Ecosistema

Parchi nazionali: prima la Natura. Le autonomie locali vengono dopo.

“Il federalismo faunistico è un concetto demenziale”. Giorgio Boscagli, tra i massimi esperti di conservazione della natura, analizza la situazione dei parchi nazionali di cui si discute una legge di riforma.

L’Italia possiede 25 Parchi Nazionali. Il più antico è il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, creato negli anni ’20. Il più recente è il Parco Nazionale di Pantelleria, istituito nel 2016. Per legge gli enti parco devono conservare gli ecosistemi, il patrimonio geologico, biologico e culturale di questi luoghi per le presenti e le future generazioni. Intorno e dentro ai parchi però ci sono diversi interessi, questioni, competenze e responsabilità. Il territorio di molti parchi infatti è condiviso da regioni e comuni; ospita centri abitati, strade, attività umane; per non parlare dei parchi marini che devono mantenersi in equilibrio tra la conservazione degli ambienti naturali e le esigenze del turismo e delle economie del mare. Di questa delicata materia abbiamo parlato con Giorgio Boscagli, biologo, ed ex direttore di due parchi: quello Regionale del Sirente-Velino, e quello nazionale delle Foreste Casentinesi.

Qual è la differenza, concettuale e funzionale, tra un parco “nazionale” e l’idea che un cittadino medio ha del “parco”, ovvero un luogo dove si va a godere del verde e degli animali?

L’elemento cardine di questa di questa differenza è che il parco dove ci troviamo (Villa Torlonia a Roma, nda.) nasce con una missione prioritaria: il benessere delle persone che lo frequentano, dove i valori naturalistico-ambientali fanno da corollario a questo un punto focale. Un parco nazionale, ma in generale un parco naturale, è un territorio dove la priorità della missione dell’istituzione che lo gestisce dovrebbe essere (non uso casualmente il condizionale) la conservazione della natura. Questo non significa che io pensi a parchi nazionali privi della presenza dell’uomo. Siamo in un paese occidentale, in un continente ad altissima antropizzazione, e mi rendo conto che dobbiamo tenere in altissima considerazione il benessere; ma anche, e sottolineo “anche”, il benessere delle persone che ci vivono e lo frequentano. La cosa importante è riuscire a mantenere diritta la barra del timone, cioè la missione prioritaria: la conservazione della natura, ovvero della biodiversità.

Nella Legge di Bilancio 2018 ci sono stanziati dei fondi per l’istituzione di nuovi parchi nazionali: quello di Portofino e del Matese. In un’intervista che ci ha rilasciato di recente, il ministro Costa ha ribadito la sua volontà di istituire anche il famoso Parco del Delta del Po’, pensato e voluto da molti anni. Sono necessari questi nuovi parchi? Ci sono altre zone d’Italia che dovrebbero essere protette dall’istituzione di parchi nazionali?

Il discorso è sicuramente complesso, e io considero questi che lei ha citato come una sorta di esercizi di ottimismo. Penso a tempi ben più lontani, quando si vagheggiava di un Parco Nazionale del Gennargentu, o all’ultra-ventennale storia del Parco Nazionale della Costa Teatina, praticamente la costa abruzzese, di cui si discute senza arrivare a una conclusione. Adesso, pensando a Portofino, al Matese e a tutto quello che di nuovo è arrivato sul tavolo delle ipotesi, ho la sensazione che in realtà l’iter istitutivo di queste aree protette stia diventando, appunto, un esercizio di ottimismo, perché non si arriva mai alla conclusione. Senza farne eccessivo vanto in confronto ad altri, il nostro paese, grazie alla sua configurazione geografica e alle differenti latitudini alle quali si sviluppa, ha la biodiversità più ricca d’Europa. Su questo non c’è dubbio. Quindi è chiaro che abbiamo il dovere di tutelare una quantità di valori che in altri paesi del centro o del nord Europa non sono così variegati. Sono ricchissimi anch’essi, ma non così variegati. Questo significa che dobbiamo metterci in testa di avere la responsabilità, verso le future generazioni, di conservare questa ricchezza. Ho la sensazione che, con la situazione politica attuale, sarà davvero molto difficile arrivare effettivamente all’istituzione di questi nuovi parchi. Molti li conosco per averli visitati o per aver lavorato su quei territori e confermo: c’è una ricchezza di valori che andrebbe assolutamente tutelata. Purtroppo non arriviamo mai ad avere un quadro parlamentare che ci permetta di andare serenamente verso l’istituzione di queste nuove aree protette.

Parliamo dei parchi esistenti. Sono venticinque e hanno una lunga storia: il primo è degli anni ’20, l’ultimo, Pantelleria, è stato istituito nel 2016. Che momento storico vivono i parchi nazionali? Hanno sufficienti finanziamenti e personale? Riescono a rispondere al loro compito istituzionale di protezione e conservazione di fauna, flora e biodiversità?

Secondo me, con grande fatica stanno cercando di portare avanti gli elementi essenziali della loro missione istituzionale. I primi parchi Italiani sono del dicembre 1922 – gennaio 1923: Gran Paradiso e Abruzzo; poi, a metà anni ’30, il Circeo e lo Stelvio; negli anni ’60 il Parco della Calabria, o della Sila, che in realtà non decollò mai. Poi si è arrivati negli anni a cavallo fra ’60, ’70 e ancor più ’80, a una grandissima e travagliatissima discussione per una legge quadro che arrivasse a istituire una vera e propria rete di parchi nazionali in Italia. Travagliatissima perché io, seppur giovane, ero presente e ho partecipato a quella battaglia e a quel momento di grande fermento politico. Quando arrivammo all’approvazione della legge quadro (la 394/91, nda.) sembrò un veramente l’approdo di una lunghissima navigazione e ne gioimmo tutti, perché finalmente l’Italia aveva una rete di parchi nazionali degna di tale nome. Se oggi confronto lo spirito, l’attenzione, con cui si guardava al problema nel 1991 (quando appunto fu approvata questa legge) a ciò che è successo dopo, in realtà mi sento abbastanza deluso; basti pensare che oggi oltre la metà dei venticinque parchi nazionali senza presidente, e circa lo stesso senza direttore: le due figure essenziali perché un parco abbia degli indirizzi e sia operativo. Sinceramente, da cittadino Italiano e traducendo la cosa in politichese dico che certamente i parchi non sono al centro dell’attenzione della politica, e non costituiscono nemmeno una delle priorità. A questo aggiungiamo che, da una parte assistiamo con grande frequenza a una sottolineatura delle problematiche ambientali sulla stampa, sui media e sui social; e dall’altra a una valutazione desolante del peso del Ministero per l’Ambiente nell’ambito del panorama decisionale nazionale: nel senso delle risorse a disposizione del Ministero per l’Ambiente. Teniamo presente che, fra parchi nazionali e regionali, inserendo tra questi anche i Siti di Interesse Comunitario, le Zone di Protezione Speciale e la Rete Natura 2000, siamo ormai arrivati quasi al 20% del territorio nazionale protetto in qualche modo. La “keyword”, come direbbero gli inglesi, la chiave di lettura è la parola “gestire”: il problema è che per gestire tutto questo ci vogliono soldi, persone, uomini e donne specializzati a fare un certo tipo di lavoro; e un consenso politico da parte di chi deve sostenere queste attività e iniziative. In realtà, ho la sensazione che tutto questo non ci sia. Anzi, essendo un operatore del settore, ed avendo diretto un parco nazionale da ultimo e un parco regionale prima, ho proprio la sensazione del contrario. Ovvero che, per tradurre: i parchi li abbiamo fatti; ci siamo come tolti questo peso dall’anima; adesso per piacere non rompeteci le scatole e cercate di andare avanti come potete (questo vale anche per il Ministero per l’Ambiente) perché abbiamo ben altre priorità a cui fare attenzione. Quando poi si dice che dobbiamo tramandare alle future generazioni i valori ci si rende conto che è come dire: bisogna andare sulla Luna; con quali strumenti? con una vecchia 500 senza benzina. Questa è la situazione.

In realtà in Parlamento c’è una proposta di legge che vuole riformare la legge quadro sui parchi, che sta rimbalzando tra il Senato e la Camera da qualche anno, a cui il mondo degli esperti naturalisti bene o male si oppone. Il nodo di questa discussione è la governance: chi dirige e decide le politiche dei singoli parchi nazionali? C’è una “disputa”, anche filosofica, se debbano essere degli esperti di natura a dirigere i parchi, direttori e presidenti, oppure se spetti alla politica, soprattutto locale in nome dell’autonomia. Parchi che, va ricordato, non ambienti esclusivamente naturali, ma integrano al loro interno, legittimamente, anche comuni e attività umane.

Personalmente sono convinto che, essendo la missione istituzionale di un parco quella di conservare la natura, ai vertici di queste strutture devono esserci esperti di conservazione della natura. Premesso questo, proprio perché esiste una consistente presenza umana all’interno delle aree protette che sopporta anche i vincoli particolari e le accortezze necessarie a tutelare certi valori, sono convinto che la popolazione residente vada tenuta in altissima considerazione. Il problema è quello delle priorità. Nel senso che, su una priorità consolidata e chiara che è la conservazione della natura, poi (e sottolineo il “poi”) vanno studiate tutte le opportunità di promozione socio-economica e di sostegno dell’economia locale. Lei parla di governance: è un altro argomento spinosissimo. Il mio convincimento, a proposito del come dovrebbe funzionare la struttura gestionale di un parco, è che ci debba essere un consiglio direttivo in cui siano certamente presenti anche rappresentanti del mondo politico locale, ma i cui vertici che decidono non possano essere condizionati prioritariamente dagli interessi locali; e questo, purtroppo, è ciò che invece abbiamo visto negli ultimi anni nella gestione di diversi parchi.
Ha toccato un altro argomento spinoso: l’autonomia. Lo voglio dire con assoluta chiarezza: personalmente ritengo che il concetto di autonomia sia l’esatta antitesi di ciò che dovrebbe essere. Tenendo presente che vengo dal mondo di chi si occupa professionalmente di natura, e in particolare di fauna, secondo me il “federalismo faunistico” è un concetto demenziale e lo stesso discorso vale per il federalismo legato al concetto di ecosistema: quanto più vasta è la possibilità di programmazione e pianificazione della gestione di un ecosistema (quindi con una gestione democratica quanto vogliamo ma centralizzata) tanto minore sarà il rischio [legato alle] decisioni del singolo rappresentante politico. Non faccio una distinzione fra partiti, anche se in qualche modo andrebbe andrebbero sottolineate le differenti sfumature con cui le diverse parti politiche si approcciano al problema. Sono convinto che quanto più autonome saranno le decisioni di regioni o province, tanto maggiore sarà il rischio che si metta in discussione la conservazione degli ecosistemi.
Un’ultima nota a proposito della proposta di modifica della legge quadro 394/91. La proposta di aggiornamento, senz’altro positiva all’epoca, risale addirittura al 2009. Era quella di adeguare la legge quadro, che [nel 1991] non considerò a sufficienza il valore delle aree marine protette, il “valore mare”, il “valore ecosistema marino”. Poi, come sempre succede, la proposta di modifica è diventata una specie di omnibus su cui si sono saltati tutti quelli che volevano modificare qualche cosa di quella legge. Sono molto contento che nella scorsa legislatura siamo riusciti a bloccare l’ipotesi di modifica della legge quadro, con l’aiuto di alcuni parlamentari particolarmente sensibili, e con quello che abbiamo chiamato “Gruppo dei Trenta”, che riunisce le più autorevoli firme del panorama nazionale di chi si è occupato di conservazione della natura negli ultimi 50 anni. È certo che quel testo di legge, che abbiamo definito non a caso “sfascia parchi”, è oggi di nuovo depositato agli atti del Parlamento. Ci auguriamo che non venga posto in discussione perché sarebbe l’inizio di una nuova battaglia.

Vorrei tradurre ciò che ha detto poco fa con un esempio: la sopravvivenza dell’orso marsicano, una sottospecie tipica Italiana. Non può essere lasciata alla decisione di un’autonomia locale visto che è un patrimonio non solo italiano ma dell’umanità, essendo un animale unico. È questo il nodo della governance? Molti paragonano gli animali e la flora ai monumenti nazionali: bisognerebbe tutelarli non solo a favore di chi gestisce un territorio, ma anche per tutto il mondo.

Assolutamente d’accordo con quest’ultima affermazione. Tanto è vero che in diversi miei scritti e interviste ho paragonato l’orso marsicano (ma insieme ci metto i pini loricati del Pollino, l’abete dei Nebrodi e lo stambecco del Gran Paradiso) a valori come il Colosseo o il Museo degli Uffizi. In un paese di grande cultura umanistica come l’Italia è difficile far penetrare un concetto come questo. Cioè che un valore naturalistico possa essere paragonato a quelli di cui ci fregiamo con grande orgoglio: appunto il patrimonio storico, culturale e umanistico. Però è così: se vogliamo che i nostri figli godano della possibilità di vedere da lontano un orso marsicano o uno stambecco, dobbiamo farli crescere in una cultura in cui, quando un orso viene ucciso o se ne trovano le spoglie, ci si preoccupa a livello nazionale come se fosse crollata un’ala del Colosseo. Quando parlo di cultura non intendo quella “alta”, ma quella popolare che viene percepita tutti i giorni. Ecco questo è un lavoro che dobbiamo ancora fare. Ci stiamo provando da diversi anni ma in realtà è un obiettivo che non abbiamo ancora centrato.
Ho lavorato per anni sull’orso marsicano: ne ho catturato più di qualcuno e li ho seguiti con i radio collari. È un argomento che mi punge il fianco. È chiaro che non dovrebbe essere gestito da decisioni di autonomie locale. Ci sono dei programmi, ad esempio il Progetto PATOM (il Piano d’Azione per la Tutela dell’Orso Marsicano del Ministero dell’Ambiente pubblicato nel 2009, nda.), che teoricamente coinvolgerebbero diverse regioni, aree protette, strutture pubbliche e private; ma in realtà, rispetto alle aspettative per la conservazione dell’orso marsicano che avevano ingenerato all’inizio, purtroppo vediamo che non ci sono risultati. Allora? Un Ministero “adeguatamente” dotato di figure competenti per affrontare un tema di questo genere, vuole assumere la responsabilità di intervenire con delle decisioni? Sono anni che con la Società Italiana per la Storia della Fauna di cui sono co-fondatore, sollecitiamo il Ministero, il Parco nazionale d’Abruzzo e gli altri parchi dell’area appenninica, a lavorare insieme per arrivare alla costituzione di una banca del genoma dell’orso marsicano. È vero: oggi sembra che non dobbiamo preoccuparci di una prossima estinzione, perché in qualche modo si sta lavorando per la sua tutela. Ma è anche vero che la perdita del patrimonio genetico di un solo individuo è una enorme, considerando che la popolazione [totale di orsi marsicani] non supera la cinquantina. Possibile che non si riesca a capire che questa dovrebbe essere una priorità? Siamo a “Io non c’ero, e se c’ero dormivo”. Siamo alle tre scimmiette sagge che non vedono, non sentono e non parlano. Sta di fatto che questo progetto della banca del genoma dell’orso marsicano non parte.
Per tornare alla governance e alle decisioni sugli obiettivi dei parchi appenninici (per essere chiari: Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi che ho diretto, Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Gran Sasso Monti della Laga, Parco Nazionale della Majella, Parco Nazionale d’Abruzzo, Parco Regionale Sirente-Velino, Parco Regionale dei Monti Simbruini, l’auspicabile Parco Regionale dei Monti Ernici, l’auspicabile Parco Nazionale Monti del Matese): questi dovrebbero avere al punto uno dell’ordine del giorno delle riunioni di ogni consiglio direttivo: come irrobustiamo la popolazione di orso marsicano? come facciamo ad ampliare l’areale di presenza dell’orso marsicano? come facciamo a farlo tornare stabilmente ai Monti Sibillini o sui Monti della Laga? Questo punto uno all’ordine del giorno non c’è, non c’è mai stato, e io non vedo che tiri un’aria tale da far supporre che ci sarà.

Parliamo adesso al pubblico non esperto, a chi ama frequentare i parchi. Come dovrebbero approcciarsi a un parco? Che cosa deve cercare un visitatore in un parco? Come deve comportarsi? Che cosa deve fare, e soprattutto non fare, per essere parte di questo processo di evoluzione culturale orientata alla conservazione della natura?

Dovremmo arrivare a una crescita culturale tale da permettere a tutti di dire: “Sono stato al Parco Nazionale d’Abruzzo – tanto per dirne uno – So che lì c’è l’orso marsicano che è un vanto del paese. Non l’ho visto ma sono felice perché è bello sapere che c’è”. Questa è la sintesi. Che cosa fare e cosa non fare? Tutte le attività non coerenti con le esigenze di conservazione, dovrebbero essere limitate al minimo. Sto pensando a una serie di iniziative che io chiamo dei “luna parchi”: iniziative di carattere ludico come concerti, percorsi di mountain bike, percorsi di motocross. Tutto quello che in qualche modo non è in sintonia con la tutela dell’ambiente in un’area protetta dovrebbe essere progressivamente ridotto al minimo. Mi rendo conto che è un processo difficile; che ci vorrà tempo; che, specialmente dove nasce oggi l’esigenza di un nuovo parco o di una nuova area protetta, bisogna lavorare molto sul convincimento delle persone, proponendogli anche soluzioni e ipotesi alternative. Non voglio dire che chi ha un piccolo esercizio commerciale in un paese debba vivere felice delle emozioni che i turisti provano passeggiando in un parco nazionale. Bisogna essere capaci di proporre attività ed iniziative più coerenti con questo tipo di esigenza. Questo è un lavoro: non è una cosa che ci si inventa dall’oggi al domani; perché poi ci si rende conto che molte attività, apparentemente innocue, vanno filtrate attraverso quelle che io chiamo le esigenze degli ecosistemi: sensibilità, problemi di impatto acustico, inquinamento luminoso, frequentazione. Avendo fatto il biologo e l’ispettore di sorveglianza del Parco Nazionale d’Abruzzo negli anni a cavallo fra fine ’70 e primi ’90, a volte avevo la sensazione che certi comportamenti, come farsi una passeggiata in montagna, in teoria un’attività assolutamente compatibile, in realtà andava gestita con grande attenzione.
Sto pensando al problema della tutela del camoscio d’Abruzzo, un altro endemismo di straordinario valore: si arrivò a capire che la difficoltà di crescita della popolazione dell’area centrale di presenza del camoscio era legata al tipo di fruizione che i turisti facevano di alcuni sentieri; in particolare quelli della Val di Rose e della Valle Iannanghera. Quando non esisteva il numero chiuso c’era l’abitudine di tantissimi turisti (che crescendo l’immagine del parco diventava sempre più frequente) di cercare di avvicinarsi ai camosci per fotografarli facendo dei primi piani, per carità, bellissimi, entusiasmanti, da riportare come il ricordo meraviglioso della passeggiata in montagna. Ma che cosa determinava quell’avvicinamento per il camoscio? Il fatto che, statisticamente, la popolazione di camosci non riusciva, durante l’estate, a dedicare tempo sufficiente all’alimentazione per costituire lo strato di grasso sottocutaneo che gli avrebbe consentito di superare l’inverno. Perciò, durante l’inverno: altissima mortalità dei camosci. All’epoca ci siamo inventati il cosiddetto numero chiuso: nei periodi di maggiore afflusso turistico, in quelle zone non può andare più di un tot di persone. Grande rivolta popolare! Ci hanno accusato: “Voi bloccate il turismo”, “Noi poveri cittadini locali come lavoriamo?”. Abbiamo fatto la cosa più ovvia: trasformare quello che era un vincolo in un’opportunità. Abbiamo fatto dei bandi per assegnare a cooperative locali il compito di controllare, seguire, gestire e guidare i gruppi, in numero limitato, che andavano in visita in quelle zone; ovviamente con il mandato del Parco di frenare l’entusiasmo del turista che, lungo il sentiero della Val di Rose o della Valle Iannanghera, la prima cosa che voleva fare era correre lì a 50 o 100 metri. La distanza di fuga dei camosci d’Abruzzo è molto minore di quella dei camosci alpini, anche grazie al fatto che non sono cacciati da oltre cento anni, e quindi hanno acquisito una sorta di dimestichezza con la figura umana. Questo però non deve significare che appena il camoscio abbassa la testa per mangiare il suo boccone d’erba, tu gli corri vicino per fargli la fotografia o il primo piano. Oggi, con i selfie, la cosa sarebbe terrificante; all’epoca non c’erano. Il risultato [del numero chiuso] è stato che il declino della popolazione sembra essersi fermato. Dico “sembra” perché tutti i processi naturali, tutte le dinamiche popolazionali, devono essere valutate in relazione agli indici di riproduzione della specie, alle annualità, alle particolarità dei singoli anni dal punto di vista climatico, e così via. Questo è quanto dovrebbe essere accettato da parte di chi entra in un parco nazionale. Non voglio dire che si entri in un sacrario (ma dentro di me in realtà c’è questa immagine), in un posto solenne in cui si va in punta di piedi senza far rumore e senza sparare mortaretti. Però in realtà è questo quello che penso.

Sto pensando al problema della tutela del camoscio d’Abruzzo, un altro endemismo di straordinario valore: si arrivò a capire che la difficoltà di crescita della popolazione dell’area centrale di presenza del camoscio era legata al tipo di fruizione che i turisti facevano di alcuni sentieri; in particolare quelli della Val di Rose e della Valle Iannanghera. Quando non esisteva il numero chiuso c’era l’abitudine di tantissimi turisti (che crescendo l’immagine del parco diventava sempre più frequente) di cercare di avvicinarsi ai camosci per fotografarli facendo dei primi piani, per carità, bellissimi, entusiasmanti, da riportare come il ricordo meraviglioso della passeggiata in montagna. Ma che cosa determinava quell’avvicinamento per il camoscio? Il fatto che, statisticamente, la popolazione di camosci non riusciva, durante l’estate, a dedicare tempo sufficiente all’alimentazione per costituire lo strato di grasso sottocutaneo che gli avrebbe consentito di superare l’inverno. Perciò, durante l’inverno: altissima mortalità dei camosci. All’epoca ci siamo inventati il cosiddetto numero chiuso: nei periodi di maggiore afflusso turistico, in quelle zone non può andare più di un tot di persone. Grande rivolta popolare! Ci hanno accusato: “Voi bloccate il turismo”, “Noi poveri cittadini locali come lavoriamo?”. Abbiamo fatto la cosa più ovvia: trasformare quello che era un vincolo in un’opportunità. Abbiamo fatto dei bandi per assegnare a cooperative locali il compito di controllare, seguire, gestire e guidare i gruppi, in numero limitato, che andavano in visita in quelle zone; ovviamente con il mandato del Parco di frenare l’entusiasmo del turista che, lungo il sentiero della Val di Rose o della Valle Iannanghera, la prima cosa che voleva fare era correre lì a 50 o 100 metri. La distanza di fuga dei camosci d’Abruzzo è molto minore di quella dei camosci alpini, anche grazie al fatto che non sono cacciati da oltre cento anni, e quindi hanno acquisito una sorta di dimestichezza con la figura umana. Questo però non deve significare che appena il camoscio abbassa la testa per mangiare il suo boccone d’erba, tu gli corri vicino per fargli la fotografia o il primo piano. Oggi, con i selfie, la cosa sarebbe terrificante; all’epoca non c’erano. Il risultato [del numero chiuso] è stato che il declino della popolazione sembra essersi fermato. Dico “sembra” perché tutti i processi naturali, tutte le dinamiche popolazionali, decono essere valutate in relazione agli indici di riproduzione della specie, alle annualità, alle particolarità dei singoli anni dal punto di vista climatico, e così via. Questo è quanto dovrebbe essere accettato da parte di chi entra in un parco nazionale. Non voglio dire che si entri in un sacrario (ma dentro di me in realtà c’è questa immagine), in un posto solenne in cui si va in punta di piedi senza far rumore e senza sparare mortaretti. Però in realtà è questo quello che penso.

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