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Rudi Bressa: storie “incredibili” di trafficanti di Natura

Rubare asini per produrre snack energetici; uccidere tigri per farci il vino; il corno dei rinoceronti polverizzato e sniffato come cocaina; le pinne di squalo introdotte in Europa dai pirati spagnoli. Nel libro “Trafficanti di Natura” Rudi Bressa racconta un’economia criminale tra le più remunerative e misconosciute dei nostri tempi.

Secondo la Società Zoologica di Londra il giro d’affari annuo del commercio illegale di animali e piante è di 23 miliardi di dollari. Si tratta della quarta industria criminale al mondo, dopo il traffico di droga, quello delle armi e la tratta di esseri umani. Inoltre, uno studio della Banca Mondiale del 2020 stima tra uno e due miliardi di dollari annui il costo dei danni causati dai traffici di animali, dalla pesca e dalle deforestazioni illegali. Danni derivanti dai mancati “servizi ecosistemici” forniti gratuitamente dalla Natura: ad esempio la diminuzione di disponibilità di cibo nel caso della pesca; l’aumento di fenomeni franosi nel caso dei disboscamenti; il proliferare di specie come insetti, roditori o grandi ungolati, che entrano in conflitto con gli agricoltori se i loro predatori (uccelli, rettili, felini, lupi…) vengono decimati dalla caccia illegale o dalla perdita degli habitat.

Nei primi vent’anni del nuovo millennio a livello mondiale sono state sequestrate ai trafficanti circa 6000 specie: quasi la metà sono mammiferi e rettili, ma questi traffici riguardano anche coralli, piante, uccelli, pesci e molluschi. Non bisogna pensare che i compratori siano soltanto collezionisti di animali vivi: in realtà questi traffici possono alimentare anche commerci legali. Ad esempio l’industria e l’artigianato dei mobili e dell’arredamento, con i legni pregiati e le specie floreali; quelle dei cosmetici, della moda e dell’alimentazione, con i grassi e le pelli animali; e ovviamente non bisogna dimenticare la medicina alternativa o tradizionale, soprattutto orientale.

Lo dimostra il dato che la specie più sequestrata ai trafficanti non è un animale ma un vegetale: il palissandro; al secondo posto vengono gli elefanti per l’avorio; al terzo i pangolini che hanno la sfortuna di valere molto sia per le squame, richieste dall’industria dell’abbigliamento di lusso, sia per la carne, prelibatezza di alcune cucine orientali, sia per alcune sostanze che si estraggono dal loro corpo per la medicina tradizionale orientale. Nel 2017 nel mondo sono stati sequestrati oltre 100 mila pangolini: un traffico che secondo i dati è decuplicato dopo il 2014. Destino simile tocca alle tigri: ogni parte del loro corpo ha un grande valore. Se in passato il mercato principale era quello della medicina tradizionale e della pelle, oggi i prodotti più richiesti derivati dalle tigri sono degli status symbol: in particolare il vino e la colla fatti con le loro ossa. In natura restano circa 4000 tigri, ma questo commercio purtroppo riguarda anche quelle allevate e in cattività.

In occasione del convegno internazionale “Forest Factor”, organizzato a Roma dall’Arma dei Carabinieri, abbiamo incontrato Rudi Bressa, giornalista scientifico che, proprio in questi giorni, pubblica “Trafficanti di Natura(Codice Edizioni) libro che racconta l’economia globale del traffico illegale di specie animali e vegetali.

Rudi, chi sono i trafficanti di natura? Chi traffica animali nel 2023?

Potrebbero essere benissimo i nostri vicini (che acquistano uccelli o rettili esotici non certificati o con certificati falsi, nda). Più in generale sono gruppi criminali ben organizzati spesso collegati ad altri traffici illegali. Secondo le Nazioni Unite, il traffico di specie selvatiche è il quarto per fatturato, dopo quelli di armi, droga ed esseri umani. Ma il bracconaggio e il traffico di specie non riguardano soltanto gruppi estremamente organizzati: spesso avvengono in paesi in via di sviluppo, dove queste pratiche diventano una questione di sussistenza per molte comunità.

Facciamo un esempio di cui hai parlato: ci sono comunità legate al traffico di animali molto vicini alla nostra tradizione… gli asini.

Ho scoperto questo incredibile traffico di asini domestici studiando report e studi scientifici. Abbiamo un rapporto estremamente radicato con l’asino fin dai tempi dei romani. Come mezzo di sussistenza è durato fino agli anni ’50: era presente in moltissime famiglie. Oggi è importantissimo per molte comunità, soprattutto dell’Africa centrale e subsahariana. Ma c’è una grandissima domanda di asini: soprattutto perché il mercato cinese ne richiede la pelle con cui, grazie a un sofisticato procedimento chimico, si produce una gelatina usata per gli snack energizzanti. Questi snack si possono trovare facilmente online, sulle piattaforme più conosciute; costano molto: dai 35 ai 65 euro al chilogrammo. Tutto ciò sta mettendo a serio rischio la sopravvivenza di alcune comunità, perché anche un singolo asino può servire alla sopravvivenza di una famiglia: per il trasporto delle merci, o per portare i figli a scuola. Ma la spinta è talmente forte che…

conviene venderlo ai trafficanti?

Sì, a volte. Ma sto parlando proprio di casi di furto. Ho raccontato la storia di una donna che ha dovuto assoldare delle guardie armate per proteggere il proprio asino, chiaramente spendendo non poco denaro.

Il traffico più conosciuto è però quello degli animali “esotici”, come rinoceronti, tigri ed elefanti. Esistono ancora questi mercati, nonostante lo stigma internazionale e le tante campagne?

Sì, esistono tutt’ora. Si cominciano a vedere dei buoni numeri per la conservazione degli elefanti; molto meno per i rinoceronti. Tant’è che pochi anni fa è morto uno degli ultimi esemplari (l’ultimo maschio, nda.) di rinoceronte bianco della sottospecie settentrionale, che quindi è fondamentalmente estinta (sono rimaste in vita soltanto due femmine, nda.). Questi animali vengono protetti 24 ore su 24 da guardie armate, perché i bracconieri cercano di trafugarne il corno. Corno che, ridotto in polvere, viene utilizzato dalla medicina tradizionale cinese per curare moltissime malattie: dal mal di testa ai problemi disfunzionali. È fondamentale sottolineare che questi rimedi non hanno nessuna validità scientifica. Il corno di rinoceronte – a differenza delle zanne d’elefante che sono un prolungamento degli incisivi – è composto al 90% da chitina: la stessa sostanza di cui sono fatte le nostre unghie e i nostri capelli. È facile capire che sniffare chitina non porti nessun beneficio. Anzi, sono stati registrati molti casi di intossicazione, soprattutto nei neonati, perché la polvere viene utilizzata per curare le convulsioni febbrili. In Vietnam, ad esempio, ho documentato almeno un paio di casi. Inoltre, questi prodotti esotici sono sempre più richiesti da una certa parte delle comunità: le frange più ricche, per le quali acquistare la polvere di corno o il liquore prodotto dalle ossa di tigre, o ancora servire una zuppa con pinne di squalo è segno di benessere e potere. Spesso queste polveri valgono più della cocaina; e sono utilizzate proprio come la cocaina, nonostante non abbiano nessun effetto stupefacente.

Tutto ciò non riguarda però soltanto i paesi, le medicine o le cucine dell’estremo oriente. Mi hai spiegato che un grande hub di questo mercato è l’Europa, compreso il nostro paese.

L’Italia è al centro del Mediterraneo, ed anche del traffico di specie che parte dall’Africa o dal sud-est asiatico; fondamentalmente, come tutta l’Europa, è un hub di scambio. Pensiamo al solo bracconaggio dell’avifauna italiana. L’Italia si trova al centro di rotte migratorie importantissime, fondamentali per gli uccelli che dall’Africa vanno a svernare in Europa. Noi siamo uno dei paesi peggiori per numero di uccisioni illegali; e non solo di passeriformi: come dico spesso, le doppiette italiane “sparano” qualsiasi cosa abbia le ali. Anche in questo caso non viene rispettata la legge: perché sono specie protette. Ci sono tradizioni, soprattutto regionali, molto radicate: al nord gli uccelli vengono utilizzati per la famosa polenta e osei, o per lo spiedo… cosa che comunque non è illegale. In altri regioni, come la Calabria, Sicilia e Sardegna, uccelli come i cardellini sono catturati e utilizzati per fini “canori”. Addirittura c’è un forte legame della criminalità organizzata con gli Emirati Arabi Uniti dove si pratica la falconeria, che là è uno “sport” come il nostro calcio. Gli emiri adorano i nostri falchi, come l’Aquila di Bonelli, di cui sono rimaste poche centinaia di esemplari in Italia. Un solo pullo (giovane appena nato, nda) di questi rapaci può valere anche 20 mila euro. I gruppi criminali si aggiornano, anno dopo anno, in base alle richieste di mercato.

A parte i criminali organizzati, che cosa spinge una persona – che condivide la nostra cultura e quindi può capire le conseguenze di un atto di bracconaggio – a trasgredire e commettere un crimine contro natura?

È una domanda complessa, soprattutto per quanto riguarda la caccia. Ho cercato di fare una distinzione tra l’aspetto etico, su cui potremmo discutere per mesi, e quello “sportivo”. Dobbiamo ricordare che i circa 500 mila cacciatori rimasti in Italia non sono tutti dei bracconieri che infrangono la legge. Detto ciò, per molti altri c’è il solo gusto di abbattere un animale: per tradizione, per cultura… Ho scoperto che ci sono famiglie, padri e figli, che costruiscono le armi in casa: manipolando o abradendo i numeri di serie ufficiali. Credo sia una cosa radicata nell’uomo. Una questione prettamente prettamente culturale. Difficile da eradicare. Controlli e repressione legale hanno un senso; ma poi bisogna cambiare questo tipo di cultura: spiegando, raccontando quanto è bello continuare a vederli volare.

Non abbiamo parlato di mare. Raccontaci uno dei capitoli del libro dedicati alle specie marine. Quale è il crimine più umiliante per la nostra specie che ti è capitato di registrare con le tue inchieste?

Ci sono tre capitoli dedicati al mare. Quello forse più importante è dedicato agli squali, che sono sotto estrema pressione in questo momento, principalmente per due motivi. Il primo è la pesca accessoria: specie che vengono catturate mentre si cerca di pescarne altre e, fondamentalmente, vengono ributtate in mare (il più delle volte senza vita o comunque gravemente ferite, nda). Il secondo è il mercato delle pinne di squalo. L’Europa sta lavorando e discutendo in questi giorni per mettere definitivamente al bando la possibilità di commercializzare questo sottoprodotto dello squalo; ma i dati sono davvero allarmanti. Parliamo di tassi di estinzione di tre o quattro generazioni, ovvero 20 anni. Anche in questo caso c’è una criminalità organizzata ben radicata: sulle coste africane operano intere flotte di pescherecci, soprattutto spagnoli. Anche questo aspetto è poco conosciuto: si pensa sempre che siano i cinesi; invece sono gli spagnoli che fanno entrare sottobanco le pinne di squalo (oltre a droga e altri traffici) soprattutto dal nord della Spagna. Si sono specializzati in questo. Stiamo parlando di un mercato che vale miliardi. Ne ho parlato con il capitano Peter Hammarstedt, di Sea Shepherd, il quale mi ha detto che questi (soprattutto gli spagnoli) sono i nuovi pirati. Però c’è anche una buona notizia: a fine 2022 a Panama c’è stata la COP (Conferenza delle Parti dell’ONU, nda) sulla biodiversità. Finalmente sono state messe in regime di protezione quasi tutte le specie a rischio. Ciò significa aver riconosciuto il problema e che ora gli stati dovranno lavorare per tentare di risolverlo.

Mi rimane la curiosità di quali siano le altre due specie che ti fa particolarmente male aver dovuto indagare.

I cavallucci marini, misconosciuti, che sono quasi scomparsi. Anche loro vengono essiccati e triturati per farci liquori, o per curare in modo molto efficace (si dice) la disfunzione erettile. Anche in questo caso non c’è alcuna evidenza scientifica. È una specie poco studiata dalla scienza; quindi stiamo rischiando di perderla senza nemmeno conoscerla. Una specie molto particolare: è il maschio che porta avanti la gravidanza, e ha una vita quasi monogama con la compagna. L’altra specie è l’anguilla. Studiando dati e rapporti ho scoperto un mondo che non conoscevo, e che mi lasciato assolutamente allibito. Anche l’anguilla è a fortissimo rischio di estinzione a causa dei traffici; perché è un piatto prelibato, soprattutto in Cina e in Giappone, e non è possibile allevarla. Non si possono mettere in una vasca maschi e femmine per avere i piccoli; perché tutti gli individui maturi, dall’Europa tornano nel Mar dei Sargassi per depositare le uova e dar vita alla nuova generazione. Perciò, nonostante la domanda sia molto elevata non c’è possibilità di allevamento. Di conseguenza vengono catturate nei loro habitat naturali quando sono ancora piccolissime (si chiamano cieche) per essere gettate in grandi cassoni, anche in questo caso in Spagna. Dovete immaginarvi delle case – simili a quelle che si vedono nelle serie tv sul narcotraffico – attrezzate per ospitare milioni e milioni di esemplari. Al momento di distribuirle sui mercati orientali vengono buttate dentro normali trolley, foderati all’interno con fogli di alluminio, in modo da ingannare i controlli. Poi quelli che vengono chiamati “mules” (“muli”: i corrieri, nda), spesso coppie o singoli cittadini cinesi, partono con i trolley pieni di esemplari vivi e li portano agli allevamenti in Cina.

Ascolta di seguito il podcast originale dell’intervista.

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