Antonello Pasini sul palco di One People One Planet Earth Day 2022
Cambiamento Climatico Interviste

La Scienza ai politici: votiamo per il clima

Intervista ad Antonello Pasini, promotore della lettera degli scienziati che, in vista delle elezioni politiche, chiedono ai candidati programmi, investimenti e collaborazione per la lotta al cambiamento climatico.

Ad inizio agosto una quarantina di scienziati italiani hanno firmato “Un Voto per il Clima”, lettera aperta alla politica per chiedere, in vista delle elezioni nazionali del 25 settembre, che nel dibattito vengano accesi i riflettori sulla crisi climatica. Promossa dai climatologi, ma sottoscritta anche da accademici di diverse discipline, la lettera chiede ai politici candidati ai seggi del Parlamento italiano di “porre questo problema in cima all’agenda politica”. L’appello, pubblicato dalla testata Green&Blue, nel concreto chiede alle istituzioni che usciranno dalle urne di “porre in essere azioni di adattamento che rendano noi e i nostri territori più resilienti a ondate di calore, siccità, eventi estremi di precipitazione, innalzamento del livello del mare e fenomeni bruschi di varia natura”.

La lettera è stata anche pubblicata come petizione online aperta alla sottoscrizione di tutti: ad un mese dalle elezioni ha raccolto 190 mila firme di cittadini, evidentemente preoccupati dalle conseguenze dei mutamenti climatici che stanno diventando sempre più evidenti, soprattutto nel bacino del Mediterraneo. I promotori dell’iniziativa chiedono anche che le azioni necessarie “non seguano una logica emergenziale ma di pianificazione e programmazione strutturale”; suggeriscono quindi di investire “con decisione e celerità le risorse peraltro disponibili del PNRR” e, per non rischiare di ritrovarci in futuro in scenari peggiori, di spingere fortemente sulla riduzione delle nostre emissioni di gas serra, decarbonizzando e rendendo circolare la nostra economia, accelerando il percorso verso una vera transizione energetica ed ecologica”.

Non meno importante la richiesta degli scienziati di essere ascoltati dalla classe politica, non solo per presentare e interpretare dati e analisi del fenomeno, ma anche per consigliare e orientare le politiche di mitigazione del clima e di adattamento. Tra i primi cinque firmatari della lettera c’è Antonello Pasini, fisico del clima del CNR, tra i più noti e autorevoli divulgatori del Paese. Lo abbiamo intervistato per approfondire alcuni aspetti di questa auspicata collaborazione tra politica e comunità scientifica.

La petizione “Un voto per il clima” è vicina al traguardo delle 200.000 firme. Ha superato le firme per cancellare i cellulari dalle liste di telemarketing, una cosa molto popolare; quella per l’approvazione della legge Salvamare, poi effettivamente approvata; e attualmente è seconda solo alla petizione per salvare gli animali del rifugio “La Sfattoria degli ultimi” di Roma: una vicenda che ha fatto molto rumore. Che numeri si aspetta alla fine? Duecentomila firme è ciò che sperava chi ha promosso la petizione?

Noi scienziati del clima non ci aspettavamo nulla all’inizio, quando abbiamo fatto questa lettera aperta alla politica. Poi Green&Blue ha avuto l’idea di mettere online la petizione, e siamo molto felici di arrivare a 200.000 e oltre. Adesso non ci poniamo dei limiti. Credo comunque che sia già una dimostrazione che la gente comune è molto sensibile, e che probabilmente il paese reale è più avanti della politica in questo momento.

A questo proposito, c’è un rapporto recente dell’Istat che ha messo il cambiamento climatico al primo posto delle preoccupazioni degli italiani riguardanti l’ambiente: prima dell’inquinamento; dello stato dei mari e dei fiumi; della plastica; dei rifiuti, che è una cosa che abbiamo sotto gli occhi. Le sembra corretto? Mi rendo conto che domandarlo a un climatologo è un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono, ma è veramente questo è il nostro primo problema ambientale?

Potrebbero esserci dei problemi che sembrano più urgenti, tangibili e vissuti giorno per giorno; ma il cambiamento climatico, come diciamo nella lettera, è qualcosa che mina dalle fondamenta tutto lo sviluppo futuro. Oggi la società civile è più consapevole di questi problemi: sistemi complessi, problemi che magari non si vedono immediatamente, ma che soggiacciono a tutto lo sviluppo futuro. Ultimamente poi ci sono stati eventi che hanno portato questo tema alla ribalta, con la stessa urgenza degli altri di cui parlava: la plastica, i rifiuti, ecc. Perché veniamo da un inverno estremamente secco e da una primavera altrettanto secca. Da maggio ci sono state ripetute ondate di calore; quindi le persone si sono rese conto che i cambiamenti climatici non sono un problema per le future generazioni, ma già per noi, ora, in questo momento. Probabilmente questo ha fatto schizzare in alto il tema del cambiamento climatico in questi sondaggi.

Nello stesso rapporto gli italiani distinguono tra il timore per il cambiamento climatico e quello per l’effetto serra che in realtà, come lei ci ha spiegato più volte, sono fenomeni strettamente collegati. Questo le fa pensare che c’è ancora da fare educazione ambientale e divulgazione, oppure è una sfumatura della percezione dei nostri connazionali che ci può stare, in qualche modo?

Ci può stare. L’effetto serra naturale è quello che consente la vita sulla Terra, come la conosciamo oggi. Se non ci fossero i gas serra in atmosfera, come il vapore acqueo, oggi avremmo una temperatura media globale di 33 gradi inferiore all’attuale, e andremmo circa a -15°C: è chiaro che non ci sarebbe la vita come la conosciamo. Non so se questa è una sfumatura oppure no. Non so veramente come interpretarlo, perché è chiaro che invece l’effetto serra, aumentato dalle nostre emissioni di gas da combustibili fossili, è dannoso perché porta a tutti questi cambiamenti.

Lei è tra i primi firmatari della lettera pubblicata il 3 agosto. È stato contattato dalle segreterie politiche in questo lasso di tempo?

Non ancora. Soltanto Sinistra Italiana ha dato un appoggio formale a questa lettera. A quanto ne so io gli altri per il momento non si sono espressi; anche se su Twitter e altri social so che ci sono state un po’ di scaramucce su questi temi tra vari esponenti di partito. Ma, a parte Sinistra Italiana, nessun partito politico ha preso veramente posizione su questa lettera.

L’altro appello lanciato dagli scienziati italiani in questi giorni è ai media, per dare spazio a questo tema nei dibattiti politici. Le sembra che stia succedendo? Si stanno organizzando dibattiti e trasmissioni televisive per trasformarlo in un tema elettorale? Al di là dell’appello, si mettono i politici a sedere di fronte ai climatologi per parlare del problema?

Mi pare che per il momento non sia stato fatto dal giornalismo italiano. C’è qualche iniziativa, ma sempre da parte degli scienziati: per esempio del Comitato Scientifico della Scienza al Voto di cui sono il coordinatore. Però l’appello ai giornalisti era più per un’informazione corretta: seguire le fonti giuste; non dar voce a chi non ha competenze sul tema e vuole ugualmente parlare sui social. Quindi è un appello un po’ diverso. Adesso si tratta effettivamente di mettere a confronto i vari partiti politici con le richieste che facciamo in questa lettera, o anche con richieste più specifiche che vengono da gruppi di scienziati: penso a “Energia per l’Italia“, di Vincenzo Balzani, che ha fatto un decalogo delle cose da fare; o altri che si stanno muovendo in questo momento.

Queste sono elezioni “politiche”. È noto che gli italiani di solito votano in base alla loro ideologia, ai partiti, o per affinità con i candidati. Lei percepisce nei partiti differenze ideologiche sulla questione della lotta ai cambiamenti climatici? Le sembra che i diversi parlamentari abbiano approcci o priorità diversi?

Ognuno affronta un tema come questo dal suo punto di vista, cioè secondo la sua visione del mondo. Ovviamente ci sono partiti che hanno una visione molto diversa tra loro. Penso a chi ancora crede che noi uomini siamo i padroni del mondo e tutto sommato possiamo fare quello che vogliamo perché la natura è a nostra disposizione. Un’immagine cartesiana, direi. C’è chi pensa invece che siamo strettamente legati al pianeta, e che, anche da un punto di vista antropocentrico, non possiamo fare a meno di determinati servizi ecosistemici che purificano le acque, impollinano le piante, ecc. Quando si legge ciò che dice la Scienza con gli occhiali della propria visione del mondo, è chiaro che la Scienza viene distorta, o negata, oppure si fa finta di niente. Noi invece vorremmo puntare sul fatto che ogni visione del mondo si deve confrontare con ciò che dice la Scienza oggi. Non diamo ricette. Diciamo soltanto: voi che fate politica dovete portare avanti i vostri progetti per il futuro del nostro paese, ma attenzione! Se non considerate seriamente questo tema, i vostri progetti futuri sono destinati al fallimento. Noi vi poniamo un elemento di realtà. Non facciamo fantasie. Non pensiamo di poter fare ciò che vogliamo su questa Terra, o nella nostra Italia, perché non è così. Confrontatevi con noi. Quello che chiediamo adesso è un vero confronto con i partiti politici. Siamo disponibili a dare una mano, e dire se qualcosa sia una soluzione fondata, dal punto di vista scientifico, o soltanto greenwashing o maquillage. Dobbiamo confrontarci perché la società, e quindi anche la politica, ha bisogno di ciò che dice la Scienza.

In effetti nella lettera non date ricette, però scrivete di “porre in essere azioni di adattamento che rendano i territori resilienti”. C’è qualcosa di concreto che le sembra fattibile o impostabile nel breve periodo?

In emergenza si fa di tutto e di più, ma conta molto poco. Dobbiamo programmare, almeno da un anno all’altro. Ci sono cose che possono essere pianificate, anche in tempi relativamente brevi. Per esempio: mettere in sesto le reti idriche che sono un colabrodo; far sì che la pioggia venga in qualche modo trattenuta da invasi; rendere più verdi le città contro le ondate di calore; cambiare l’irrigazione in agricoltura: da quella a pioggia a quella a goccia.

L’altra cosa concreta che chiede la lettera è spingere sulla riduzione delle emissioni di gas serra “decarbonizzando” e rendendo circolare la nostra economia. In pratica chiedete di abbandonare petrolio, carbone e gas come fonti di energia. Non indicate su quali alternative investire, anche se la rosa non è molto ampia. Come sa, si è riaperto il dibattito sul nucleare o sull’opportunità di puntare tutto sulle rinnovabili. Ci sono diverse posizioni, anche politiche. Il collettivo dei firmatari ha una posizione o gli investimenti nel campo dell’energia non sono materia per climatologi?

Ognuno di noi ovviamente ha le proprie idee. Non abbiamo voluto esprimerle in questa che è una lettera unitaria, e quindi non poteva dare adito a differenze che non avevano senso. Però possiamo discutere anche di queste cose. Purtroppo abbiamo pochi decenni per risolvere il problema. Abbiamo delle alternative; cerchiamo di capire quali siano le più fattibili, che portino a vantaggi concreti; perché noi scienziati siamo abituati a fare i conti. Ci sono alternative con cui probabilmente non faremmo in tempo a ridurre le nostre emissioni entro il 2050; ed altre che sono più pronte. La cosa essenziale è che dobbiamo effettivamente mitigare: possiamo adattarci fino a un certo punto; ma l’adattamento ha dei limiti. Potremmo arrivare a scenari tali per cui non saremo più in grado di difenderci con l’adattamento. Dobbiamo assolutamente evitarli. Per farlo dobbiamo diminuire le emissioni di gas serra. Queste sono le due vie che indichiamo nella lettera.

Abbiamo avuto l’esperienza dei virologi onnipresenti in tv, durante la pandemia. Non ci auguriamo per i prossimi anni un’emergenza tale per cui vengano arruolati i climatologi; ma quali sono i pro e i contro di una chiamata alle armi degli scienziati del clima da parte della grande comunicazione? C’è il rischio che, come diceva prima, vengano interpellati sia quelli competenti sia quelli meno attendibili?

Sicuramente sì. La comunità scientifica deve parlare con “una” voce. In queste cose intervengono delle dinamiche diverse. Siamo umani: c’è chi vuole mettersi più in vista. Bisognerebbe delegare alcune persone, una sorta di portavoce, a rappresentare la visione della comunità scientifica, perché su queste cose c’è un consenso ampio e documentato. Ci sono persone, anche adesso, che parlano fuori dal coro, ma probabilmente non hanno le credenziali per farlo, perché magari non pubblicano su riviste su internazionali dedicate ai temi dei cambiamenti climatici. Certamente, nel momento in cui ci si confronta con i media, qualche pericolo c’è.

Abbiamo visto che l’opinione pubblica è dalla parte dei climatologi, e vede il climate change come uno dei problemi principali. Non teme che sovraesponendo il problema, cioè parlandone troppo nel dibattito politico, prima e dopo il voto, si possa innescare nella gente un rigetto, un fatalismo, come è successo per il Covid?

Perché, secondo lei questo è venuto per il Covid?

Ad esempio adesso c’è la questione della quarta vaccinazione, che è stata un po’ rigettata dall’opinione pubblica.

Nel momento in cui gli scienziati del clima possano parlare con una voce sola, credo che l’informazione vada nella direzione giusta. Chiaramente si possono fare degli errori di comunicazione, e sicuramente sono stati fatti in passato da alcuni virologi. Per evitare questi errori, che porterebbero appunto ad una disaffezione, è necessario che gli scienziati siano accompagnati da esperti di comunicazione, che comunque abbiamo nei vari enti e nella Società Italiana per le Scienze del Clima.

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