è più un predatore per natura: uccide per istinto, ma semplicemente per giocare. Si potrebbe evitare magari comprando un giocattolino ad hoc. Ma la gente purtroppo guarda il suo orticello e non si cura di questo impatto: pensa solamente al suo gatto e dice: “Uccide solo 7-8 lucertole l’anno, che vuoi che sia?” Ovviamente questo danno dev’essere moltiplicato per tutti i gatti (in Italia sono stimati 2,6 milioni di gatti randagi o vaganti, nda.).  Anch’io adoro i gatti, i miei genitori ne hanno quattro gatti, quindi non ho assolutamente nulla contro di loro; il problema è la disinformazione su questo argomento. Bisognerebbe essere consapevoli che i nostri gesti, anche nei confronti del gatto, sono un problema. Molti flame sono alimentati dal cosiddetto “benaltrismo”; tanti mi dicono: “Tu pensi ai gatti ma non guardi all’industria che inquina, all’inquinamento in mare, alle petroliere”. Il trattare un problema non elimina tutti gli altri. Se parlo dell’inquinamento in mare non significa che i gatti non siano più un problema. Sono tante carte di un mazzo, alcune sicuramente più impattanti di altre. Spesso chi difende i gatti mi accusa di non guardare ai problemi creati dall’uomo; ma il gatto domestico è effettivamente un problema creato dall’uomo: se ho un gatto in casa, lo nutro con i croccantini e l’umido, e poi lui va in giardino e uccide passerotti, lucertole e serpenti, è un problema dipendente da me. Se mettessi delle reti che impediscano a questi animali di arrivare sul balcone o in giardino, o se cercassi di tenere il gatto in casa limiterei il problema.

È corretto parlare di animali nocivi in qualche caso? È ancora corretta questa parola, che veniva usata più spesso in passato, ad esempio per i lupi e i rapaci? Un naturalista, o un discorso scientificamente fondato può utilizzare la parola “nocivo” associata a un animale selvatico o a un insetto?

Potremmo utilizzare il termine “nocivo” per parlare di specie alloctone o aliene: specie che non dovrebbero essere presenti nel nostro ambiente ma che, a causa nostra, sono state importate. In questo caso possono essere effettivamente nocive e avere un impatto negativo sulla fauna e sulla flora nostrana. Si può definire nocivo ciò che va a impattare negativamente sulla biodiversità. La nutria (originaria del continente americano, nda.) è una specie aliena sempre più abbondante. Da noi non ha predatori naturali quindi ha modo di proliferare senza problemi, ed ha un certo impatto sull’ambiente. C’è anche il famoso punteruolo rosso, quell’insetto ben noto perché uccide le palme. In questo caso però bisognerebbe trattare l’argomento con i guanti: è vero che il punteruolo rosso è molto nocivo per le palme, ma bisogna dire che attacca quasi sempre piante a loro volta alloctone. È stato dimostrato che in alcuni casi si è nutrito anche di palme nostrane: della sempre più rara palma nana; ma sono casi molto sporadici: quasi sempre attacca altre specie alloctone. Quindi in questo caso è una “guerra tra alieni”. In generale non tutte le specie aliene sono necessariamente nocive allo stesso livello: alcune occupano nicchie ecologiche vuote, altre invece possono entrare in competizione, molto spesso vincente, con specie locali per la stessa nicchia ecologica o trofica.

Lei a volte mette anche a dura prova la dedizione dei suoi lettori e follower: ho letto dei post che parlano di zecche, zanzare e pulci come animali “da ammirare” e “macchine perfette”. Queste affermazioni sono anche corroborate da immagini, effettivamente molto belle, riprese al microscopio: dettagli di zampe, occhi, antenne. Le immagini sono belle, però definire l’animale “macchina perfetta” o “da ammirare” rompe un tabù. Le do la possibilità di avallare questa vena poetica della pagina.

Calabrone europeo – Foto Andrea Bonifazi

È vero che è molto complicato. A volte lo faccio per vedere la reazione della gente. Quando parlo di macchina perfette ovviamente mi riferisco all’ambito ecologico. Penso alla zanzara che ha evoluto quell’apparato boccale per poter succhiare il sangue e trarre le sostanze utili a far maturare le sue uova. Anche la zecca ha evoluto una bocca complicatissima. Se guardate le foto al microscopio della bocca di una zanzara o di una zecca, osserverete qualcosa di spettacolare… o di orrendo, a seconda dei punti di vista; comunque qualcosa di stranissimo e veramente complesso. Per deformazione personale, occupandomi per lavoro per lo più di vermi, ho un gusto un po’ particolare. Però se togliessimo quella nube di stereotipi che abbiamo su alcuni animali, osservandoli con occhi oggettivi e pensiero critico di ambito ecologico, potremmo vedere dei caratteri, delle strutture e degli adattamenti molto affascinanti.

Anche qui gioca un ruolo importante la conoscenza: spiegare queste cose, far vedere questi dettagli. Nella sua esperienza funziona? Il lettore, il follower, cambiano idea? Provano meno ribrezzo e repulsione?

Sì, per fortuna ho avuto moltissimi riscontri positivi. Tantissime persone mi hanno scritto che prima odiavano, ad esempio, i ragni: il fil rouge che accomuna la maggior parte delle fobie di ambito naturalistico. Molti mi hanno scritto li odiavano e, dopo aver visto delle foto, e aver letto la spiegazione di alcuni comportamenti, hanno iniziato ad apprezzarli molto di più, ad osservarli e ad avvicinarsi. Ho lavorato anche con i bambini, portandoli in escursione. Ricordo una bambina che all’inizio di un’escursione nella riserva romana dell’Insugherata, aveva il terrore di qualsiasi cosa. Era evidente che fosse cresciuta in una campana di vetro: “non ti sporcare le mani”, “stai attenta a non toccare quella cosa”… Qualsiasi movimento o frusciare nell’erba creava un timore enorme. Ho cercato di spiegarle che quell’animale fa così ma non è pericoloso; quell’altro ha sviluppato quell’adattamento perché gli serve per fare quella cosa, e così via. Dopo un’ora e mezza di escursione la bambina ha preso un piccolo coleottero, ovviamente innocuo, e se lo è fatto camminare in faccia; quindi è passata da un estremo all’altro nell’arco di un’ora, semplicemente perché ho cercato di fargli capire che i suoi preconcetti erano infondati.

È più facile con i bambini che con gli adulti?

Sì, sicuramente.

Abbiamo parlato di bufale, ma ci sono anche dei luoghi comuni sul mondo della natura. Vediamo se sono cose vere o no. “Le vipere lanciate dagli elicotteri”. È mai successo da qualche parte?

Assolutamente no. Questa è una fake news che si è sviluppata dalla Francia, intorno agli anni 90 ed è arrivata anche nel nord Italia, in Piemonte. Non ho mai capito il motivo, ma qualcuno ha inventato questa cosa, e c’è ancora chi è convinto che le vipere siano soggette di ripopolamento tramite lancio degli elicotteri. C’è chi giura di aver trovato sacchetti pieni di vipere sui rami degli alberi.

Che cosa succede a una vipera se viene lanciata da un elicottero?

Si spacca tutto, immagino. Quindi non può esistere nella realtà; però la gente crede a questa cosa talmente surreale.

“Ci sono dei serpenti che vanno a succhiare il latte dalle mammelle delle mucche”. Vengono chiamati “pastura vacche” dai contadini che giurano di averli visti.

I contadini spesso giurano di aver visto tante cose. Vorrei essere contadino perché potrei osservare la natura sotto altri punti di vista. Spesso purtroppo queste cose sono irreali, come appunto la vipera che si abbevera alle mammelle delle vacche. Insomma, non è assolutamente vero neanche questo.

Ma i serpenti amano il latte?

Non mi risulta.

“I gabbiani di Roma sono cresciuti negli ultimi anni”: prima erano piccoli, e adesso che mangiano tanto hanno messo su “massa muscolare”, hanno il becco più grande e sono diventati più cattivi,

I gabbiani culturisti… Ovviamente anche questo non è vero. Semplicemente ora sono sicuramente più numerosi. Da bambino non ne ricordo così tanti dentro la città. Ora sono più presenti perché si sono abituati a rovistare nella spazzatura, come le cornacchie. Sono uccelli di grosse dimensioni, quindi possono suscitare un po’ di timore, ma sicuramente non sono cresciuti. Se andiamo sul litorale laziale (da dove provengono i gabbiani di Roma, nda.) vediamo almeno due specie diverse di gabbiani: una è il “piccolo” gabbiano comune, che però non è cresciuta fino a diventare il Larus michahellis, il gabbiano reale zampe gialle, effettivamente è più abbondante in città.

Nella mia esperienza vengono chiamati “calabroni” quelli che calabroni non sono: quegli insetti neri o dai riflessi metallici blu e verdi. Sono pericolosi? Pungono?

Ape legnaiola – Foto Andrea Bonifazi

Quelli in realtà non sono calabroni: con loro condividono solamente l’ordine degli imenotteri. In realtà sono apoidei, ovvero api. L’insetto descritto è la Xylocopa violacea, o comunque varie specie appartenenti al genere xylocopa. Sono comunemente dette api legnaiole, perché scavano gallerie nel legno marcescente per deporre le uova e far sviluppare le larve. Non sono pericolose o aggressive. Sono effettivamente di discrete dimensioni, quindi possono creare un po’ di timore; soprattutto perché, appunto, sono note come “calabroni”: per associazione di idee il calabrone è qualcosa di pericoloso, quindi automaticamente anche questi insetti lo sono. Fra l’altro sono ottimi impollinatori quindi bisognerebbe lasciarli stare. I calabroni stessi hanno ruolo di impollinatori, anche se non quanto le api o l’ape legnaiola.

Uno dei protagonisti delle fake news della rete, di Facebook, di Instagram, è il ragno violino, per la cui presenza ogni tanto viene dato l’allarme. Ho cercato “ragno violino” sui motori di ricerca: bene o male escono delle pagine certificate, ma nella sezione “notizie” può uscire in effetti qualunque cosa. Verifichiamo se sono vere alcune notizie che ho trovato: “il suo morso può sciogliere i tessuti umani”; “è la variante più rara e pericolosa della vedova nera”; “il suo morso si riconosce da due fori e una specie di bersaglio”; “è il ragno più pericoloso d’Italia”; su una articolo è elencato “fra i 13 insetti più pericolosi del mondo”. Un ospedale nel nord lo presenta come “estremamente pericoloso”.  Che cosa è vero e cosa è falso?

Ragno violino – Foto Andrea Bonifazi

Il ragno violino, Loxosceles rufescens, è parente del ragno violino americano, Loxosceles reclusa, quest’ultimo molto più pericoloso. È un ragno molto comune nelle nostre abitazioni e può essere confuso con altre specie perché non ha una colorazione appariscente: è beige, rossiccio, grigiastro; comunque un colore non appariscente. Viene chiamato così perché all’altezza del “capo” ha una macchia che con un po’ di fantasia ricorda un violino. Non è l’unica specie ad avere quella macchia, quindi anche questo può indurre in confusione. Ciò che più induce in confusione soprattutto è la sezione notizie, perché scrivendo “ragno violino” usciranno almeno una dozzina di specie differenti. Mi è capitato di leggere notizie sul ragno violino in cui veniva riportata la foto di una specie australiana. Un’altra addirittura riportava la foto di uno scytodes, il cosiddetto ragno sputatore, anch’esso comune nelle nostre case, che in realtà è il predatore del ragno violino. Quindi si è creato allarmismo su questo ragno, con le persone indotte ad uccidere il predatore del ragno violino: una cosa imbarazzante. Il ragno violino è comune soprattutto nelle case di campagna: di sera è abbastanza facile da osservare. Non è un ragno aggressivo e non tende a morderci.

Se è comune ci saranno decine, centinaia di casi all’anno di morti o di ricoveri causati dal ragno violino.

Se fosse come viene descritto dai media sicuramente farebbe delle stragi ogni anno. Invece è diventato celebre il caso di una signora che, un paio di anni fa, è morta per quello che si pensava il morso di un ragno violino, che poi non è stata neanche certificato. Ma è successo “una” volta per una reazione a questo veleno che comunque è una cosa rarissima. È più facile morire per il morso di un cane. Non essendo aggressivo non è pericoloso come dicono. Ovviamente non dobbiamo maneggiarlo perché il suo morso effettivamente può avere delle ripercussioni: è un veleno necrotizzante, quindi laddove morde nei casi più estremi può sciogliere i tessuti intorno. Non è sicuramente una cosa piacevole. Se abbiamo il dubbio non dobbiamo prendere il ragno, maneggiarlo, costringerlo, indurlo a morderci perché effettivamente il morso può essere pericoloso. Basta lasciarlo in pace.

È la variante più rara della vedova nera?

Questa frase mi fa trasalire. Innanzitutto “variante” non ha alcun senso in ambito naturalistico. si può parlare di varietà per le piante. Non ha nulla a che fare con la vedova nera: Latrodectus tredecimguttatus è un’altra specie, di un’altra famiglia: theridiidae. “Il morso si riconosce da due fori e una sorta di bersaglio”, riportava un’altra notizia: in realtà non c’è una legge assoluta; quando si ha un dubbio è meglio andare da uno specialista. Soltanto e il foro possono dire poco: ci possono essere più morsi che hanno lo stesso effetto sulla nostra epidermide.

Si può dire che la cosa migliore sarebbe fare una foto di chi ci ha morso? O se è stato ucciso o catturato, portarlo a chi lo può riconoscere?

Assolutamente, al 100%. Spesso però, anche se andiamo in ospedale con l’esemplare, è difficile che sia presente uno specialista che riconosca il ragno. Quindi sarebbe bene richiedere l’ausilio di qualcuno del settore, non nell’ambito medico. Il medico va bene ovviamente per curare l’eventuale morso. Un articolo dice che è tra i 13 insetti più pericolosi del mondo… Innanzitutto un ragno non è un insetto ma un aracnide. Stiamo parlando di cose ben differenti: classi ben differenti. I ragni hanno otto zampe, gli insetti sei, tra le tante caratteristiche che li possono distinguere. Comunque non esiste una classifica: questo è tipico dei documentari sensazionalistici di alcuni canali che fanno programmi tipo: “Chi è più pericoloso tra il calabrone e lo scorpione?” È qualcosa che attira like, ma non esiste un “pericolosometro” che ci dice che uno sia più pericoloso di un altro. Ci sono tantissimi fattori che possono determinare la pericolosità di un animale, e l’impatto che può avere sulla nostra salute. Queste affermazioni fano un po’ sorridere e un po’ arrabbiare, se pensiamo che c’è chi scrive queste cose creando allarmismo.

Passiamo a un’altra categoria “evergreen” dell’allarmismo: i serpenti.  Molte persone sostengono che incontrandoli, nel dubbio, sia meglio ucciderli; perché magari dopo di noi potrebbe incontrare il nostro cane o, peggio, un bambino.  Che cosa si può dire sui serpenti? Ovviamente restando sempre in territorio italiano?

Innanzitutto i serpenti fanno parte della fauna autoctona protetta ed ucciderli è un reato; tranne in casi estremi di vita o di morte, come trovare una vipera nella culla di un bambino. Purtroppo c’è tanta gente che va a fare trekking o una passeggiata in natura e, se vede un serpente lo schiaccia. Quello è un reato, oltre ad essere un atto molto stupido e molto ingiusto. Molto spesso i serpenti che vediamo non sono vipere (gli unici serpenti italiani con veleno tossico per l’uomo, nda.). Quelle che vengono erroneamente identificate come vipere sono per lo più bisce, la natrice dal collare, o biacchi, o saettoni; insomma varie specie che la gente tende a confondere con la vipera perché non conosce abbastanza i serpenti e la fauna che ci circonda. Ci sono varie caratteristiche per riconoscere le vipere: hanno un corpo molto più tozzo e una coda più fine e breve; hanno la testa triangolare (sebbene anche alcune bisce hanno la testa triangolare, quindi non è un dato assoluto); hanno la pupilla verticale. Quando cerco di spiegare che hanno queste caratteristiche per cui è facile identificarli molto spesso il contraddittorio è: “Non conosco i serpenti. Non posso andare a vedere se ha la pupilla verticale”. Io non chiedo di andare

a guardare: se hai il dubbio sbatti i piedi per terra, crea un po’ di rumore e di vibrazioni, e il serpente se ne va. Per il serpente è uno stress morderci. Non ci morde perché gli siamo antipatici, perché ci vuole mangiare, o chissà per quale strano motivo. Morde perché si sente minacciato. Quindi se lo rincorriamo col bastone quello si può girare e morderci; ma basterebbe lasciarlo nel suo ambiente. Ripeto: nella stragrande maggioranza dei casi non si tratta di vivere ma di altre specie. In ogni caso anche la vipera è protetta, quindi non dobbiamo ucciderla.

Abbiamo parlato di animali terrestri e volatili. Lei però lavora principalmente come ricercatore in mare. C’è qualche mito balneare da sfatare, visto che stiamo entrando nel pieno dell’estate?

Sul calendario delle fake news, in questo periodo iniziano a fioccare le notizie sulle meduse. Proprio oggi letto una notizia che mi ha fatto rabbrividire: “Terrore in spiaggia: è stata avvistata una medusa gigante”, con la foto di questa povera medusa buttata sulla spiaggia.  In realtà era un esemplare di Rhizostoma pulmo, il classico polmone di mare, la medusa di grosse dimensioni, bianca con il margine blu. Molto bella. In realtà tra le specie di meduse meno urticanti, quindi assolutamente non pericolosa per noi.  C’è il mito per cui le meduse siano terribilmente pericolose o che ci inseguono in mare per pungerci. Ovviamente è una stupidaggine. Basterebbe conoscere un minimo di etologia di questi animali. Le meduse fanno parte del plancton, che non è costituito solo dai piccoli animaletti che conosciamo perché vengono mangiati dalle balene. Il plancton annovera tutti gli animali che non riescono a nuotare attivamente e vengono trasportati dalle onde, dalle mare e dalle correnti. Se c’è un po’ di corrente la medusa la segue; quindi se la vediamo venire verso di noi non è perché ci vuole attaccare per qualche strano motivo; ma perché la corrente sta venendo verso di noi. Basterebbe uscire dall’acqua, o andare controcorrente, per evitare di farsi pungere.  In ogni caso le specie nostrane non sono così pericolose come vengono descritte dai media.

Dando per scontato un analfabetismo scientifico strisciante, riconosciuto anche dalle statistiche, secondo lei la colpa è dei programmi scolastici, che danno poco spazio al mondo animale? O delle fake news, che fanno nascere problemi dove non ci sono e poi la forza della rete li diffonde molto più di quanto la scuola o la scienza possano parare? Oppure c’è un fattore di pigrizia mentale di chi legge o ascolta una notizia e, piuttosto che approfondire, la prende per verosimile e la diffonde?

Diciamo che è un concorso di colpe. Sicuramente la scuola non forma adeguatamente su questi argomenti. Recentemente, ai miei profili social hanno inviato foto di pagine di libri di scienze delle scuole elementari con degli strafalcioni tremendi, imbarazzanti; fanno veramente arrossire. Ad esempio parlano di anellidi, lombrichi, e mettono foto di bruchi, che a livello zoologico sono completamente differenti.  Sicuramente ai più piccoli non viene data un’impostazione davvero formativa. La colpa principale però è delle fake news; di come queste vengono rimbalzate sui social; della cassa di risonanza sia dei social sia delle televisioni. Come ho già detto, se si riesce a creare allarmismo e sensazionalismo, è più facile che la gente vada a cliccare e a leggere una certa notizia; quindi c’è più navigazione sul sito e un ritorno economico più positivo, rispetto a quello che si otterrebbe cercando di stigmatizzare e ridurre l’impatto di certe notizie, semplicemente spiegando la realtà dei fatti, senza enfatizzare all’estremo. Sicuramente c’è anche la pigrizia della gente a cui non interessa informarsi. “Non sono erpetologo. Non devo conoscere i serpenti. Non sono aracnologo: che mi interessa di conoscere i ragni? Non sono entomologo: perché devo saper distinguere un insetto da un altro?” La gente molto stesso parte da questi presupposti. Non si informa e quindi agisce al buio: “Per me quell’animale poteva essere pericoloso perché ho il bambino, il cane, il gatto, il criceto che potevano essere morsi. Quindi lo uccido.” Questa poi è la base poi delle fake news: un approccio estremamente superficiale a questi argomenti. E poi c’è  anche il benaltrismo di cui abbiamo parlato: “Perché devo pensare a tutelare un serpente quando ci sono i pescatori giapponesi che cacciano le balene?”, come se una cosa escludesse l’altra.

Vorrei ribaltare la questione. In alcuni commenti emerge che la figura dell’educatore, del divulgatore, dello scienziato che si mette a spiegare queste dinamiche a una platea social, viene a volte stigmatizzata con frasi tipo: “Il solito professorino che si mette in cattedra. Ci viene a spiegare la vita quando ne abbiamo esperienza”: una risposta tipica nel caso dei gatti. Però vorrei sfatare questa che, in un certo modo, è una fake news, con un’altra particolarità trovata sulla sua pagina: quando i naturalisti si mettono a fare i giocherelloni. Ad esempio nel dare dei nomi scientifici improbabili alle loro scoperte. Ho letto che fra i suoi sogni, comuni a tutti i naturalisti, c’è la scoperta di una nuova specie. Non le chiedo quale nome darebbe, ma ci sono stati casi in cui sono stati scelte nomenclature veramente assurde o improbabili, che mettono in dubbio la serietà e l’aplomb del ricercatore.

In anteprima posso dire che finalmente il sogno è stato coronato: io e dei miei colleghi abbiamo scoperto una nuova specie. L’articolo uscirà a breve. Non faccio spoiler ma il nome è “tranquillo”, siamo stati molto pacati in questa scelta. Io adoro la tassonomia: quelle regole che dettano la scelta dei nomi scientifici degli animali. È qualcosa di fantastico. Sono tutti quei nomi scientifici di origine latina e greca che sembrano complicatissimi, ma in realtà sono dovuti a delle regole precise. Spesso capita che alcuni naturalisti facciano i giocherelloni, e quindi diano dei nomi particolari.

Per chiarire, la tassonomia è quella per cui il gatto di chiama Felis catus: un nome di genere e uno di specie

Esattamente. Noi siamo Homo sapiens.

Quando si scopre una nuova specie bisogna seguire alcune regole; però viene lasciato allo scopritore la possibilità di scegliere il nome, giusto?

Esatto. A meno che non si scopra un nuovo genere, spesso viene scelto solamente il secondo nome: l’epiteto specifico. In Homo Sapiens, “Homo” è il genere, “sapiens” è l’epiteto specifico. Se scoprissimo un’altra specie simile alla nostra la chiameremmo “Homo” e inventeremmo l’epiteto; ad esempio Homo neanderthalensis, il famoso Uomo di Neanderthal. Per quanto riguarda i nomi “strani”, la bravura dello zoologo o del tassonomo è riuscire a giustificare il nome.  Ci sono nomi assurdi che fanno pensare come sia possibile che i revisori degli articoli in cui viene descritta la specie li abbiano accettati. Vengono accettati perché lo scopritore è bravo a dare una spiegazione adeguata. Qualche anno fa un entomologo, studiando un’ambra ha scoperto un nuovo insetto, un dittero, una mosca ormai estinta. È partito dal presupposto che ambra in greco si dice “electron”. Il caso ha voluto che l’entomologo fosse un grandissimo fan di Carmen Electra, attrice famosa per essere una delle bagnine di Baywatch; quindi ha chiamato il genere di questa nuova specie “Carmenelectra”, tutto attaccato, giustificandosi appunto con il termine greco electron. Come epiteto specifico ha scelto invece “shekissme”. Se leggiamo per intero Carmenelectra shekissme traduciamo: “Carmen Electra mi bacia”. Fa veramente sorridere. Viene da chiedersi come sia un nome del genere. In realtà lo giustificò adeguatamente nell’articolo, e poi, chiaramente, spiegando in maniera scherzosa che era innamorato di Carmen Electra e sperava di incontrarla in questo modo. Purtroppo non ci riuscì. Descrisse anche un’altra specie, chiamandola Carmenelectra shehugme, cioè “lei mi abbraccia”. Quindi è passato dal bacio all’abbraccio; ma anche in questo caso non ha avuto alcun riscontro reale. Recentemente alcune falene sono state identificata con il brevissimo nome del genere “La”. Essendo specie sudamericane gli epiteti specifici sono stati scelti per dedicarli ad alcuni dei paesi da cui erano originarie e quindi le hanno chiamate: La cucaracha, che vuol dire lo scarafaggio; La paloma, il colombo; e La cerveza, la birra. Chiaramente fa ridere pensare che una falena si chiami “la birra” eppure, anche in quel caso, hanno giustificato il nome spiegando che l’origine era di natura geografica. In alcuni casi ci sono nomi veramente complicati,  come quello che, in ambito zoologico è considerato il nome più lungo: Parastratiosphecomyia stratiosphecomyioides, un altro dittero o mosca; 42 lettere per quello che sembra uno scioglilingua.  Però anche questo venne giustificato in maniera adeguata. Un altro nome che mi colpì venne dato a un imenottero, una piccola ape: venne chiamata Euglossa bazinga. Chi conosce la serie The Big Bang Theory sa bene che “Bazinga!” è la famosa espressione scherzosa di Sheldon Cooper, uno dei personaggi. Siccome “Bazinga!” è un’esclamazione per prendere in giro in un determinato contesto, gli scopritori hanno chiamato così la specie perché, morfologicamente, era molto simile ad una specie analoga, con cui era sempre stata confusa (probabilmente è una specie criptogenica). La giustificazione è stata che questa specie ci aveva ingannato fino a quel momento, e quindi “bazinga” sembrava l’epiteto più appropriato.

Come sono percepite queste scelte dal mondo scientifico? Di solito capitano sempre nel mondo degli insetti, delle piante o dei batteri, perché è molto più difficile scoprire un nuovo mammifero. La comunità scientifica di quel campo di studi reagisce con divertimento o con fastidio?

Ovviamente è molto soggettivo. Quando si decide di dare un nome scientifico bisogna sempre scrivere un articolo in cui viene descritta la specie e viene spiegato il perché del nome. L’articolo poi è inviato a riviste “peer review”, sottoposto a revisione tra pari prima della pubblicazione. Quindi un entomologo manda l’articolo a tre entomologi che non conosce, e loro devono dire se il nome dato è corretto; o magari propongono dei cambiamenti. Una volta che viene giustificato adeguatamente, e che si dà per assodato che quel nome è plausibile, la comunità scientifica deve semplicemente accettarlo.

Quindi diciamo che in questi casi i burloni sono almeno quattro.

Assolutamente sì. Ciò non toglie che, soprattutto con l’avvento del molecolare, molte specie vengono sostituite e alcuni di questi nomi si perdono perché alle specie viene dato un nome completamente nuovo, spesso più serio; ma non necessariamente, quindi bisogna vedere come reagisce lo scienziato a questa a queste nuove informazioni.

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