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Ecologia integrale

Appello dei leader religiosi: Ascoltiamo il grido della Terra e cambiamo stile di vita

Il Papa, il Patriarca di Costantinopoli e l’Arcivescovo di Canterbury lanciano insieme un potente appello ai fedeli e agli uomini di buona volontà per la cura e del pianeta e dei suoi abitanti più poveri.

Dio prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo lavorasse e lo custodisse
(Genesi 2,15)

Nel “Messaggio congiunto per la salvezza del Creato” reso pubblico questa settimana, Papa Francesco, Bartolomeo I patriarca di Costantinopoli, e Justin Welby arcivescovo di Canterbury hanno chiesto alle persone di ogni credo religioso e filosofico di riflettere sulla lezione della pandemia, e unire gli sforzi per “decidere che mondo lasciare alle future generazioni”.

Il messaggio originale, di cui di seguito diamo una libera traduzione(*) si apre con la considerazione sull’importanza delle singole azioni di ogni abitante della Terra, senza distinzione di nazionalità, condizione sociale o economica, e delle conseguenze di queste sul benessere e sul futuro di tutti: una correlazione che la pandemia di Covid19 ha reso tragicamente palese a tutti. “La rapida diffusione dell’infezione – ricorda il messaggio – significava che dipendevamo l’uno dall’altro nei nostri sforzi per restare al sicuro. Nel fronteggiare questa calamità mondiale, ci siamo resi conto che nessuno è al sicuro finché non lo sono tutti, che le nostre azioni si ripercuotono sugli altri e che ciò che facciamo oggi ha conseguenze su ciò che accadrà domani”.

Lo sconvolgimento delle abitudini di vita, la nuova consapevolezza diffusa di quanto i popoli siano interdipendenti, e lo sviluppo tecnologico innestato dalla crisi sanitaria, sono visti come opportunità: “Non possiamo sprecare questo momento […]  Dobbiamo scegliere di vivere diversamente”. La Natura, identificata come creazione e dono di Dio agli uomini, è l’oggetto della preoccupazione maggiore per il futuro dei tre leader religiosi, che si rivolgono non solo ai fedeli per: “Ascoltare il grido della terra e dei poveri”, “Esaminare il proprio comportamento” e “Impegnarsi in sacrifici significativi”.

Il messaggio prosegue ricordando diverse parabole della Bibbia (l’uomo stolto che accumula grano, il figliol prodigo che sperpera i doni, lo stolto che costruisce la casa sulla sabbia) in cui si avvertono gli uomini dell’inutilità di impossessarsi di ricchezze oltre il bisogno, e delle conseguenze di sacrificare il bene futuro al profitto del momento. Moniti, sostengono i tre padri spirituali, che l’uomo di oggi ha dimenticato o ignorato: “Abbiamo preso la direzione opposta. Abbiamo massimizzato il nostro interesse a spese delle future generazioni. Concentrandoci sulla nostra ricchezza, scopriamo che le risorse a lungo termine, inclusi i doni della natura, sono esauriti per trarne vantaggio a breve termine”. La soluzione suggerita è la conversione ecologica già invocata in passato da Papa Francesco in diverse occasioni: “Ora, in questo momento – si legge nel nuovo documento – abbiamo l’opportunità di pentirci, di svoltare con risolutezza, di procedere nella direzione opposta. Nel modo in cui viviamo, lavoriamo e usiamo il denaro dobbiamo perseguire la generosità e l’equità, invece del guadagno egoistico”.

La missiva non è soltanto un messaggio ecologista, ma richiama anche all’equità sociale e alla solidarietà con i popoli più poveri. Una mozione che rientra nel solco dell’ecologia integrale esplicitata nell’enciclica “Laudato Sì” del 2015, che esalta la stretta correlazione tra le crisi ambientali e sociali, e vede nel progresso sociale e morale, parte della soluzione alla crisi ambientale, e viceversa. La crisi climatica è colpa dell’uomo e l’uomo ne paga il conto: “Siamo di fronte a un giudizio duro: la perdita di biodiversità, il degrado ambientale e il cambiamento climatico sono le inevitabili conseguenze delle nostre azioni, poiché abbiamo consumato avidamente più risorse di quante il pianeta possa sopportare”. Ma l’appello non manca di sottolineare che non tutti gli uomini sono altrettanto colpevoli: “Le persone che più sopportano le conseguenze più catastrofiche di questi abusi sono le più povere del pianeta e sono state le meno responsabili nel provocarle”.

La lettera è sì un appello alla riflessione e alla preghiera, ma soprattutto all’azione immediata, sollecitata dall’urgenza della situazione: “Gli eventi climatici estremi e le catastrofi naturali degli ultimi mesi ci dicono ancora, con grande forza e con grandi costi umani che il cambiamento climatico non è solo una sfida futura, ma un’immediata e urgente questione di sopravvivenza”. Inondazioni, incendi, siccità, innalzamento dei mari: tutte gli effetti del cambiamento climatico sono elencati nel messaggio, e messi direttamente in relazione con conflitti, migrazioni, crisi alimentari e crolli di economie, sia in paesi poveri, sia in paesi più avanzati “dove persino le strutture moderne non riescono a resistere completamente ai disastri di dimensione straordinaria”.

La descrizione della situazione lascia poi il posto al monito: “Il futuro potrebbe essere peggiore. I bambini e i ragazzi di oggi affronteranno conseguenze catastrofiche a meno che noi non diventiamo responsabili adesso”. Se da una parte i responsabili di ieri e di oggi devono deve fare ammenda (“Ci pentiamo dei peccati della nostra generazione”), non manca la fiducia nei ragazzi: “Sentiamo spesso parlare di giovani che capiscono che il loro futuro è in pericolo. Per il loro bene dobbiamo scegliere di mangiare, viaggiare, spendere, investire e vivere in modo diverso”.

Il cuore dell’appello dei tre capi spirituali è l’invito all’impegno per questo obiettivo: un impegno sia individuale, di ogni persona nel proprio quotidiano, sia collettivo: “Se pensiamo all’umanità come a una famiglia e lavoriamo insieme a un futuro basato sul bene comune, potremmo ritrovarci a vivere in un mondo molto diverso. Insieme possiamo condividere una visione di vita in cui tutti prosperano”. L’opportunità, sostiene l’appello, è unica; la scelta è di ognuno di noi: “Queste crisi ci offrono una scelta. Siamo in una posizione unica sia per affrontarle con miopia e brama di profitto, sia per cogliere questa come un’opportunità di conversione e trasformazione […] Insieme, come comunità, chiese, città e nazioni, dobbiamo cambiare rotta e scoprire nuovi modi di lavorare insieme per infrangere le tradizionali barriere tra i popoli, smettere di competere per le risorse e iniziare a collaborare”.

A novembre i leader politici del pianeta daranno vita alla COP26, la XXVI conferenza delle parti organizzata dall’Onu per stabilire e imporre ai paesi membri le azioni necessarie a invertire la tendenza al riscaldamento globale. Un consesso planetario che coinvolge anche rappresentanti dei potentati economici e industriali. Il Papa, Bartolomeo I e l’Arcivescovo di Canterbury si rivolgono direttamente a “coloro che hanno maggiori responsabilità”: “Scegliete i profitti incentrati sulle persone; fate sacrifici a breve termine per salvaguardare tutti i nostri futuri; diventate leader nella transizione verso economie giuste e sostenibili. ‘A chi molto è dato, molto è richiesto’” concludono citando il Vangelo (Luca 12,48).

(*) UN MESSAGGIO CONGIUNTO PER LA TUTELA DEL CREATO

Per oltre un anno, abbiamo tutti sperimentato gli effetti devastanti di una pandemia globale, tutti noi, poveri o ricchi, deboli o forti. Alcuni erano più protetti o vulnerabili di altri, ma la rapida diffusione dell’infezione significava che dipendevamo l’uno dall’altro nei nostri sforzi per restare al sicuro. Nel fronteggiare questa calamità mondiale, ci siamo resi conto che nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro, che le nostre azioni si ripercuotono sugli altri e che ciò che facciamo oggi ha conseguenze su ciò che accadrà domani. Queste non sono lezioni nuove, ma le abbiamo dovute affrontare di nuovo. Non possiamo sprecare questo momento. Dobbiamo decidere che tipo di mondo vogliamo lasciare alle future generazioni. Dio comanda: “Scegli la vita, perché tu e i tuoi figli possiate vivere” (Dt 30,19). Dobbiamo scegliere di vivere diversamente; dobbiamo scegliere la vita. Settembre è celebrato da molti cristiani come il Tempo della Creazione, un’opportunità per pregare e prendersi cura della creazione di Dio. Mentre i leader mondiali si preparano a incontrarsi a novembre a Glasgow per deliberare sul futuro del nostro pianeta, preghiamo per loro e consideriamo quali scelte tutti noi dobbiamo fare. Di conseguenza, come leader delle nostre Chiese, facciamo appello a tutti, qualunque sia il loro credo o visione del mondo, a sforzarsi per ascoltare il grido della terra e dei poveri, a esaminare il proprio comportamento e a impegnarsi in sacrifici significativi per il bene della terra che Dio ci ha dato.

L’importanza della sostenibilità

Nella nostra comune tradizione cristiana, le Scritture e i Santi offrono prospettive illuminanti per comprendere sia le realtà del presente, sia la promessa di qualcosa di più grande di ciò che vediamo al momento. Il concetto di custodia, di responsabilità individuale e collettiva per ciò che Dio ci ha donato, rappresenta un punto di partenza vitale per la sostenibilità sociale, economica e ambientale. Nel Nuovo Testamento leggiamo dell’uomo ricco e stolto che accumula grandi ricchezze di grano dimenticando la sua mortalità (Luca 12,13-21). Impariamo dal figliol prodigo che reclama presto la sua eredità, solo per sperperarla e finire affamato (Luca 15,11-32). Siamo messi in guardia l’adottare soluzioni a breve termine e apparentemente poco costose come costruire sulla sabbia, invece di costruire sulla roccia, affinché la nostra casa comune possa resistere alle tempeste (Matteo 7,24-27). Queste storie ci invitano ad adottare una visione più larga e a riconoscere il nostro posto nella lunga storia dell’umanità. Ma abbiamo preso la direzione opposta. Abbiamo massimizzato il nostro interesse a spese delle future generazioni. Concentrandoci sulla nostra ricchezza, scopriamo che le risorse a lungo termine, inclusi i doni della natura, sono esauriti per trarne vantaggio a breve termine. La tecnologia ha permesso nuove possibilità di progresso ma anche di accumulare ricchezza sfrenata, e molti di noi si comportano in modi che mostrano poca preoccupazione per gli altri o per i limiti del pianeta. La natura è resiliente, ma delicata. Siamo già testimoni delle conseguenze del nostro rifiuto di proteggerla e preservarla (Genesi 2,15). Ora, in questo momento, abbiamo l’opportunità di pentirci, di svoltare con risolutezza, di procedere nella direzione opposta. Nel modo in cui viviamo, lavoriamo e usiamo il denaro dobbiamo perseguire la generosità e l’equità, invece del guadagno egoistico.

L’impatto sulle persone che vivono in povertà

L’attuale crisi climatica la dice lunga su chi siamo e su come consideriamo e trattiamo la creazione di Dio. Siamo di fronte a un giudizio duro: la perdita di biodiversità, il degrado ambientale e il cambiamento climatico sono le inevitabili conseguenze delle nostre azioni, poiché abbiamo consumato avidamente più risorse della terra di quante il pianeta possa sopportare. Ma fronteggiamo anche una profonda ingiustizia: le persone che sopportano le conseguenze più catastrofiche di questi abusi sono le più povere del pianeta e sono state le meno responsabili nel provocarle. Serviamo un Dio di giustizia, che si compiace nella creazione e crea ogni persona a Sua immagine, ma che ascolta anche il grido dei poveri. Di conseguenza, c’è un appello innato dentro di noi a rispondere con angoscia quando vediamo un’ingiustizia così devastante. Oggi stiamo pagando il prezzo. Gli eventi climatici estremi e le catastrofi naturali degli ultimi mesi ci dicono ancora, con grande forza e con grandi costi umani che il cambiamento climatico non è solo una sfida futura, ma un’immediata e urgente questione di sopravvivenza. Inondazioni, incendi e siccità diffusi minacciano interi continenti. Il livello del mare si alza, costringendo intere comunità a trasferirsi; i cicloni devastano intere regioni, rovinando vite e mezzi di sussistenza. L’acqua che inizia a scarseggiare e le disponibilità di cibo incerte, sono cause di conflitti e migrazioni per milioni di persone. Lo abbiamo già visto in luoghi in cui le persone dipendono da aziende agricole di piccole dimensioni. Oggi lo vediamo in paesi più industrializzati dove persino le strutture moderne non riescono a resistere completamente ai disastri di dimensione straordinaria. Il futuro potrebbe essere peggiore. I bambini e i ragazzi di oggi affronteranno conseguenze catastrofiche a meno che noi non diventiamo responsabili adesso per mantenere il nostro mondo come “collaboratori di Dio” (Genesi 2.4-7). Sentiamo spesso parlare di giovani che capiscono che il loro futuro è in pericolo. Per il loro bene dobbiamo scegliere di mangiare, viaggiare, spendere, investire e vivere in modo diverso, pensando non solo agli interessi e ai guadagni immediati ma anche ai benefici futuri. Ci pentiamo dei peccati della nostra generazione. Siamo al fianco delle nostre sorelle e dei nostri fratelli più giovani in tutto il mondo in una preghiera impegnata e in un’azione dedicata a un futuro che corrisponda sempre più alle promesse di Dio.

L’imperativo della cooperazione

Nel periodo della pandemia, abbiamo imparato quanto siamo vulnerabili. I nostri sistemi sociali hanno vacillato e abbiamo scoperto che non possiamo controllare tutto. Dobbiamo riconoscere che non tutti hanno beneficiato del modo in cui utilizziamo il denaro e organizziamo le nostre società. Ci scopriamo deboli e ansiosi, sopraffatti da una serie di crisi; sanitarie, ambientali, alimentari, economiche e sociali, tutte profondamente interconnesse. Queste crisi ci offrono una scelta. Siamo in una posizione unica sia per affrontarle con miopia e brama di profitto, sia per cogliere questa come un’opportunità di conversione e trasformazione. Se pensiamo all’umanità come a una famiglia e lavoriamo insieme a un futuro basato sul bene comune, potremmo ritrovarci a vivere in un mondo molto diverso. Insieme possiamo condividere una visione di vita in cui tutti prosperano. Insieme possiamo scegliere di agire con amore, giustizia e misericordia. Insieme possiamo camminare verso una società più giusta e appagante, che abbia al centro coloro i più vulnerabili. Ma questo richiede di fare dei cambiamenti. Ognuno di noi, individualmente, deve assumersi la responsabilità del modo in cui utilizziamo le nostre risorse. Questo cammino richiede una collaborazione sempre più stretta tra tutte le Chiese nel loro impegno a prendersi cura del creato. Insieme, come comunità, chiese, città e nazioni, dobbiamo cambiare rotta e scoprire nuovi modi di lavorare insieme per infrangere le tradizionali barriere tra i popoli, smettere di competere per le risorse e iniziare a collaborare. A coloro che hanno maggiori responsabilità – dirigere amministrazioni, gestire aziende, dare lavoro alle persone o investire fondi – diciamo: scegliete i profitti incentrati sulle persone; fate sacrifici a breve termine per salvaguardare tutti i nostri futuri; diventate leader nella transizione verso economie giuste e sostenibili. “A chi molto è dato, molto è richiesto” (Luca 12,48). Questa è la prima volta che noi tre sentiamo il dovere di affrontare insieme l’urgenza della sostenibilità ambientale, il suo impatto sulla povertà persistente e l’importanza della cooperazione globale. Insieme, a nome delle nostre comunità, ci appelliamo al cuore e alla mente di ogni Cristiano, ogni credente e ogni persona di buona volontà. Preghiamo per i nostri leader che si riuniranno a Glasgow per decidere il futuro del nostro pianeta e dei suoi abitanti. Ricordiamo ancora la Scrittura: “Scegli la vita, perché possa vivere tu e i tuoi figli” (Deuteronomio 30,19). Scegliere la vita significa fare sacrifici ed esercitare l’autocontrollo. Tutti noi, chiunque e ovunque siamo, possiamo avere un ruolo nel cambiare la nostra risposta collettiva alla minaccia senza precedenti del cambiamento climatico e del degrado ambientale. Prendersi cura della creazione di Dio è un mandato spirituale che richiede un impegno come risposta. Questo è un momento critico. Il futuro dei nostri figli e il futuro della nostra casa comune dipendono da questo.

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